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Per 3 imprese su 4 occupazione stabile per metà 2020, ma la ripresa è lontana

Nei primi sei mesi del 2020 tre imprese su quattro hanno mantenuto stabile il numero dei propri occupati, e altre 36 mila (2,6%) li hanno aumentati.

Il saldo però è negativo, e tra imprese che hanno ridotto il numero dei dipendenti e quelle che l’hanno aumentato è pari al -18,7%. Circa 290 mila imprese, infatti, il 21,3% delle aziende italiane con dipendenti, hanno dovuto ridurre i livelli occupazionali, mentre. È quanto risulta dall’indagine Excelsior condotta tra il 25 maggio e il 9 giugno 2020 da Unioncamere in accordo con Anpal.

Segnali positivi per chi si è dotato di piani integrati di digitalizzazione

Vanno meglio le imprese esportatrici, che segnano -15,2 punti di differenza tra imprese in flessione e imprese in crescita rispetto al -19,1 delle non esportatrici. Dall’indagine emergono segnali positivi anche per le aziende già dotate di piani integrati di digitalizzazione, che mostrano una maggiore resistenza occupazionale, con un saldo negativo (-17,4) tra chi aumenta e chi diminuisce l’occupazione meno accentuato rispetto alle imprese non ancora digitalizzate (-19,3). Questo, grazie alle innovazioni precedentemente introdotte, riferisce Adnkronos. La prima risposta all’attuale situazione di crisi le imprese la stanno trovando proprio nell’accelerazione dei processi di digitalizzazione.

I nuovi investimenti puntano sugli ambiti strategici nella gestione dell’emergenza

Sono infatti 1.036 mila (circa il 75% dell’universo di riferimento) le imprese che stanno pianificando in questi mesi interventi di digitalizzazione, segnando una crescita di circa 7 punti percentuali rispetto al periodo precedente l’emergenza sanitaria (+91mila imprese). I nuovi investimenti puntano soprattutto sugli ambiti rilevati strategici nella gestione dell’emergenza. Tra questi, soluzioni digitali per una innovativa organizzazione del lavoro e delle relazioni con clienti e fornitori, reti digitali integrate (favorite anche da una maggiore diffusione del cloud), internet ad alta velocità e tecnologie iot, e utilizzo dei big data, digital marketing e più avanzata personalizzazione di prodotti/servizi.

La maggioranza delle imprese stima tempi lunghi per la ripresa

Si prevedono in ogni caso tempi lunghi per la ripresa. Tra le imprese con almeno un dipendente (circa 1,4 milioni), al di là di una quota minoritaria (180 mila) che dichiara di non aver subito perdite in questa crisi, la maggioranza (circa 580 mila), stima che la propria attività potrà tornare ai livelli pre-crisi non prima di giugno 2021. Solo poco meno di 219 mila imprese vedono più vicino, tra luglio e ottobre, il ritorno a una situazione accettabile, e 381 mila traguardano tale obiettivo per fine del 2020.

Attenzione all’adware nei dispositivi mobili

Un’infezione della partizione di sistema comporta un alto livello di rischio per gli utenti dei dispositivi mobili infettati, poiché le soluzioni di sicurezza non possono accedere alle directory di sistema e non possono dunque rimuovere i file dannosi. Secondo i ricercatori di Kaspersky questo tipo di infezione sta diventando uno dei metodi più diffusi per installare adware, un software creato per visualizzare pubblicità invasiva. Secondo quanto emerso dalle ricerche di Kaspersky sugli attacchi rivolti ai dispositivi mobili, il 14.8% degli utenti colpiti da un malware o un adware nel 2019 è stata vittima di un’infezione della partizione di sistema, che ha reso impossibile eliminare i file malevoli.

