Consigli per gli acquisti

Info, statistiche e referenze

Autore: Rosanna Lamberti (page 1 of 2)

Visto Usa, ora richiede l’account social

Chi richiede il visto per gli Stati Uniti ora dovrà fornire anche i dettagli relativi al proprio profilo sui social media. Le nuove regole previste dal Dipartimento di Stato e quello di Sicurezza interna statunitense stabiliscono infatti che insieme ai consueti documenti dovranno essere forniti anche i nomi che compaiono sui social media per un periodo retroattivo di cinque anni.

La proposta risale a due anni fa, ma se in passato questi dati erano richiesti solo a coloro per i quali erano necessarie verifiche aggiuntive, come i provenienti da parti del mondo controllate da gruppi terroristici, ora riguarda tutti.

L’intera esistenza online sotto la lente delle autorità statunitensi

Chiunque faccia richiesta di un visto Usa immigrante o non immigrante è quindi tenuto a elencare i propri username, cioè i propri identificativi degli account aperti e gestiti nel quinquennio passato. Le piattaforme interessate? Facebook, Twitter, Flickr, Instagram, LinkedIn, YouTube, Reddit, Pinterest, MySpace e altre. Anche quelle “estinte”, come Vine e Google+.

Insieme a queste informazioni si aggiungono i numeri di telefono ed eventuali indirizzi email precedentemente utilizzati, anche se questi, secondo un test del sito Medianama, non sembrano ancora richiesti.

L’intera esistenza online entra quindi definitivamente a far parte del curriculum messo sotto la lente dalle autorità statunitensi. Che in base alle informazioni deciderà se accordare o meno il permesso di entrare e rimanere per un certo periodo in uno dei cinquanta stati.

Esclusa l’autorizzazione Esta per trasferte di breve durata

La nuova policy del dipartimento di Stato è figlia diretta dell’ordine esecutivo Protecting the Nation from Foreign Terrorist Entry into the United States, approvato nel marzo 2017 da Donald Trump. Ma se nello scorso biennio riguardava solo i soggetti transitati in territori ad alto rischio terroristico (secondo Associated Press circa 65mila all’anno), la richiesta diviene ora obbligatoria per chiunque, esclusi i visti diplomatici e certi tipi di autorizzazioni ufficiali. Anche le autorizzazioni Esta per entrare negli Stati Uniti, destinate ai cittadini dei Paesi aderenti al Visa Waiver Program, fra cui l’Italia, rimangono escluse dall’obbligo. Ma valgono pur sempre per viaggi di turismo e affari per un massimo di 90 giorni per soggiorno, riporta la Repubblica, e180 nell’anno solare, oltre al transito. L’indicazione dei propri social resta, in quel caso, facoltativa.

La misura potrebbe riguardare circa 15 milioni di persone

A una prima stima la misura potrebbe riguardare circa 15 milioni di persone, compresi i visti per affari e per motivi di studio. Una pervasività ben più rigida dell’epoca di Barack Obama, quando l’indicazione dei social era facoltativa, e che ha ovviamente sollevato le proteste di numerose organizzazioni per i diritti civili. Rimangono fra l’altro numerosi dubbi sul provvedimento. Come fare con gli account privati? E con le piattaforme non elencate o ancora con quelle non più attive come quella di Big G? Non solo: che tipo di trattamento riceveranno gli account satirici, quelli dei giornalisti, degli attivisti, o di chi si occupa per principio di analizzare le azioni del governo statunitense?

 

A maggio 430 mila contratti di lavoro in attivazione, 14 mila in più rispetto ad aprile

I segnali di ripresa mostrati nel primo trimestre del 2019 dal sistema produttivo italiano si riflettono anche sulle scelte delle imprese di accrescere nel breve e nel medio periodo i contratti attivabili nel mese di maggio. In questo mese si registrano infatti 14 mila contratti in più rispetto ad aprile, e a trainare la crescita sono soprattutto i comparti manifatturieri e le costruzioni. In tutto però sono circa 430 mila le entrate programmate dalle imprese a maggio, e osservando il trimestre maggio-luglio 2019 sono oltre 1,35 milioni quelle previste.

