Consigli per gli acquisti

Info, statistiche e referenze

Autore: Rosanna Lamberti (page 1 of 2)

A luglio 2019 vendite al dettaglio a -0,5% rispetto a giugno

Lo comunica l’Istat: a luglio 2019 la stima per le vendite al dettaglio è di una diminuzione congiunturale dello 0,5% in valore e dello 0,7% in volume. In flessione sia le vendite dei beni alimentari (-0,1% in valore e -0,5% in volume) sia quelle dei beni non alimentari (-0,7% in valore e in volume).

Nel trimestre maggio-luglio 2019, rispetto al trimestre precedente, le vendite al dettaglio aumentano invece dello 0,5% sia in valore sia in volume. E risultano in aumento sia le vendite dei beni alimentari (+0,7% in valore e +0,5% in volume) sia quelle dei prodotti non alimentari (+0,3% in valore e +0,4% in volume).

Su base annua le vendite sono aumentate per tutti i beni

Su base annua, continua l’Istat, le vendite al dettaglio registrano un aumento del 2,6% in valore e del 2,8% in volume. Sono in crescita sia le vendite dei beni alimentari (+3,2% in valore e +2,4% in volume), sia quelle dei beni non alimentari (+2,1% in valore e +3,1% in volume).

Per quanto riguarda le vendite dei beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali positive per tutti i gruppi di prodotti. Gli aumenti maggiori però riguardano le Dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+6,4%), e le Calzature, articoli in cuoio e da viaggio (+6,1%).

La contenuta flessione congiunturale di luglio segue l’incremento registrato a giugno

Rispetto a luglio 2018 il valore delle vendite al dettaglio sono aumentate del 3,3% per la grande distribuzione, e dello 0,9% per le imprese operanti su piccole superfici. In forte crescita poi il commercio elettronico (+23,2%).

“La contenuta flessione congiunturale di luglio – commenta l’Istat – segue il più ampio incremento registrato a giugno 2019. A luglio 2019, la crescita tendenziale del valore delle vendite al dettaglio è in accelerazione rispetto a quella registrata nel mese precedente e risulta diffusa a tutte le classi dimensionali d’impresa”.

Crescita più intensa per le imprese di maggiore dimensione

La crescita è più intensa per le imprese di maggiore dimensione (con almeno 50 addetti), che mostrano un incremento del 4,3%, mentre un aumento più contenuto caratterizza sia le imprese fino a 5 addetti (+0,9%), sia quelle da 6 a 49 addetti (+1%). Se si considera la dinamica tendenziale del valore delle vendite da inizio anno, riporta Askanews, la crescita interessa però solo le grandi imprese (+2,2%), che includono anche le principali piattaforme digitali. Mentre per le altre imprese si registrano flessioni di diversa intensità: -1,2% per le imprese fino a 5 addetti, e -0,1% per quelle da 6 a 49 addetti.

Il paesaggio italiano verrà salvato da Big Data e nuove tecnologie

A difesa dei nostri paesaggi da cemento e cambiamenti climatici vengono in aiuto i Big Data e le nuove tecnologie. Droni, satelliti e tecniche di analisi del Dna ambientale aiuteranno a ridisegnare il paesaggio italiano perchè consentono di monitorare il territorio in modo capillare, coinvolgendo in prima persona anche i cittadini attraverso la cosiddetta “citizen science”. Questa la soluzione che emerge dal congresso mondiale sulla sfide dell’antropocene, l’attuale era geologica segnata dall’azione dell’uomo, promosso dall’Associazione internazionale per l’ecologia del paesaggio, e organizzato dalla Società italiana di ecologia del paesaggio (Siep-Iale) all’Università di Milano-Bicocca.

La minaccia del riscaldamento globale

“L’Italia ha una ricchezza straordinaria di paesaggi, modellati da millenni di relazione tra uomo e ambiente: pensiamo per esempio al Chianti, al Salento o alle colline degli Appennini”, afferma Emilio Padoa-Schioppa, docente di Ecologia all’Università di Milano-Bicocca e vicepresidente della Siep-Iale.

Oggi sono in atto molte trasformazioni che minacciano questi splendidi mosaici di ecosistemi, primo fra tutti “il riscaldamento globale – continua l’esperto – che investirà prima il Sud per poi avanzare verso Nord, determinando la migrazione di specie e l’isolamento degli habitat sommitali di montagna, soprattutto sugli Appennini”.