L’infezione può avvenire in due modi

I ricercatori di Kaspersky evidenziano come anche le applicazioni di default preinstallate rappresentano un problema. A seconda del produttore, il rischio di incorrere in applicazioni che non possono essere disinstallate può oscillare dall’1 al 5% nei dispositivi di fascia bassa, e salire al fino al 27% nei casi più gravi. L’infezione può avvenire in due modi: la minaccia può ottenere i permessi di root su un dispositivo e installare l’adware nella partizione di sistema, oppure il codice che permette di visualizzare gli annunci pubblicitari può essere inserito nel firmware del dispositivo prima ancora che venga utilizzato dall’utente.

Tra le minacce scoperte nelle directory di sistema, Kaspersky ha individuato una serie di programmi dannosi: dai Trojan, che possono installare ed eseguire applicazioni a insaputa dell’utente, fino alla pubblicità, minaccia meno pericolosa ma comunque invasiva.

Alcuni vendor incorporano adware nei propri smartphone

In alcuni casi, i moduli adware erano stati preinstallati prima ancora che l’utente entrasse in possesso del dispositivo. In questo caso, le conseguenze possono essere indesiderate e impreviste. Ad esempio, molti smartphone dispongono di funzioni che consentono l’accesso remoto al dispositivo. In caso di abuso, questa funzione potrebbe causare la compromissione dei dati del dispositivo dell’utente. Alcuni vendor hanno dichiarato di incorporare adware nei propri smartphone. Mentre alcuni di loro permettono di disabilitarli, altri non concedono questa opzione, motivando la scelta come parte di un modello di business che abbatte i costi del dispositivo per l’utente finale. L’utente è spesso costretto a scegliere se comprare il dispositivo a prezzo pieno oppure acquistarlo a un prezzo inferiore visualizzando pubblicità per tutto il tempo del suo utilizzo.

Gli utenti non sospettano di acquistare un cartello pubblicitario tascabile

“L’analisi di Kaspersky ha dimostrato che gli utenti dei dispositivi mobili non solo sono regolarmente esposti ad attacchi di adware e altre minacce, ma che il loro dispositivo può essere compromesso anche prima dell’acquisto – spiega Igor Golovin, Kaspersky security researcher -. Gli utenti non sospettano di acquistare un ‘cartello pubblicitario tascabile’. Diversi fornitori di dispositivi mobili massimizzano i profitti integrando nel device strumenti di advertising, nonostante questi rappresentino un fastidio per gli utenti. Questa non è una pratica corretta – continua Golovin – sia per quanto riguarda la sicurezza sia l’usabilità”.

TikTok “organizza” tour virtuali nei musei del mondo

Un viaggio virtuale nei musei più importanti del mondo, che durante i mesi di lockdown hanno dovuto trovare un modo per continuare a mostrare le proprie opere nonostante le porte chiuse al pubblico. E TikTok, la piattaforma di video brevi, ha aperto una finestra sui capolavori dell’arte mondiale. Con un programma di dirette lungo una settimana, dal Museo del Prado di Madrid al Rijksmuseum di Amsterdam fino alle Gallerie degli Uffizi di Firenze, il Naturkundemuseum di Berlino e il Grand Palais di Parigi, TikTok ha aperto le porte delle loro sale offrendo un tour guidato con i creator più amati della piattaforma.

Le Gallerie degli Uffizi in diretta streaming

Il programma delle live su TikTok con il co-host dei creator è stato inaugurato martedì 9 giugno dal Naturkundemuseum, con l’Appuntamento con i dinosauri, in compagnia di Niko. L’11 giugno, TikTok ha portato gli utenti alla mostra POMPEII, tra le stanze del Grand Palais di Parigi, e venerdì 12 giugno, alle 19,30, le Gallerie degli Uffizi di Firenze sono state il primo museo italiano a realizzare su TikTok una diretta streaming con l’aiuto della creator Martina Socrate. “Una visita speciale, con una ospite molto speciale, che siamo felici di accogliere nelle sale della Galleria delle Statue e delle Pitture”, ha commentato il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt.