Torna in positivo anche l’andamento tendenziale della domanda di lavoro

Si tratta di dati segnalati dal Bollettino mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. Secondo il Bollettino torna in positivo anche l’andamento tendenziale della domanda di lavoro, con 4000 posizioni ricercate in più rispetto a maggio 2018. In particolare, il Sistema informativo Excelsior  evidenzia nell’industria una crescita complessiva di contratti pari a circa 11 mila attivazioni in più rispetto ai dodici mesi precedenti, pari a +9,5% in termini percentuali, con incrementi positivi in tutti i comparti.

Più attivi i settori più vocati all’export: meccatronica, metallurgia e Sistema Moda

Si confermano nell’ambito dei contratti attivati particolarmente dinamici i settori più vocati all’export, come la meccatronica e la metallurgia, che registrano rispettivamente un +10,6% e un +12,4% di entrate previste in chiave tendenziale, insieme al Sistema Moda, che mostra un incremento di oltre 1.300 posizioni rispetto a maggio del 2018.

In crescita però anche le costruzioni, che evidenziano una previsione di entrate di oltre il 10% superiore rispetto all’analogo periodo del 2018.

In termini di valori assoluti le performance migliori le registra il settore turistico

Il terziario, riferisce Adnkronos, registra invece una flessione del 2% circa rispetto a maggio dell’anno scorso, con un calo di oltre 6.600 contratti programmati. Pur in un quadro generale negativo, spiccano tuttavia i servizi dei media e comunicazione, che mostrano il tasso di incremento tendenziale più accentuato (+11,5%). In termini di valori assoluti le performance migliori si registrano però nel settore turistico, con un incremento di oltre 2.200 contratti rispetto al maggio 2018. Sempre nel mese di maggio si registra poi una sostanziale stabilità del tasso di imprese che assumono, pari al 17% del totale. E un’incidenza delle figure di difficile reperimento sul totale delle entrate previste simile a quella registrata negli ultimi tre mesi, ovvero, pari al 28%.

Clima e consumi. Gli italiani chiedono alle aziende più impegno

Quali sono le aspettative dei cittadini nei confronti delle aziende e delle società in termini di lotta ai cambiamenti climatici? E come incentivarle a realizzare prodotti con meno impatto sull’ambiente? Una vasta maggioranza di italiani (64%) non si sente sostenuta dalle imprese per quanto riguarda l’impegno a favore del clima. Si tratta di una percentuale al di sopra della media dei cittadini europei che esprimono lo stesso scetticismo. Sono infatti il 54% gli europei secondo i quali le imprese non contribuiscono all’impegno dei singoli nel contrastare i cambiamenti climatici. È quanto emerge dall’indagine sul clima della Banca europea per gli investimenti. Che, in collaborazione con YouGov, ha pubblicato il quinto pacchetto di risultati dell’indagine sul clima. Si tratta di un sondaggio che analizza come i cittadini percepiscono i cambiamenti climatici nell’Unione europea, negli Stati Uniti e in Cina.

Il 79% tiene conto dell’impatto potenziale di un prodotto sul clima

L’indagine rivela l’esistenza di un legame molto stretto tra comportamento dei consumatori italiani e lotta ai cambiamenti climatici: sono infatti il 79% (contro il 67% della media europea) gli italiani che al momento dell’acquisto tengono conto anche del potenziale impatto di un prodotto o servizio sul clima.

Riguardo alle possibili soluzioni per incentivare le imprese a ridurre le emissioni di gas a effetto serra, un’ampia fetta di italiani (48%) dichiara di privilegiare le misure di regolamentazione a livello nazionale. In questo caso, la percentuale è leggermente inferiore alla media europea (52%). In particolare, il 27% degli italiani ritiene che le misure più efficaci siano rappresentate da regolamenti e sanzioni, mentre il 21% confida nel fatto che incentivi fiscali sotto forma di sgravi e sovvenzioni possano promuovere modelli aziendali più ecologici.