“Raccogliere grandi quantità di dati con una precisione senza precedenti”

Un altro trend preoccupante riguarda “le pianure, dove stiamo perdendo suolo agricolo a favore di suolo urbanizzato con un ritmo insostenibile, e le zone montane e collinari, dove lo spopolamento sta portando alla ricrescita delle foreste che, per quanto positiva, può comportare la scomparsa di specie importanti”, aggiunge Emilio Padoa-Schioppa.

Davanti a questi problemi urgenti oggi vengono date “tante risposte, locali e non sempre coordinate”, sottolinea il docente. Quello che servirebbe, però, è un “investimento a livello nazionale sul monitoraggio di habitat, paesaggi e biodiversità, in collaborazione con le società scientifiche che se ne occupano”. Monitorare, secondo Padoa-Schioppa, vuol dire “raccogliere grandi quantità di dati con una precisione senza precedenti, così come ci consentono oggi le nuove tecnologie”.

Droni, satelliti e la citizen science insieme per la tutela degli ecosistemi

In particolare, l’esperto fa riferimento alle tecniche di sequenziamento del Dna ambientale, che partendo da un piccolo campione di suolo o acqua permettono di ricostruire il Dna delle specie viventi presenti in quell’habitat specifico, riporta Ansa. “Pensiamo anche ai droni – sottolinea l’esperto – che con videocamere e sensori possono raccogliere informazioni in luoghi altrimenti inaccessibili. O ancora ai satelliti, che dallo spazio possono dirci cosa accade al suolo con un flusso continuamente aggiornato di dati”.

Anche i cittadini appassionati di scienza potrebbero partecipare attivamente, sia alla raccolta dei dati sia alla loro elaborazione. La citizen science, aiuterebbe infatti a diffondere una nuova consapevolezza nella società.

Cucina open o separata? Dipende dallo stile di vita

Belle, bellissime, da copertina. No, non si tratta di top model, ma di cucine. Già, perché negli ultimi anni – con una decisa accelerazione nell’ultimo decennio – la cucina da ambiente di servizio è diventato a tutti gli effetti uno spazio da mostrare, in cui addirittura ricevere gli amici per cena. Insomma, il set perfetto dove vivere la vita all’interno della propria casa. Naturalmente, questa piccola “rivoluzione” ha portato con sé anche tutta una serie di questioni pratiche da risolvere. Innanzitutto, una cucina esteticamente piacevole è anche un cucina ordinata: per cui nei loft così come negli open space la cucina dovrà essere attrezzata con mobili e armadietti capaci di contenere tutto quello che non si deve vedere (o non si vuole mostrare). Ancora, essendo un ambiente polifunzionale, i piani di lavoro dovranno essere facilissimi da pulire (e da mantenere tali), esattamente come i rivestimenti dei mobili. E poi, aspetto più importante, se la si vuole “sfoggiare” la cucina dovrà essere il pezzo forte della casa: quindi, sì a qualche soluzione ardita di design, purché consigliata da arredatori esperti come gli addetti di Pedrazzini Arreda, rivenditore ufficiale Veneta Cucine Milano.

Per molti, ma non per tutti

La scelta di optare per una cucina a vista, per quanto di moda, richiede un pizzico di consapevolezza. Anche se le moderne cucine di oggi sono in grado di rispondere ai possibili problemi che emergevano nel passato (in primis lo spazio per tenere tutto in ordine), ci sono però degli aspetti da considerare. Innanzitutto, oltre al rischio che piatti e stoviglie rimangano a vista mentre si cucina, c’è la questione degli odori delle preparazioni e dei cibi. Mentre in una cucina tradizionale il problema è presto risolto aprendo la finestra e chiudendo la porta, in una cucina a vista non è possibile. Però la soluzione è a portata di mano: basta optare per una cappa efficace e di nuova generazione, capace di cancellare in pochi istanti i profumi del menù sui fornelli. Adesso le cappe sono dei veri e propri pezzi d’arredo, dal design studiatissimo e dalle prestazioni eccezionali. Silenziose, anche a scomparsa o a isola, riescono a mantenere l’aria pulita pure in ambienti molto  grandi.