Un modo nuovo di far conoscere l’arte alle generazioni più giovani

Il 16 giugno è stata la volta del Museo del Prado di Madrid, riporta Askanews, mentre il 18 giugno, alle ore 17, è stato il Rijksmuseum di Amsterdam (@rijksmuseum) a fare un tour guidato dedicato al pittore Rembrandt e ai segreti del museo nazionale olandese con James Lewis. L’interesse suscitato da alcune iniziative messe in campo proprio nelle settimane di lockdown ha aperto la strada a un modo nuovo di comunicare e far conoscere l’arte alle generazioni più giovani, come Gen Z e Millennials. Oltretutto, la settimana dei musei è avvenuta in un momento cruciale, ovvero la riapertura dei luoghi della cultura dopo la chiusura imposta nei mesi passati dal Covid-19.

L’hashtag challenge #MuseoACasa

Le dirette TikTok con la partecipazione dei creator più popolari della piattaforma verranno affiancate da ulteriori iniziative, come l’hashtag challenge #MuseoACasa (“Se casa tua fosse un museo, come descriveresti i tuoi capolavori? Indossa i panni del critico d’arte e guidaci per un tour nel tuo #museoacasa”).

La sfida è corredata anche da un filtro interattivo realizzato per l’occasione. Ma c’è di più, TikTok mette infatti a disposizione degli utenti italiani anche la playlist dedicata MuseoACasa.

Al tempo del Covid-19 la sicurezza vale anche al volante

I rischi legati alla pandemia non sono cessati, e la guardia va mantenuta alta anche durante la Fase 2. Non solo in ufficio, nei supermercati o all’aperto, ma anche mentre si è alla guida di un’auto. Dopo aver guidato o essere stati dentro un autoveicolo è bene infatti lavarsi sempre le mani, e non toccarsi occhi, naso e bocca. Se si viaggia insieme ad altri, ricordarsi di indossare mascherine, e possibilmente, tenere aperto il finestrino. Inoltre, pulire sempre volante, freno a mano e la leva del cambio con preparati a base di alcol. E fare attenzione ai filtri dell’aria condizionata Questi sono alcuni dei consigli dell’Istituto superiore della sanità (Iss) rivolti a chi, a seguito della riapertura delle attività produttive prevista nella Fase 2, userà nuovamente la propria auto, o vetture in car-sharing.

Indossare le mascherine e tenere la distanza anche in auto

L’utilizzo delle mascherine, ricordano gli esperti, “non è necessario se si viaggia da soli”, ma lo diventa se si è insieme a persone che non convivono nella stessa abitazione. Se si viaggia con persone che non convivono nella stessa abitazione all’interno dell’auto bisogna viaggiare mantenendo la distanza di sicurezza, ovvero, in automobile si può viaggiare al massimo in due, e il passeggero deve sedersi sul sedile posteriore. Inoltre, se possibile, tenere aperto il finestrino.

Sanificazione e aria condizionata

L’Iss consiglia poi di pulire le superfici interne dell’auto con un panno in microfibra e preparati a base di alcol. L’uso di candeggina e Amuchina non è consigliato, perché l’ipoclorito di sodio presente potrebbe avere un’azione aggressiva su pelle e plastica. Inoltre, per un’igiene corretta dell’abitacolo, usare l’aspirapolvere sulla tappezzeria, oppure se si sceglie di lavarla, farlo con gli appositi prodotti detergenti, prestando particolare attenzione ai tappetini dell’auto, che se usurati, possono essere sostituiti.

Controllare periodicamente i filtri dell’aria condizionata. Per una pulizia in profondità, togliere anche il filtro dell’aria, e sanificare le bocchette e i tubi che mettono in circolo l’aria stessa.

Viaggiare in car sharing

Quando si utilizza un’auto in car sharing sarebbe bene munirsi di un panno a microfibra e un preparato a base di alcol per pulire tutte le superfici che possono essere state toccate da altre persone, dal volante alla leva del cambio, dal freno a mano alle bocchette dell’aria, e poi cinture di sicurezza, indicatori di direzione, interruttori per tergicristalli e luci, specchietto retrovisore interno, e la leva per regolare lo specchietto retrovisore esterno. E ancora, chiavi e maniglie.