Approccio all’acquisto, un divario generazionale

Per quanto riguarda le fasce di età, riporta AdnKronos, emerge un divario generazionale per quanto riguarda l’approccio all’acquisto. Se sono infatti il 32% gli italiani over 55 che definiscono molto importante l’impatto climatico di un prodotto o servizio, nella fascia d’età compresa fra 35-55 anni questa percentuale si attesta al 28%, uno scarto di 4 punti percentuali rispetto ai più “anziani”. Nella generazione più giovane, ovvero quella di età compresa tra i 18 e i 34 anni, la percentuale scende ancora, e si ferma al 21%,

“L’azione per il clima rappresenta un buon affare per le imprese”

“Per la lotta ai cambiamenti climatici è necessaria la partecipazione di tutti e in questo senso le imprese svolgono un ruolo fondamentale – sottolinea Emma Navarro, vicepresidente della Bei, responsabile per i finanziamenti a favore del clima e dell’ambiente -. I risultati dell’indagine mostrano che i cittadini si aspettano un maggior impegno nella lotta ai cambiamenti climatici da parte delle imprese. A questo proposito va chiarito che l’azione per il clima rappresenta un buon affare, e può generare benefici tangibili in termini di crescita economica e creazione di posti di lavoro”.

Igiene nei bagni della tua azienda? Meglio con i dispenser automatici di sapone

Nella tua azienda o locale pubblico, sia esso un ristorante, un bar, un hotel o una palestra, avrai sicuramente la necessità di installare un erogatore di sapone all’interno dei bagni. Di recente, l’attenzione verso questi prodotti, che solitamente sono installati a parete, è aumentata in virtù di una moltitudine di articoli immessi sul mercato, dalle caratteristiche similari ma, ad uno sguardo più approfondito, decisamente differenti.

Ad esempio, i dispenser sapone automatici sono piuttosto rari nei cataloghi dei diversi fornitori: questi modelli, dotati di fotocellula alimentata a batterie, sono chiaramente in grado di erogare il sapone (sotto forma di liquido o di schiuma) “on demand”, e questo consente un perfetto dosaggio ed un risparmio notevole nel lungo termine. Mediclinics Italia, uno dei principali player a livello nazionale di accessori per i bagni pubblici, può vantare un ampio assortimento di questi prodotti tra i quali appunto quelli automatici: inoltre, l’utilizzo dell’acciaio invece della plastica rende tutto l’ambiente nel quale saranno posizionati più bello, moderno ed elegante.

La plastica, appunto: ci sono dispenser di sapone fatti in questo materiale e ci sono poi invece quelli in acciaio inox: robustezza, igiene e durata sono i loro punti di forza. Ed attenzione, perché la finitura in acciaio, nel caso dei prodotti Mediclinics, non coinvolge solo il frontale: lo spessore è elevato, l’intero dispenser è in acciaio e questo lo rende un prodotto particolarmente apprezzato in tutto il mondo.

Altre caratteristiche apprezzate da chi installa i dispenser di sapone sono:

  • l’anti-sgocciolamento (che consente anche un risparmio di sapone)
  • la spia di livelo (essenziale per un puntuale refill)
  • l’estetica e la finitura in colori particolari, ad esempio il nero lucido

Mentre se analizziamo il punto di vista degli utilizzatori, particolarmente richieste sono:

  • la possibilità di appoggiarvi o appendervi degli oggetti (es. un rasoio)
  • l’erogazione di sapone sotto forma di schiuma (lavaggio più rapido)

Molti dei dispenser di sapone del catalogo Mediclinics, tra i quali appunto i modelli automatici in acciaio inox, sono acquistabili direttamente online, con prezzi e promozioni davvero accattivanti.

A ogni professione il suo delivery. Gli italiani e il cibo a domicilio al lavoro

Cresce l’abitudine di farsi recapitare il pranzo sul posto di lavoro. Soprattutto da chi si occupa di marketing e comunicazione, di finanza e amministrazione, e digital, i tre settori in cui si ordina più food delivery. E se a vincere è la pausa pranzo (72%) anche la cena recapitata in ufficio sta avendo un certo successo, soprattutto negli ambiti design e automotive. Da Nord a Sud, in città e anche nei piccoli centri, si ordina anche 2-3 volte al mese (30%),  lo ha scoperto l’Osservatorio Just Eat, che ha analizzato le abitudini di oltre 7.000 lavoratori appartenenti a 17 professioni, rivelando gusti, cibi e occasioni di consumo del digital food delivery.