Il bello di non alzare muri

D’altro canto a questi piccoli disagi – peraltro facilmente risolvibili – corrispondono molti più vantaggi. Una cucina aperta sulla zona living, infatti, regalerà alla casa un’inaspettata sensazione di spazio. L’assenza di muri e la creazione di un ambiente unico, ben identificato in zone, contribuiscono a dilatare i metri quadrati e a consentire maggiore libertà nelle scelte di arredo. Inoltre, spazi aperti fanno sì che si possa giocare al meglio con l’illuminazione, evitando angoli bui e poco sfruttabili. Ancora, la cucina a vista permette di partecipare ai momenti conviviali con la famiglia e gli ospiti anche se si sta preparando il pranzo, senza che nessuno venga escluso. Infine, è una soluzione comodissima ed estremamente funzionale quando si hanno bambini piccoli in casa e non ci si può permettere di non tenerli d’occhio, nemmeno quando si prepara la loro pappa.

Il galateo del caffè, a casa e al bar

Vieni a prendere un caffè da me? Sembrerebbe l’invito più facile del mondo, un momento conviviale esente da regole e dettami del bon ton. Sbagliato, anzi sbagliatissimo. Perché il caffè è un vero e proprio rito e come tale prevede un cerimoniale, codificato dal galateo. Insomma, vietato fare figuracce soprattutto se si invitano persone importanti: bisogna davvero conoscere l’ABC del comportamento da tenere quando ci si concede la classica tazzina di nero elisir. E se le buone maniere valgono soprattutto se il caffè viene servito ai propri ospiti, a casa, è necessario ricordarsi che ci sono formule sempre valida anche se il caffè è consumato al bar.

Un rituale guidato dalla padrona (o dal padrone) di casa

Innanzitutto, il caffè non si serve a tavola, anche se gli ospiti si sono fermati a pranzo o a cena (a meno che non sia una tavolata davvero informale e conviviale). L’espresso va portato in salotto, dove gli invitati si saranno già accomodati su divano e poltrone. E’ chi accoglie gli ospiti che dovrà preparare il caffè, con la moka o con le macchine caffè a cialde. Fondamentale è il servizio: le tazzine di caffè, con il loro, immancabile piattino e relativo cucchiaino, andranno poste su un vassoio sul quale andranno poggiati anche la zuccheriera – che avrà il suo cucchiaino – e la lattiera. Se gli invitati sono numerosi, e quindi le tazzine da servire sono tante – e la regola è ancor più valida se il caffè viene preparato con le capsule, sempre più amate dagli italiani – per evitare che si raffreddino si possono tenere in forno a bassa temperatura. A questo punto, sarà il padrone di casa a domandare a ogni ospite se e quanto zucchero desidera, lo stesso farà con il latte. Poi, dove aver zuccherato, porgerà la tazzina di caffè pronta da bere all’invitato.

E come si devono comportare gli ospiti?

Fin qui abbiamo visto i doveri del padrone di casa. Ma gli invitati come si devono comportare? Innanzitutto, ci vuole garbo e grazia. Bisogna ricordare che il piattino va tenuto con la mano sinistra e il cucchiaino con la destra. Dopo aver mescolato il caffè con il cucchiaino, dal basso verso l’alto, e averlo riposto sul suo piattino, il galateo vuole che sia la tazzina ad andare alla bocca e non viceversa. Vietato, vietatissimo fare rumore, sbattere il cucchiaino o – orrore! – succhiarlo dopo aver mescolato l’espresso. Dopo aver bevuto, piattino, tazzina e cucchiaino andranno appoggiati sul tavolino o sul vassoio.

Il caffè al bar

Anche se si consuma un veloce espresso al bancone del bar esistono delle regole di bon ton. In prima battuta, quando si entra in un locale si saluta il barista: è una forma di educazione che dovrebbe essere dovuta, e sicuramente chi è dietro al banco vi servirà meglio e con più cura. Allo stesso modo, l’ordinazione va fatta con garbo e soprattuto con chiarezza, specie se avete gusti particolari e volete un caffè o un cappuccino speciali. I diktat in merito a tazzina, cucchiaino e piattino – rumori fastidiosi compresi – sono gli stessi del caffè consumato a casa. Infine, dopo che si è gustato l’espresso, prima di uscire dal bar – ovviamente dopo aver pagato – si ringrazia e si saluta.

Visto Usa, ora richiede l’account social

Chi richiede il visto per gli Stati Uniti ora dovrà fornire anche i dettagli relativi al proprio profilo sui social media. Le nuove regole previste dal Dipartimento di Stato e quello di Sicurezza interna statunitense stabiliscono infatti che insieme ai consueti documenti dovranno essere forniti anche i nomi che compaiono sui social media per un periodo retroattivo di cinque anni.

