Info, statistiche e referenze

Autore: Rosanna Lamberti (Pagina 1 di 8)

Estate 2022: più del 75% degli italiani sceglie il Bel Paese

Tra mare, montagna, città d’arte, borghi storici, park per appassionati di sport e ottimo cibo, il nostro Paese è in grado di rispondere alle esigenze di ogni tipo di turista. Lo confermano le preferenze degli italiani per l’estate 2022. Quest’anno infatti il 75,7% di chi ha già prenotato le vacanze non si allontanerà dall’Italia, così come il 66,8% di chi non ha ancora prenotato, che sembra avere intenzione di rimanere all’interno dei confini nazionali. Cresce però la percentuale di italiani che chiederà un prestito per le vacanze: dal 5,5% che lo ha fatto negli ultimi 3 anni al 16% che lo farà quest’anno.
È quanto emerge dall’ultima survey svolta da Younited, fintech del credito istantaneo in Europa, su un campione di oltre 4.300 partecipanti.

Più vacanze italiane, molto meno all’estero

Dopo l’Italia le più sognate sono le mete europee, scelte dal 17,3% di chi ha già prenotato e dal 20,9% di chi non l’ha ancora fatto, mentre le nazioni extra-europee sono state scelte dal 7% di chi ha già prenotato e dal 12,3% di chi non ha ancora effettuato una prenotazione. La vacanza tanto sognata per un anno rappresenta però una spesa importante per il bilancio di molti italiani, e per questo richiede un’attenta pianificazione del budget. Più di un quarto degli intervistati (34,3%) prevede una spesa di oltre 1.000 euro, in crescita rispetto al 27,2% dell’anno scorso, e un ulteriore 23,7% fra i 750 e i 1.000, in leggero calo rispetto al 25,8% del 2021.

Il 16,4% afferma di prevedere una spesa inferiore

Sono solo il 10% coloro che affermano che spenderanno meno di 250 euro e 15,3% quelli che ne spenderanno fra 250 e 500, mentre il 16,7% dichiara di prevedere una spesa fra 500 e 700 euro. Rispetto al 2021, le percentuali di chi dichiara che spenderà all’incirca quanto l’anno scorso e di chi invece spenderà di più, sono più o meno equivalenti: 43,6% nel primo caso e 40,1% nel secondo. Solo il 16,4% afferma di prevedere una spesa inferiore.

Cresce la percentuale di chi chiederà un prestito

I pochi risparmi sono la motivazione della scelta di richiedere un prestito per più della metà (63,4%) di coloro che ricorreranno a questa soluzione nel 2022, mentre il 17,6% sostiene di voler fare una vacanza più lunga, e l’8,9% di aver scelto mete più costose. Per il 5,3% la scelta è dettata da un ampliamento del nucleo familiare e per il 4,9% da una diminuzione del salario. La possibilità di dilazionare il pagamento, che permette di non rinunciare a un momento di spensieratezza distribuendo l’impatto economico su diversi mesi, è il vantaggio più apprezzato dagli intervistati (47,5%), seguito dall’opportunità di soddisfare le esigenze della famiglia (37,5%).

Le preoccupazioni di Millennial e GenZ: clima, carovita e lavoro 

Secondo la Millennial e GenZ Survey 2022 di Deloitte, cambiamento climatico, costo della vita e lavoro sono le tre principali preoccupazioni dei Millennial e della GenZ italiani.
“Il dato, in continuità rispetto all’edizione precedente, fa emergere una sensibilità che istituzioni e imprese italiane devono recepire e trasformare in proposte di sostenibilità concrete e credibili. Un altro dato molto interessante – afferma il ceo di Deloitte Italia, Fabio Pompei -, è la preoccupazione crescente dei giovani sul carovita: una tendenza inevitabilmente legata alla ondata inflazionistica che stiamo vivendo a causa della pandemia e della guerra in corso in Ucraina. I giovani sono i primi a risentire dell’aumento dei prezzi e, non a caso, anche quest’anno la paura di rimanere disoccupati è tra le tre prime preoccupazioni”.