Cosa vogliono gli italiani che scelgono il food delivery in ufficio

A riconoscere i plus del food delivery, come la praticità e la possibilità di sperimentare cucine lontane e della tradizione locale, sono in particolare i professionisti del marketing e comunicazione, i tempi di consegna affidabili sono fondamentali invece per le risorse umane, mentre la varietà è apprezzatissima nell’ambito dell’editoria. La possibilità di godere di sconti speciali, poi, è un must per il settore bancario, ma anche per chi lavora nella moda. Ordinare cibo a domicilio in ufficio però è anche un momento per condividere i pasti con i colleghi, tanto che il 30% ordina per il team, il 16% per gruppi più numerosi e il 28% con un altro collega.

I piatti più richiesti

Nel 2018 è il sushi a trionfare (39%), seguito dai panini con ingredienti a scelta (37%), e le piadine (36%). Tra i piatti preferiti nigiri saké e nigiri al salmone, uramaki ed edamame. Ma tra le cucine più trendy, e che dimostrano la maggior crescita, anche l’hawaiano poké, cresciuto in modo esponenziale. Quanto alla classifica dei generi, se il primo posto spetta alla cucina giapponese, il secondo se lo aggiudica la nostrana gastronomia, e al terzo la cucina healthy, sempre più ricercata a pranzo. Tra i “desk” degli Italiani si consumano però anche gelato, pinsa e proposte di rosticceria, e si confermano intramontabili i pack a domicilio di cucina giapponese, messicana e a base di pollo.

A ogni mestiere il suo pasto

Chi lavora nel marketing e comunicazione ama l’healthy, che vale anche per il settore immobiliare. Chi è attivo nel digitale preferisce l’hamburger, così come i liberi professionisti, mentre nelle risorse umane si ordina sushi, e nell’intrattenimento, cinese e ramen.  Nel settore sanitario/medicale predomina il sushi, a pari merito con chi è impiegato nel settore bancario e in quello finanziario/amministrativo, mentre chi è nelle vendite e nel commerciale vuole i tramezzini. Nell’estetica e nella bellezza spopolano le insalate, nella moda gli hamburger, nella grafica il pokè. Per il comparto food & beverage spazio a cinese e ramen, etnico per l’editoria, mentre nell’automotive i panini, insieme a design e arredamento.

Italia sempre più a due ruote

Il mercato a due ruote in Italia cresce, così come l’attenzione delle amministrazioni comunali verso gli spostamenti in bicicletta. Salgono infatti la disponibilità media di infrastrutture ciclabili, il numero di città dove è consentito trasportare le bici sui mezzi pubblici, e i Comuni dotati del servizio di bike sharing. Questa è la fotografia dell’Italia “ciclabile” scattata dal terzo rapporto Focus2R, l’Osservatorio Nazionale Infrastrutture, Sicurezza e Mobilità per le due ruote, promosso da Confindustria Ancma (Associazione Nazionale Cicli Motocicli Accessori) e Legambiente, ed elaborato da Ambiente Italia, società di consulenza ambientale.

Cresce la disponibilità media di piste ciclabili

L’indagine fornisce ogni anno i dati relativi alle politiche dedicate a ciclisti e motociclisti da 104 municipi capoluoghi di Provincia. Secondo il rapporto la disponibilità media di piste ciclabili, ciclopedonali e zone con moderazione di velocità a 20 e 30 km/h nel 2017 sale a 7,82 metri equivalenti (+9% rispetto al 2015). Reggio Emilia conferma il valore più alto dell’indice di infrastrutture per la ciclabilità (40,9 metri equivalenti/100 abitanti). A seguire Cremona, Mantova e Lodi, che arrivano a circa 30 metri, mentre Ravenna, Verbania e Vercelli si collocano tra i 20 e i 25.

Il 45% dei Comuni consente il trasporto di biciclette sui mezzi

Stabile, invece, la possibilità di accesso delle biciclette nelle corsie riservate ai mezzi pubblici, che rimane intorno al 20%. Il numero di Comuni in cui è consentito il trasporto di biciclette sui mezzi pubblici cresce dal 31% del 2015 al 45% del 2017. Stando ai dati del report, il numero di Comuni che hanno allestito postazioni di interscambio bici in tutte o almeno una stazione ferroviaria, cresce dal 69% al 73% del 2017. La disponibilità media di parcheggi per le biciclette è stabile intorno al 9%. E ancora, la percentuale di città dove sono disponibili punti di ricarica elettrici delle biciclette a pedalata assistita si conferma al 39% nel 2017 (38% nel 2016).