La proposta risale a due anni fa, ma se in passato questi dati erano richiesti solo a coloro per i quali erano necessarie verifiche aggiuntive, come i provenienti da parti del mondo controllate da gruppi terroristici, ora riguarda tutti.

L’intera esistenza online sotto la lente delle autorità statunitensi

Chiunque faccia richiesta di un visto Usa immigrante o non immigrante è quindi tenuto a elencare i propri username, cioè i propri identificativi degli account aperti e gestiti nel quinquennio passato. Le piattaforme interessate? Facebook, Twitter, Flickr, Instagram, LinkedIn, YouTube, Reddit, Pinterest, MySpace e altre. Anche quelle “estinte”, come Vine e Google+.

Insieme a queste informazioni si aggiungono i numeri di telefono ed eventuali indirizzi email precedentemente utilizzati, anche se questi, secondo un test del sito Medianama, non sembrano ancora richiesti.

L’intera esistenza online entra quindi definitivamente a far parte del curriculum messo sotto la lente dalle autorità statunitensi. Che in base alle informazioni deciderà se accordare o meno il permesso di entrare e rimanere per un certo periodo in uno dei cinquanta stati.

Esclusa l’autorizzazione Esta per trasferte di breve durata

La nuova policy del dipartimento di Stato è figlia diretta dell’ordine esecutivo Protecting the Nation from Foreign Terrorist Entry into the United States, approvato nel marzo 2017 da Donald Trump. Ma se nello scorso biennio riguardava solo i soggetti transitati in territori ad alto rischio terroristico (secondo Associated Press circa 65mila all’anno), la richiesta diviene ora obbligatoria per chiunque, esclusi i visti diplomatici e certi tipi di autorizzazioni ufficiali. Anche le autorizzazioni Esta per entrare negli Stati Uniti, destinate ai cittadini dei Paesi aderenti al Visa Waiver Program, fra cui l’Italia, rimangono escluse dall’obbligo. Ma valgono pur sempre per viaggi di turismo e affari per un massimo di 90 giorni per soggiorno, riporta la Repubblica, e180 nell’anno solare, oltre al transito. L’indicazione dei propri social resta, in quel caso, facoltativa.

La misura potrebbe riguardare circa 15 milioni di persone

A una prima stima la misura potrebbe riguardare circa 15 milioni di persone, compresi i visti per affari e per motivi di studio. Una pervasività ben più rigida dell’epoca di Barack Obama, quando l’indicazione dei social era facoltativa, e che ha ovviamente sollevato le proteste di numerose organizzazioni per i diritti civili. Rimangono fra l’altro numerosi dubbi sul provvedimento. Come fare con gli account privati? E con le piattaforme non elencate o ancora con quelle non più attive come quella di Big G? Non solo: che tipo di trattamento riceveranno gli account satirici, quelli dei giornalisti, degli attivisti, o di chi si occupa per principio di analizzare le azioni del governo statunitense?

 

A maggio 430 mila contratti di lavoro in attivazione, 14 mila in più rispetto ad aprile

I segnali di ripresa mostrati nel primo trimestre del 2019 dal sistema produttivo italiano si riflettono anche sulle scelte delle imprese di accrescere nel breve e nel medio periodo i contratti attivabili nel mese di maggio. In questo mese si registrano infatti 14 mila contratti in più rispetto ad aprile, e a trainare la crescita sono soprattutto i comparti manifatturieri e le costruzioni. In tutto però sono circa 430 mila le entrate programmate dalle imprese a maggio, e osservando il trimestre maggio-luglio 2019 sono oltre 1,35 milioni quelle previste.

Torna in positivo anche l’andamento tendenziale della domanda di lavoro

Si tratta di dati segnalati dal Bollettino mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. Secondo il Bollettino torna in positivo anche l’andamento tendenziale della domanda di lavoro, con 4000 posizioni ricercate in più rispetto a maggio 2018. In particolare, il Sistema informativo Excelsior  evidenzia nell’industria una crescita complessiva di contratti pari a circa 11 mila attivazioni in più rispetto ai dodici mesi precedenti, pari a +9,5% in termini percentuali, con incrementi positivi in tutti i comparti.