Cambiamento climatico: la sfida numero uno

Insomma, i giovani del nostro Paese si confermano particolarmente sensibili al tema del cambiamento climatico. Per il 42% dei GenZ e il 37% dei Millennial il cambiamento climatico è la sfida numero uno da affrontare, e l’80% dei GenZ e il 76% dei Millennial pensano che siamo vicini al ‘punto di non ritorno’ nella risposta al cambiamento climatico. Non solo: il 72% della GenZ e il 77% dei Millennial afferma di aver sperimentato di persona almeno un evento meteorologico grave negli ultimi 12 mesi. Ma per ridurre il proprio impatto ambientale il 95% dei Millennial e il 96% della GenZ affermano di ‘fare uno sforzo per proteggere l’ambiente’.

Sempre più preoccupati dal costo della vita

Le ragazze e i ragazzi sono sempre più preoccupati dal costo della vita: solo il 25% della GenZ e il 21% dei Millennial afferma di poter pagare senza problemi le proprie spese, e quasi la metà vive con i soldi contati di mese in mese. Queste dinamiche incidono sulla capacità di risparmio dei giovani, sempre meno ottimisti sulla probabilità di arrivare alla pensione con tranquillità. A livello globale, solo il 41% della GenZ e dei Millennial è convinto che riuscirà ad andare in pensione e a essere tranquillo finanziariamente. In Italia i numeri sono anche più critici: solo il 28% della GenZ e il 30% dei Millennial è ottimista sulle proprie prospettive previdenziali.

Lavoro: work life balance e opportunità di crescita i fattori premianti

Dopo due anni di sperimentazione di lavoro da remoto, GenZ e Millennial hanno le idee chiare su cosa si aspettano dal mondo del lavoro. I fattori che contano di più per Millennial e GenZ sono il work life balance e le opportunità di apprendimento e crescita. Il work life balance è il primo fattore di scelta soprattutto per i Millennial (36%) che cercano un nuovo impiego. Significativi anche i numeri sul lavoro da remoto, riporta Adnkronos. Quasi la metà della GenZ e dei Millennial italiani lavora quasi sempre in ufficio, ma la maggior parte (67% GenZ e 63% Millennial) preferirebbe un modello di lavoro ibrido, in cui si garantisca maggiore flessibilità.

Competenze digitali, gli italiani hanno ancora da imparare

Come si posizionano gli italiani, a livello europeo, in merito alle loro competenze digitali? I nostri connazionali hanno qualche difficoltà anche a livello base, e per questo si collocano al di sotto della media registrata dagli altri cittadini del Vecchio Continente. A decretare questo risultato una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzata su elaborazione di dati Istat, Eurostat e Unioncamere sistema informativo. Nel 2021 in Europa gli individui che possiedono competenze digitali superiori al livello base sono in media il 26%. Sopra la media europea si collocano l’Olanda (52%), la Finlandia (48%), l’Islanda (45%), la Norvegia (43%), l’Irlanda e la Svizzera (40%). Al contrario, i Paesi con il numero minore sono l’Albania (4%), Bosnia ed Erzegovina (5%), Macedonia del Nord e Bulgaria (8%), Montenegro e Romania (9%). L’Italia si trova ancora sotto la media europea registrando il 23% di individui con competenze digitali superiori al livello base.