Per guidare si possono utilizzare i guanti, avendo però cura di non toccarsi gli occhi, il naso e la bocca, di sfilarli al rovescio e di smaltirli nell’indifferenziata, evitando di abbandonarli in giro.

Pandemia e sfide green, cosa dovrebbe cambiare

La pandemia sta sconvolgendo modi di vivere e modelli produttivi, ma apre anche una riflessione su come ripensare le abitazioni e le città per vincere le sfide delle green city. Il dossier Pandemia e sfide green del nostro tempo, elaborato dal Green City Network e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, in partnership con Ecomondo – Key Energy, affronta i temi legati ai consumi e al vivere green nello scenario dell’emergenza sanitaria.

“Potremmo vivere questo incredibile periodo di forzata sperimentazione collettiva come occasione da cogliere per decidere di produrre nuove forme e nuovi spazi dell’abitare – afferma Fabrizio Tucci, Professore ordinario della Sapienza Università di Roma e Coordinatore del Green City Network – più inclusivi per le fasce più deboli, e più in linea con gli obiettivi propri di quello che definiamo green city approach”.

Ripensare il rapporto tra uomo e cibo

L’emergenza sanitaria deve spingerci a ripensare il rapporto tra uomo e cibo, a partire proprio dalle città, che nel 2050 ospiteranno il 70% della popolazione mondiale. Ma le vicende di questi giorni, si legge nel dossier, hanno messo in evidenza come sistemi colturali troppo aggressivi possano determinare, anche indirettamente, conseguenze negative sugli equilibri ambientali e sul benessere della popolazione. Consumando ci limitiamo a vedere solo i prodotti finiti che utilizziamo e gli oggetti che usiamo, ma difficilmente riflettiamo sul fatto che questi prodotti/oggetti sono fatti con materiali prelevati in grandi quantità in diverse parti del mondo. Occorre quindi fare il possibile per evitare un crollo della raccolta differenziata e del riciclo dei rifiuti. E l’economia circolare, riporta Adnkrono,s è una scelta necessaria per il futuro dell’economia.

Nel breve periodo crollano le emissioni di Co2

Il crollo dei consumi energetici nelle attività produttive e nel trasporto sta generando una riduzione delle emissioni di Co2 nel breve periodo. Prevedibilmente, però, non durerà, e non dovrebbe portare a sottovalutare l’impegno necessario e di lungo termine per contrastare il riscaldamento globale. I consumi medi di una abitazione italiana normalizzati rispetto alle condizioni climatiche medie europee sono alti, pari a 1,91 tep/anno, contro i 1,66 tep/anno della Germania, i 1,58 tep/anno della Danimarca, o i 1,28 tep/anno della Svezia. Solo il Belgio (1,95 tep/anno) e il Lussemburgo (2,36 tep/anno) fanno peggio dell’Italia. In questo quadro la decarbonizzazione del settore civile resta una priorità.

Abitare le città con il green building approach

Le città sono prive di traffico da quando il coronavirus ha costretto tutti a restare a casa. Per evitare che a crisi finita si ritorni al traffico congestionato e inquinante si deve aprire una riflessione sul modello di mobilità urbana e su come cambiarlo. I cambiamenti riguardano però anche l’abitare. Lo smart working ha fatto sì che l’abitazione sia concepita non più solo come dormitorio, ma anche luogo di lavoro, studio e cultura, svago e socialità. La pandemia ha anche insegnato l’importanza di balconi, terrazzi, cortili e giardini, anche condominiali. Spazi intermedi che possono svolgere ruoli importanti, anche dal punto di vista ambientale, con il green building approach.