Più attivi i settori più vocati all’export: meccatronica, metallurgia e Sistema Moda

Si confermano nell’ambito dei contratti attivati particolarmente dinamici i settori più vocati all’export, come la meccatronica e la metallurgia, che registrano rispettivamente un +10,6% e un +12,4% di entrate previste in chiave tendenziale, insieme al Sistema Moda, che mostra un incremento di oltre 1.300 posizioni rispetto a maggio del 2018.

In crescita però anche le costruzioni, che evidenziano una previsione di entrate di oltre il 10% superiore rispetto all’analogo periodo del 2018.

In termini di valori assoluti le performance migliori le registra il settore turistico

Il terziario, riferisce Adnkronos, registra invece una flessione del 2% circa rispetto a maggio dell’anno scorso, con un calo di oltre 6.600 contratti programmati. Pur in un quadro generale negativo, spiccano tuttavia i servizi dei media e comunicazione, che mostrano il tasso di incremento tendenziale più accentuato (+11,5%). In termini di valori assoluti le performance migliori si registrano però nel settore turistico, con un incremento di oltre 2.200 contratti rispetto al maggio 2018. Sempre nel mese di maggio si registra poi una sostanziale stabilità del tasso di imprese che assumono, pari al 17% del totale. E un’incidenza delle figure di difficile reperimento sul totale delle entrate previste simile a quella registrata negli ultimi tre mesi, ovvero, pari al 28%.

Clima e consumi. Gli italiani chiedono alle aziende più impegno

Quali sono le aspettative dei cittadini nei confronti delle aziende e delle società in termini di lotta ai cambiamenti climatici? E come incentivarle a realizzare prodotti con meno impatto sull’ambiente? Una vasta maggioranza di italiani (64%) non si sente sostenuta dalle imprese per quanto riguarda l’impegno a favore del clima. Si tratta di una percentuale al di sopra della media dei cittadini europei che esprimono lo stesso scetticismo. Sono infatti il 54% gli europei secondo i quali le imprese non contribuiscono all’impegno dei singoli nel contrastare i cambiamenti climatici. È quanto emerge dall’indagine sul clima della Banca europea per gli investimenti. Che, in collaborazione con YouGov, ha pubblicato il quinto pacchetto di risultati dell’indagine sul clima. Si tratta di un sondaggio che analizza come i cittadini percepiscono i cambiamenti climatici nell’Unione europea, negli Stati Uniti e in Cina.

Il 79% tiene conto dell’impatto potenziale di un prodotto sul clima

L’indagine rivela l’esistenza di un legame molto stretto tra comportamento dei consumatori italiani e lotta ai cambiamenti climatici: sono infatti il 79% (contro il 67% della media europea) gli italiani che al momento dell’acquisto tengono conto anche del potenziale impatto di un prodotto o servizio sul clima.

Riguardo alle possibili soluzioni per incentivare le imprese a ridurre le emissioni di gas a effetto serra, un’ampia fetta di italiani (48%) dichiara di privilegiare le misure di regolamentazione a livello nazionale. In questo caso, la percentuale è leggermente inferiore alla media europea (52%). In particolare, il 27% degli italiani ritiene che le misure più efficaci siano rappresentate da regolamenti e sanzioni, mentre il 21% confida nel fatto che incentivi fiscali sotto forma di sgravi e sovvenzioni possano promuovere modelli aziendali più ecologici.

Approccio all’acquisto, un divario generazionale

Per quanto riguarda le fasce di età, riporta AdnKronos, emerge un divario generazionale per quanto riguarda l’approccio all’acquisto. Se sono infatti il 32% gli italiani over 55 che definiscono molto importante l’impatto climatico di un prodotto o servizio, nella fascia d’età compresa fra 35-55 anni questa percentuale si attesta al 28%, uno scarto di 4 punti percentuali rispetto ai più “anziani”. Nella generazione più giovane, ovvero quella di età compresa tra i 18 e i 34 anni, la percentuale scende ancora, e si ferma al 21%,

“L’azione per il clima rappresenta un buon affare per le imprese”

“Per la lotta ai cambiamenti climatici è necessaria la partecipazione di tutti e in questo senso le imprese svolgono un ruolo fondamentale – sottolinea Emma Navarro, vicepresidente della Bei, responsabile per i finanziamenti a favore del clima e dell’ambiente -. I risultati dell’indagine mostrano che i cittadini si aspettano un maggior impegno nella lotta ai cambiamenti climatici da parte delle imprese. A questo proposito va chiarito che l’azione per il clima rappresenta un buon affare, e può generare benefici tangibili in termini di crescita economica e creazione di posti di lavoro”.