Quadro italiano: competenze digitali elevate nel Nord
Le competenze digitali sono la chiave della futura trasformazione tecnologica della maggior parte delle aziende. Sempre più imprese richiedono ai propri dipendenti, oltre alle skills di base, di possedere competenze digitali elevate. Com’è, a tal proposito, la situazione italiana corrente? A livello regionale, si evince che la percentuale degli individui che possiedono un livello elevato di competenze digitali si raggruppa nel Nord Italia, principalmente in Valle d’Aosta (28,3%), Lombardia (26,6%), Friuli-Venezia Giulia (25,8%), Trentino-Alto Adige (25,7%) ed Emilia-Romagna (25%). Al contrario, si nota un minor numero di individui che detengono competenze digitali elevate in Sicilia (14,4%), Campania (16,6%), Calabria (16,7%), Basilicata (17,8%) e Puglia (18%). Le fasce d’età risultano essere un fattore importante: con l’aumento degli anni, infatti, il livello di competenze digitali diminuisce. I giovani tra i 20-24 anni possiedono un livello di competenze avanzato (41,5%) insieme ai ragazzi tra i 16-19 anni (36,2%). Il livello scende fra gli adulti tra i 45-54 anni (20,3%) e tra i 65-74 anni (4,4%).

Competenze digitali richieste dalle imprese per ripartizione territoriale
L’innovazione digitale comporta la necessità di nuove figure professionali qualificate dotate del giusto background di competenze tecnologiche di base e specialistiche. Quali sono le competenze digitali richieste dalle imprese italiane? Dove si concentra maggiormente questa richiesta? Nel 2021 si evince che la richiesta da parte delle imprese di competenze digitali e linguaggi e metodi matematici è maggiore al Nord Ovest rispetto al resto del Paese. In Italia sono particolarmente richieste le competenze digitali elevate al Nord Ovest (23,4%), al Centro (21,8%), al Sud e nelle Isole (20%) ed al Nord Est (18,4%). Al secondo posto delle competenze richieste si trovano le capacità di utilizzo dei linguaggi e metodi matematici, sempre con prevalenza al Nord Ovest (17,3%), al Sud e Isole (16,3%), al Nord Est (14,6%), e al Centro (15,5%). Al terzo posto, con una richiesta inferiore, le capacità di gestione delle soluzioni innovative che, a differenza delle prime due, vengono predilette maggiormente al Sud e nelle Isole (13,1%), il Nord Ovest (10,9%), il Centro (10,3%), infine il Nord Est (8,8%).

Casa: ad aprile crescita “lenta” per i prezzi dell’usato: +0,3% 

Rispetto al mese di marzo, ad aprile 2022 l’importo medio pagato per una casa in Italia è aumentato in media dello 0,3%.  Secondo l’ufficio studi del portale immobiliare idealista, nel mese di aprile 2022 il prezzo medio delle abitazioni di seconda mano è salito a 1.692 euro al metro quadro. Tuttavia, la variazione annuale è ancora negativa, e rispetto ad aprile 2021 si attesta a -1,7%. Tra le regioni italiane, 14 su 20 hanno fatto registrare aumenti dei prezzi, con i rialzi più significativi concentrati in Valle d’Aosta (3,9%) e nel Friuli-Venezia Giulia (1,2%). Gli altri incrementi, ma sotto la soglia dell’1%, vanno dallo 0,9% della Sardegna allo 0,2% dell’Umbria, mentre per Piemonte e Abruzzo i prezzi restano invariati. Quanto ai cali, sono riferibili soprattutto al Molise, dove i prezzi sono scesi del -1,7%, seguito dalla Basilicata (-1,3%), la Toscana (-0,9%) e la Sicilia (-0,2%).

Valle d’Aosta la regione più cara d’Italia, Sicilia la più economica

Sul fronte dei prezzi, la Valle d’Aosta, con 2.660 euro al metro quadro, è la regione più cara d’Italia, seguita dal Trentino-Alto Adige (2.542 euro/metro quadro) e la Liguria (2.411 euro/metro quadro).
Prezzi superiori alla media italiana di 1.692 euro al metro quadro anche per la Toscana (2.255 euro/metro quadro), il Lazio (1.963 euro/metro quadro) e la Lombardia (1.746 euro/metro quadro).
Tra le 14 regioni con valori medi inferiori ai valori nazionali, le più economiche sono la Sicilia (999 euro/metro quadro), il Molise (882 euro/metro quadro), e la Calabria, con 851 euro.