+6,1% le città con bike sharing, ma necessaria più sicurezza

Nel bike sharing, riporta Adnkronos, sale il numero di biciclette per ogni città: escludendo Milano, dove sono presenti 16.600 biciclette e 257.000 abbonati, in media sono disponibili 156 bici per Comune, distribuite in 16 stazioni con 2039 abbonati. In tutto sono 59 i Comuni dotati di un servizio di bike sharing (59%, in crescita del 6,1%), in 14 sono disponibili anche biciclette a pedalata assistita.

Le zone d’ombra riportate dall’indagine riguardano però la sicurezza. Scende infatti il numero dei Comuni che ha inserito almeno una misura in questa direzione per le biciclette nei Piani Urbano della Mobilità (-15,4%), mentre l’80% afferma di non avere messo in campo iniziative analoghe per le motociclette.

I trend 2019 per il lavoro, fra automazione e ruolo umano

L’inarrestabile progresso tecnologico garantirà alle aziende sempre più strumenti da impiegare nelle strategie di sviluppo. Ma per massimizzare i vantaggi delle nuove tecnologie sarà fondamentale che manager e responsabili Hr comprendano e anticipino l’impatto di queste su tutte le dinamiche aziendali: dal reparto Hr stesso al marketing e il finance. Nessun settore sarà immune al progresso tecnologico e alla digitalizzazione.

Robot, automazione e intelligenza artificiale, quindi. Senza dimenticare però il ruolo dell’uomo, che resterà comunque centrale.

“L’automazione in ambito lavorativo – spiega Jacky Carter, Group Digital Engagement Director di Hays, società di recruitment specializzato – richiederà certamente un adeguamento nelle competenze professionali. Per questo, le imprese che vogliono fidelizzare i talenti migliori dovranno essere in grado di mettere a loro disposizione tempo, conoscenze e opportunità per intraprendere un percorso di apprendimento e di crescita”.

L’apprendimento continuo come skill fondamentale

Secondo l’analisi di Hays, fra i principali trend per il lavoro nel 2019 l’apprendimento continuo sarà la skill fondamentale per rimanere al passo con i tempi. Anche nell’utilizzo dei nuovi sistemi per comunicare. Sebbene l’email sia ancora considerata il principale strumento di comunicazione nel corso degli ultimi anni le interfacce vocali o di messaggistica istantanea sono entrate nell’uso quotidiano, anche al lavoro. Inoltre, è inevitabile che molti compiti, soprattutto quelli ripetitivi, nel prossimo futuro possano essere sostituiti dall’automazione e dai robot. Tuttavia, non bisogna temere il cambiamento: il ruolo dell’uomo resterà fondamentale per portare a termine le mansioni che richiedono necessariamente la sensibilità di un professionista.

Employee Experience come Brand Reputation

L’Employee Experience, ovvero l’intero percorso che una risorsa compie in azienda dal momento in cui si candida fino al termine del rapporto di lavoro, sta diventando un elemento chiave nella reputazione delle aziende. E la metodologia e la frequenza con cui i feedback dei professionisti vengono raccolti fa sempre più spesso affidamento all’intelligenza artificiale, che assicura un’elaborazione accurata e precisa dei dati, consentendo alle aziende di capire se l’Employee Experience vissuta dalle proprie risorse può diventare un plus per la reputazione aziendale.

Il cambiamento culturale è il primo passo verso l’innovazione

Ma è il cambiamento culturale il primo passo verso l’innovazione: il progresso tecnologico ha senso solo se rappresenta realmente un beneficio per il target a cui si rivolge. Affinché questo avvenga, le organizzazioni devono intraprendere come prima cosa un cambiamento culturale, che dovrebbe partire dai vertici aziendali per incoraggiare un ambiente votato alla collaborazione, all’apertura e alla flessibilità.