Igiene nei bagni della tua azienda? Meglio con i dispenser automatici di sapone

Nella tua azienda o locale pubblico, sia esso un ristorante, un bar, un hotel o una palestra, avrai sicuramente la necessità di installare un erogatore di sapone all’interno dei bagni. Di recente, l’attenzione verso questi prodotti, che solitamente sono installati a parete, è aumentata in virtù di una moltitudine di articoli immessi sul mercato, dalle caratteristiche similari ma, ad uno sguardo più approfondito, decisamente differenti.

Ad esempio, i dispenser sapone automatici sono piuttosto rari nei cataloghi dei diversi fornitori: questi modelli, dotati di fotocellula alimentata a batterie, sono chiaramente in grado di erogare il sapone (sotto forma di liquido o di schiuma) “on demand”, e questo consente un perfetto dosaggio ed un risparmio notevole nel lungo termine. Mediclinics Italia, uno dei principali player a livello nazionale di accessori per i bagni pubblici, può vantare un ampio assortimento di questi prodotti tra i quali appunto quelli automatici: inoltre, l’utilizzo dell’acciaio invece della plastica rende tutto l’ambiente nel quale saranno posizionati più bello, moderno ed elegante.

La plastica, appunto: ci sono dispenser di sapone fatti in questo materiale e ci sono poi invece quelli in acciaio inox: robustezza, igiene e durata sono i loro punti di forza. Ed attenzione, perché la finitura in acciaio, nel caso dei prodotti Mediclinics, non coinvolge solo il frontale: lo spessore è elevato, l’intero dispenser è in acciaio e questo lo rende un prodotto particolarmente apprezzato in tutto il mondo.

Altre caratteristiche apprezzate da chi installa i dispenser di sapone sono:

  • l’anti-sgocciolamento (che consente anche un risparmio di sapone)
  • la spia di livelo (essenziale per un puntuale refill)
  • l’estetica e la finitura in colori particolari, ad esempio il nero lucido

Mentre se analizziamo il punto di vista degli utilizzatori, particolarmente richieste sono:

  • la possibilità di appoggiarvi o appendervi degli oggetti (es. un rasoio)
  • l’erogazione di sapone sotto forma di schiuma (lavaggio più rapido)

Molti dei dispenser di sapone del catalogo Mediclinics, tra i quali appunto i modelli automatici in acciaio inox, sono acquistabili direttamente online, con prezzi e promozioni davvero accattivanti.

A ogni professione il suo delivery. Gli italiani e il cibo a domicilio al lavoro

Cresce l’abitudine di farsi recapitare il pranzo sul posto di lavoro. Soprattutto da chi si occupa di marketing e comunicazione, di finanza e amministrazione, e digital, i tre settori in cui si ordina più food delivery. E se a vincere è la pausa pranzo (72%) anche la cena recapitata in ufficio sta avendo un certo successo, soprattutto negli ambiti design e automotive. Da Nord a Sud, in città e anche nei piccoli centri, si ordina anche 2-3 volte al mese (30%),  lo ha scoperto l’Osservatorio Just Eat, che ha analizzato le abitudini di oltre 7.000 lavoratori appartenenti a 17 professioni, rivelando gusti, cibi e occasioni di consumo del digital food delivery.

Cosa vogliono gli italiani che scelgono il food delivery in ufficio

A riconoscere i plus del food delivery, come la praticità e la possibilità di sperimentare cucine lontane e della tradizione locale, sono in particolare i professionisti del marketing e comunicazione, i tempi di consegna affidabili sono fondamentali invece per le risorse umane, mentre la varietà è apprezzatissima nell’ambito dell’editoria. La possibilità di godere di sconti speciali, poi, è un must per il settore bancario, ma anche per chi lavora nella moda. Ordinare cibo a domicilio in ufficio però è anche un momento per condividere i pasti con i colleghi, tanto che il 30% ordina per il team, il 16% per gruppi più numerosi e il 28% con un altro collega.