Il 72% dei genitori gioca ai videogames con i figli

I videogames si giocano in famiglia. Il 72% dei genitori europei dichiara infatti di giocare ai videogiochi insieme ai propri figli, e lo fa in media 10 volte al mese. Forse perché quasi la metà di loro, il 49%, non crede siano al sicuro quando giocano online da soli. Ma non è l’unico motivo. Giocare con i propri figli ai videogames è un passatempo sempre più apprezzato, e di grande popolarità fra i genitori. A confermarlo è un’indagine di Microsoft, secondo la quale la condivisione di momenti videoludici è diventata un’attività molto più popolare rispetto ad altre considerate più tradizionali, come, ad esempio. andare al cinema, fare un giro al centro commerciale o giocare a nascondino. Solo le favole della buonanotte, le passeggiate e la visione di contenuti in tv li battono per frequenza.

Per il 73% degli intervistati il gaming rafforza l’intesa

Ma perché tanti genitori amano giocare ai videogames con i propri figli? Secondo la ricerca di Microsoft, che ha preso in esame un campione di 12 mila famiglie europee, tra cui 2.000 italiane, il 73% degli intervistati afferma che trascorrere del tempo giocando ai videogames rafforza l’intesa tra genitore e figlio, e il 72% crede che il gaming aiuti a cogliere alcuni aspetti della personalità dei propri bambini. E il 61% dei genitori concorda sul fatto che giocare con i propri bambini li aiuta a sentirsi più aggiornati sugli ultimi trend, riporta Ansa.

Meglio conoscere a quali giochi accedono online i bambini

L’indagine ha inoltre rivelato che i genitori si sentono più sicuri quando conoscono a quali giochi i loro figli accedono online, con l’81% che afferma di sapere esattamente a quali contenuti giocano. Tuttavia, nonostante la fiducia generale nei confronti del mondo videoludico, i genitori tendono a preoccuparsi delle persone con le quali i loro figli interagiscono online. Sebbene il 66% dei genitori italiani dichiari di sapere quali sono gli interlocutori dei propri figli, quasi la metà di loro, il 49%, non crede che i bambini siano al sicuro quando giocano online.

Creare un Family Group e avvalersi dei Family Setting

“Siamo davvero soddisfatti che i genitori in Europa conoscano così tanti aspetti dell’attività videoludica dei propri figli – commenta Cédric Mimouni, responsabile Xbox per l’Area Mediterranea e Iberica -. La mission di Microsoft è far sì che ciascuno realizzi il proprio potenziale e questo significa anche aiutare le famiglie a divertirsi giocando insieme.  Inoltre – prosegue Mimouni – vorremmo che i genitori si sentissero tranquilli anche quando ripongono il controller, sapendo che i loro figli accedono a contenuti appropriati anche quando giocano da soli. Per questa ragione – aggiunge ancora Mimouni – consigliamo caldamente di creare un Family Group e avvalersi dei Family Setting”.

A luglio 2019 vendite al dettaglio a -0,5% rispetto a giugno

Lo comunica l’Istat: a luglio 2019 la stima per le vendite al dettaglio è di una diminuzione congiunturale dello 0,5% in valore e dello 0,7% in volume. In flessione sia le vendite dei beni alimentari (-0,1% in valore e -0,5% in volume) sia quelle dei beni non alimentari (-0,7% in valore e in volume).

Nel trimestre maggio-luglio 2019, rispetto al trimestre precedente, le vendite al dettaglio aumentano invece dello 0,5% sia in valore sia in volume. E risultano in aumento sia le vendite dei beni alimentari (+0,7% in valore e +0,5% in volume) sia quelle dei prodotti non alimentari (+0,3% in valore e +0,4% in volume).

Su base annua le vendite sono aumentate per tutti i beni

Su base annua, continua l’Istat, le vendite al dettaglio registrano un aumento del 2,6% in valore e del 2,8% in volume. Sono in crescita sia le vendite dei beni alimentari (+3,2% in valore e +2,4% in volume), sia quelle dei beni non alimentari (+2,1% in valore e +3,1% in volume).

Per quanto riguarda le vendite dei beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali positive per tutti i gruppi di prodotti. Gli aumenti maggiori però riguardano le Dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+6,4%), e le Calzature, articoli in cuoio e da viaggio (+6,1%).