I responsabili delle risorse umane hanno un ruolo chiave nel guidare e facilitare la creazione di un clima aziendale che favorisca il cambiamento, e accolga positivamente i nuovi input tecnologici.

 

Regolamento europeo sulla privacy | Come possono adeguarsi le aziende?

Le recenti novità introdotte dal nuovo Regolamento Comunitario, il GDPR 2016/679, hanno di fatto apportato un totale rivoluzionamento nel modo i cui le aziende gestiscono i dati personali di clienti, fornitori e dipendenti. A proposito dei dati personali va evidenziata la definizione del Garante della Privacy: “I dati personali sono le informazioni che identificano o rendono identificabile, direttamente o indirettamente, una persona fisica e che possono fornire informazioni sulle sue caratteristiche, le sue abitudini, il suo stile di vita, le sue relazioni personali, il suo stato di salute, la sua situazione economica, ecc.”. Identificati quelli che sono i dati personali, ciascuna azienda è adesso tenuta a nominare una persona, che può essere fisica o giuridica, che avrà il compito di andare a determinare il proposito e i mezzi del trattamento dei suddetti dati. Le aziende hanno inoltre l’obbligo di informare dipendenti ,fornitori e clienti del fatto che i loro dati personali vengono trattati così come previsto dalle disposizioni di legge ed in maniera trasparente, raccogliendo anche il loro consenso laddove necessario.

Va inoltre necessariamente predisposto un apposito registro del trattamento dei dati, obbligatorio per tutte quelle aziende che contano più di 250 dipendenti, ed una eventuale Valutazione di Impatto. Adeguarsi a quanto previsto dal nuovo regolamento europeo è importante anche per evitare di andare incontro a delle sanzioni amministrative pecuniarie che possono raggiungere i 20.000.000 euro o il 4% del fatturato relativo all’esercizio precedente. Sono cifre importanti e anche per questo diventa più importante avere la certezza di aver adottato tutte le iniziative necessarie volte a soddisfare quanto previsto dalla legge. Da sottolineare come già il codice fiscale di un dipendente sia da annoverare tra i dati personali, per cui è facilmente intuibile come la necessità di adeguarsi interessi veramente la quali totalità delle aziende presenti sul territorio nazionale. È possibile usufruire di una consulenza privacy se si desidera comprendere al meglio come potersi adeguare nel pieno rispetto del nuovo regolamento europeo.

Gli italiani online: quanto tempo navigano e cosa visitano

Quanto tempo passiamo noi italiani online? 2,3 ore al giorno. Di questo tempo, gran parte si concentra su app e smartphone. Interessante notare che gli uomini preferiscono i contenuti di intrattenimento ai social, mentre le signore trascorrono sui social network sei ore in più al mese. Sono solo alcuni dei dati diffusi da Comscore, fonte di misurazione dell’audience multipiattaforma, che in una ricerca fotografa i cambiamenti nella fruizione di Internet da parte degli italiani negli ultimi 12 mesi e li confronta con quelli registrati negli altri Paesi digitalmente più evoluti.

Italia vs Europa: da noi Internet ha livelli di penetrazione più bassi

A ottobre 2018 erano 39,3 milioni gli italiani che accedono alla rete almeno una volta al mese. La penetrazione dell’utilizzo di Internet della sola popolazione maggiorenne, ricorda l’Agi, è pari al 70%; tale livello registra un aumento del +5% (ottobre 2018 su ottobre 2017) ma evidenzia un potenziale di crescita ancora rilevante se confrontato con quello dei Paesi digitalmente evoluti (Stati Uniti 86%; UK 84%; Francia 82%). Il differenziale è interamente riconducibile alle generazioni più adulte (un italiano su tre oltre i 35 anni non accede a Internet) mentre i giovani mostrano un livello di utilizzo costantemente superiore al 90% allineato a quello dei Paesi più avanzati.

L’avanzata del mobile

I device mobili continuano imperterriti la loro crescita: sono 31,5 milioni gli italiani che si connettono a Internet da dispositivi mobili e, di questi, sono ben 12,6 milioni (pari al 32% del totale) coloro che lo fanno esclusivamente attraverso uno smartphone o un tablet. I Paesi digitalmente più sviluppati continuano a mostrare tassi di accesso in modalità multi-piattaforma (ovvero sia tramite desktop che tramite mobile) più alti rispetto all’Italia dove tale valore si attesta al 48% a fronte, ad esempio, del 68% registrato in Germania e del 67% negli Stati Uniti.