I piatti più richiesti

Nel 2018 è il sushi a trionfare (39%), seguito dai panini con ingredienti a scelta (37%), e le piadine (36%). Tra i piatti preferiti nigiri saké e nigiri al salmone, uramaki ed edamame. Ma tra le cucine più trendy, e che dimostrano la maggior crescita, anche l’hawaiano poké, cresciuto in modo esponenziale. Quanto alla classifica dei generi, se il primo posto spetta alla cucina giapponese, il secondo se lo aggiudica la nostrana gastronomia, e al terzo la cucina healthy, sempre più ricercata a pranzo. Tra i “desk” degli Italiani si consumano però anche gelato, pinsa e proposte di rosticceria, e si confermano intramontabili i pack a domicilio di cucina giapponese, messicana e a base di pollo.

A ogni mestiere il suo pasto

Chi lavora nel marketing e comunicazione ama l’healthy, che vale anche per il settore immobiliare. Chi è attivo nel digitale preferisce l’hamburger, così come i liberi professionisti, mentre nelle risorse umane si ordina sushi, e nell’intrattenimento, cinese e ramen.  Nel settore sanitario/medicale predomina il sushi, a pari merito con chi è impiegato nel settore bancario e in quello finanziario/amministrativo, mentre chi è nelle vendite e nel commerciale vuole i tramezzini. Nell’estetica e nella bellezza spopolano le insalate, nella moda gli hamburger, nella grafica il pokè. Per il comparto food & beverage spazio a cinese e ramen, etnico per l’editoria, mentre nell’automotive i panini, insieme a design e arredamento.

Italia sempre più a due ruote

Il mercato a due ruote in Italia cresce, così come l’attenzione delle amministrazioni comunali verso gli spostamenti in bicicletta. Salgono infatti la disponibilità media di infrastrutture ciclabili, il numero di città dove è consentito trasportare le bici sui mezzi pubblici, e i Comuni dotati del servizio di bike sharing. Questa è la fotografia dell’Italia “ciclabile” scattata dal terzo rapporto Focus2R, l’Osservatorio Nazionale Infrastrutture, Sicurezza e Mobilità per le due ruote, promosso da Confindustria Ancma (Associazione Nazionale Cicli Motocicli Accessori) e Legambiente, ed elaborato da Ambiente Italia, società di consulenza ambientale.

Cresce la disponibilità media di piste ciclabili

L’indagine fornisce ogni anno i dati relativi alle politiche dedicate a ciclisti e motociclisti da 104 municipi capoluoghi di Provincia. Secondo il rapporto la disponibilità media di piste ciclabili, ciclopedonali e zone con moderazione di velocità a 20 e 30 km/h nel 2017 sale a 7,82 metri equivalenti (+9% rispetto al 2015). Reggio Emilia conferma il valore più alto dell’indice di infrastrutture per la ciclabilità (40,9 metri equivalenti/100 abitanti). A seguire Cremona, Mantova e Lodi, che arrivano a circa 30 metri, mentre Ravenna, Verbania e Vercelli si collocano tra i 20 e i 25.

Il 45% dei Comuni consente il trasporto di biciclette sui mezzi

Stabile, invece, la possibilità di accesso delle biciclette nelle corsie riservate ai mezzi pubblici, che rimane intorno al 20%. Il numero di Comuni in cui è consentito il trasporto di biciclette sui mezzi pubblici cresce dal 31% del 2015 al 45% del 2017. Stando ai dati del report, il numero di Comuni che hanno allestito postazioni di interscambio bici in tutte o almeno una stazione ferroviaria, cresce dal 69% al 73% del 2017. La disponibilità media di parcheggi per le biciclette è stabile intorno al 9%. E ancora, la percentuale di città dove sono disponibili punti di ricarica elettrici delle biciclette a pedalata assistita si conferma al 39% nel 2017 (38% nel 2016).

+6,1% le città con bike sharing, ma necessaria più sicurezza

Nel bike sharing, riporta Adnkronos, sale il numero di biciclette per ogni città: escludendo Milano, dove sono presenti 16.600 biciclette e 257.000 abbonati, in media sono disponibili 156 bici per Comune, distribuite in 16 stazioni con 2039 abbonati. In tutto sono 59 i Comuni dotati di un servizio di bike sharing (59%, in crescita del 6,1%), in 14 sono disponibili anche biciclette a pedalata assistita.

Le zone d’ombra riportate dall’indagine riguardano però la sicurezza. Scende infatti il numero dei Comuni che ha inserito almeno una misura in questa direzione per le biciclette nei Piani Urbano della Mobilità (-15,4%), mentre l’80% afferma di non avere messo in campo iniziative analoghe per le motociclette.

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