La contenuta flessione congiunturale di luglio segue l’incremento registrato a giugno

Rispetto a luglio 2018 il valore delle vendite al dettaglio sono aumentate del 3,3% per la grande distribuzione, e dello 0,9% per le imprese operanti su piccole superfici. In forte crescita poi il commercio elettronico (+23,2%).

“La contenuta flessione congiunturale di luglio – commenta l’Istat – segue il più ampio incremento registrato a giugno 2019. A luglio 2019, la crescita tendenziale del valore delle vendite al dettaglio è in accelerazione rispetto a quella registrata nel mese precedente e risulta diffusa a tutte le classi dimensionali d’impresa”.

Crescita più intensa per le imprese di maggiore dimensione

La crescita è più intensa per le imprese di maggiore dimensione (con almeno 50 addetti), che mostrano un incremento del 4,3%, mentre un aumento più contenuto caratterizza sia le imprese fino a 5 addetti (+0,9%), sia quelle da 6 a 49 addetti (+1%). Se si considera la dinamica tendenziale del valore delle vendite da inizio anno, riporta Askanews, la crescita interessa però solo le grandi imprese (+2,2%), che includono anche le principali piattaforme digitali. Mentre per le altre imprese si registrano flessioni di diversa intensità: -1,2% per le imprese fino a 5 addetti, e -0,1% per quelle da 6 a 49 addetti.

Il paesaggio italiano verrà salvato da Big Data e nuove tecnologie

A difesa dei nostri paesaggi da cemento e cambiamenti climatici vengono in aiuto i Big Data e le nuove tecnologie. Droni, satelliti e tecniche di analisi del Dna ambientale aiuteranno a ridisegnare il paesaggio italiano perchè consentono di monitorare il territorio in modo capillare, coinvolgendo in prima persona anche i cittadini attraverso la cosiddetta “citizen science”. Questa la soluzione che emerge dal congresso mondiale sulla sfide dell’antropocene, l’attuale era geologica segnata dall’azione dell’uomo, promosso dall’Associazione internazionale per l’ecologia del paesaggio, e organizzato dalla Società italiana di ecologia del paesaggio (Siep-Iale) all’Università di Milano-Bicocca.

La minaccia del riscaldamento globale

“L’Italia ha una ricchezza straordinaria di paesaggi, modellati da millenni di relazione tra uomo e ambiente: pensiamo per esempio al Chianti, al Salento o alle colline degli Appennini”, afferma Emilio Padoa-Schioppa, docente di Ecologia all’Università di Milano-Bicocca e vicepresidente della Siep-Iale.

Oggi sono in atto molte trasformazioni che minacciano questi splendidi mosaici di ecosistemi, primo fra tutti “il riscaldamento globale – continua l’esperto – che investirà prima il Sud per poi avanzare verso Nord, determinando la migrazione di specie e l’isolamento degli habitat sommitali di montagna, soprattutto sugli Appennini”.

“Raccogliere grandi quantità di dati con una precisione senza precedenti”

Un altro trend preoccupante riguarda “le pianure, dove stiamo perdendo suolo agricolo a favore di suolo urbanizzato con un ritmo insostenibile, e le zone montane e collinari, dove lo spopolamento sta portando alla ricrescita delle foreste che, per quanto positiva, può comportare la scomparsa di specie importanti”, aggiunge Emilio Padoa-Schioppa.

Davanti a questi problemi urgenti oggi vengono date “tante risposte, locali e non sempre coordinate”, sottolinea il docente. Quello che servirebbe, però, è un “investimento a livello nazionale sul monitoraggio di habitat, paesaggi e biodiversità, in collaborazione con le società scientifiche che se ne occupano”. Monitorare, secondo Padoa-Schioppa, vuol dire “raccogliere grandi quantità di dati con una precisione senza precedenti, così come ci consentono oggi le nuove tecnologie”.