Le donne adulte più connesse degli uomini

Gli italiani maggiorenni, sempre nel corso del 2018, hanno passato online una media di circa 72 ore a testa. Non mancano però differenze tra i segmenti demografici. I giovani nella fascia d’età 18-24 arrivano a 90 ore/mese, oltre i 35 anni il tempo speso si riduce a 67 ore mese. Le donne maggiorenni, inoltre, con 78 ore medie mese sono connesse più a lungo degli uomini maggiorenni (66 ore mese). Il 71% del tempo speso complessivo è trascorso su device mobili e di questo il 62% sulle App.

Il mercato delle App dominato dagli operatori stranieri

Il mercato delle App è guidato dagli operatori stranieri, che coprono interamente la classifica delle prime 15 App per numero di utilizzatori nel mese di ottobre.

Il boom dei contenuti di intrattenimento

I contenuti preferiti e con la più alta crescita in termini di tempo speso sono quelli dell’intrattenimento; 443 milioni di ore mese a settembre 2018 pari a 12 ore medie per utente in aumento del 29% rispetto all’anno precedente. Si tratta di valori simili a quelli ottenuti dai social network”.

Internet, allarme dipendenza: tra l’1,5% e l’8,2% degli utilizzatori assuefatti

Internet, da quando esiste, ha profondamente cambiato i nostri comportamenti e le nostre abitudini. Comunicare, informarsi, leggere, guardare, ricercare oggi passa tutto attraverso la rete e filtrato attraverso uno schermo. Anche per chi non è un nativo digitale, Internet è una compagna assidua di quasi tutti i momenti della giornata, tanto che diventa difficile immaginarsi un “prima”. Eppure, tutta questa connessione potrebbe essere nociva, e provocare effetti simili a quelli delle droghe. Lo affermano gli scienziati, che riscontrano una crescita di fenomeni di Internet-dipendenza. Insomma, si sta passando da problema a vera e propria patologia.

Assuefazione a livelli allarmanti

“I sondaggi condotti in Europa e negli Stati Uniti indicano che la percentuale di persone assuefatte a internet è a livelli allarmanti, tra l’1,5% e l’8,2%” degli utilizzatori: è quanto evidenzia il gruppo Pompidou, l’organo del Consiglio d’Europa specializzato nell’elaborazione di politiche anti-droga che rispettino i diritti umani. “Che si tratti di trascorrere ore a giocare, a scommettere, a utilizzare applicazioni o navigare, tutti i dati raccolti dalla comunità medica confermano che l’assuefazione a internet si è trasformata in un vero problema ed è una patologia” afferma Thomas Kattau, vice segretario esecutivo del gruppo Pompidou.

Tecniche subdole?

“Ma quello che sta anche emergendo è che dato che sono stati messi in moto tutta una serie di tecniche per tenere la gente online il più a lungo possibile, c’è chi per continuare a giocare, chattare, navigare per ore e ore assume anfetamine” evidenzia Kattau. “Si sta quindi creando un ponte tra due tipi di assuefazione che si rafforzano a vicenda, quella all’uso eccessivo delle tecnologie di comunicazione e all’uso di cocaina e altre droghe che hanno effetti simili” aggiunge.

Una malattia costosa da curare?

“Gli Stati sono in generale coscienti dell’esistenza del problema dell’assuefazione a internet, ma alcuni sono restii a riconoscere che sia una malattia a causa degli elevati costi che questo produrrebbe” osserva ancora il funzionario del Consiglio d’Europa. Ma questo non ha impedito ai Paesi che sono membri del gruppo Pompidou, tra cui l’Italia, di mettere la questione sul tavolo. Nei prossimi anni, riporta l’Ansa, l’organo del Consiglio d’Europa si concentrerà sui rimedi per arginare il problema. Tra le attività previste c’è la collaborazione con Google e altre società per esaminare come si possano impostare algoritmi che limitino il tempo passato online in particolare per quelle attività che sono spesso legate all’assunzione di droghe.

« Older posts