Droni, satelliti e la citizen science insieme per la tutela degli ecosistemi

In particolare, l’esperto fa riferimento alle tecniche di sequenziamento del Dna ambientale, che partendo da un piccolo campione di suolo o acqua permettono di ricostruire il Dna delle specie viventi presenti in quell’habitat specifico, riporta Ansa. “Pensiamo anche ai droni – sottolinea l’esperto – che con videocamere e sensori possono raccogliere informazioni in luoghi altrimenti inaccessibili. O ancora ai satelliti, che dallo spazio possono dirci cosa accade al suolo con un flusso continuamente aggiornato di dati”.

Anche i cittadini appassionati di scienza potrebbero partecipare attivamente, sia alla raccolta dei dati sia alla loro elaborazione. La citizen science, aiuterebbe infatti a diffondere una nuova consapevolezza nella società.

Visto Usa, ora richiede l’account social

Chi richiede il visto per gli Stati Uniti ora dovrà fornire anche i dettagli relativi al proprio profilo sui social media. Le nuove regole previste dal Dipartimento di Stato e quello di Sicurezza interna statunitense stabiliscono infatti che insieme ai consueti documenti dovranno essere forniti anche i nomi che compaiono sui social media per un periodo retroattivo di cinque anni.

La proposta risale a due anni fa, ma se in passato questi dati erano richiesti solo a coloro per i quali erano necessarie verifiche aggiuntive, come i provenienti da parti del mondo controllate da gruppi terroristici, ora riguarda tutti.

L’intera esistenza online sotto la lente delle autorità statunitensi

Chiunque faccia richiesta di un visto Usa immigrante o non immigrante è quindi tenuto a elencare i propri username, cioè i propri identificativi degli account aperti e gestiti nel quinquennio passato. Le piattaforme interessate? Facebook, Twitter, Flickr, Instagram, LinkedIn, YouTube, Reddit, Pinterest, MySpace e altre. Anche quelle “estinte”, come Vine e Google+.

Insieme a queste informazioni si aggiungono i numeri di telefono ed eventuali indirizzi email precedentemente utilizzati, anche se questi, secondo un test del sito Medianama, non sembrano ancora richiesti.

L’intera esistenza online entra quindi definitivamente a far parte del curriculum messo sotto la lente dalle autorità statunitensi. Che in base alle informazioni deciderà se accordare o meno il permesso di entrare e rimanere per un certo periodo in uno dei cinquanta stati.

Esclusa l’autorizzazione Esta per trasferte di breve durata

La nuova policy del dipartimento di Stato è figlia diretta dell’ordine esecutivo Protecting the Nation from Foreign Terrorist Entry into the United States, approvato nel marzo 2017 da Donald Trump. Ma se nello scorso biennio riguardava solo i soggetti transitati in territori ad alto rischio terroristico (secondo Associated Press circa 65mila all’anno), la richiesta diviene ora obbligatoria per chiunque, esclusi i visti diplomatici e certi tipi di autorizzazioni ufficiali. Anche le autorizzazioni Esta per entrare negli Stati Uniti, destinate ai cittadini dei Paesi aderenti al Visa Waiver Program, fra cui l’Italia, rimangono escluse dall’obbligo. Ma valgono pur sempre per viaggi di turismo e affari per un massimo di 90 giorni per soggiorno, riporta la Repubblica, e180 nell’anno solare, oltre al transito. L’indicazione dei propri social resta, in quel caso, facoltativa.

La misura potrebbe riguardare circa 15 milioni di persone

A una prima stima la misura potrebbe riguardare circa 15 milioni di persone, compresi i visti per affari e per motivi di studio. Una pervasività ben più rigida dell’epoca di Barack Obama, quando l’indicazione dei social era facoltativa, e che ha ovviamente sollevato le proteste di numerose organizzazioni per i diritti civili. Rimangono fra l’altro numerosi dubbi sul provvedimento. Come fare con gli account privati? E con le piattaforme non elencate o ancora con quelle non più attive come quella di Big G? Non solo: che tipo di trattamento riceveranno gli account satirici, quelli dei giornalisti, degli attivisti, o di chi si occupa per principio di analizzare le azioni del governo statunitense?