A Napoli in un anno prezzi maggiori del +1,9%, a Roma -0,9%  

E nelle città italiane i prezzi delle case sono aumentati o diminuiti? A quanto riporta l’analisi di idealista, le variazioni dei prezzi nelle principali città italiane vedono Napoli, con un +1,9% rispetto a marzo 2022, Firenze (+0,7%), Torino (+0,3%), Milano e Bologna (entrambe +0,2%) i cinque capoluoghi che chiudono il mese di aprile sotto il segno positivo. All’opposto, Roma e Palermo, entrambe a -0,9%, e Genova, con un -0,6%, nell’ultimo mese segnano una flessione.

Venezia, Bolzano e Milano al top dei metri quadri più salati

Riguardo ai prezzi di vendita nelle città, Venezia, con 4.394 euro al metro quadro registrati ad aprile, Bolzano (4.077 euro/metro quadro) e Milano (3.983 euro/metro quadro) sono le più care.
Roma, con i suoi 2.819 euro al metro quadro, è settima nel ranking dei prezzi dei capoluoghi delle città italiane, e Napoli (2.137 euro/metro quadro) sedicesima. Le ultime della graduatori, riferisce Askanews, sono Vibo Valentia (844 euro/metro quadro), Reggio Calabria (842 euro/metro quadro) e Biella (700 euro/metro quadro).

Packaging e sostenibilità: nuovi scenari evolutivi 

L’aumento di costi energetici e materie prime, e i nuovi modelli valoriali e di consumo degli italiani, richiedono una revisione del ruolo della sostenibilità nella filiera agroalimentare, con particolare attenzione al packaging dei prodotti. Secondo i risultati dell’Osservatorio Packaging di Largo Consumo, realizzato da Nomisma in collaborazione con SpinLife, nel prossimo futuro i carrelli degli italiani non saranno solamente sinonimo di qualità, ma anche di sostenibilità. Oggi il 59% della popolazione presta più attenzione ai temi green rispetto al 2019. E per l’84% degli italiani la sostenibilità passa soprattutto per le scelte di acquisto alimentari. Ma acquistare un prodotto sostenibile significa soprattutto comprare un prodotto realizzato tramite un utilizzo responsabile delle risorse, e con un basso impatto ambientale, che riduca le emissioni di CO2 (70%), il consumo idrico (65%) ed energetico (63%).

Una responsabilità verso le generazioni future 

Sostenibilità per gli italiani significa anche “fare scelte di responsabilità verso le generazioni future (43%), che contrastino gli sprechi e che anzi portino un risparmio e un vantaggio economico (30%), come testimonia il fatto che l’89% degli italiani compie quotidianamente scelte sostenibili contenendo gli sprechi idrici ed energetici – spiega Silvia Zucconi, responsabile Business Unit Market Intelligence di Nomisma -. Ma la sostenibilità alimentare dipende anche dal packaging, che contribuisce a definire un prodotto sostenibile soprattutto quando è riciclabile (62%), realizzato con materiali sostenibili (59%), senza overpackaging (46%) e plastic free (41%)”.

Driver di scelta del prodotto e sistema valoriale

La presenza di caratteristiche di sostenibilità rappresenta un buon motivo per scegliere un prodotto alimentare al posto di un altro. Il 34% degli italiani indica la sostenibilità ambientale tra i principali driver di scelta di un prodotto alimentare, e il 28% sceglie anche in base alla sostenibilità del packaging Insomma, pur salvaguardando il budget familiare, il consumatore italiano non rinuncia al suo sistema valoriale, che diventa una bussola a cui affidare le scelte di consumo. Al punto che il 70% degli italiani nel corso del 2021 ha acquistato da aziende attive sul piano della tutela dell’ambiente, e il 63% da imprese con cui si condividono i medesimi valori.

È necessaria la cannuccia per consumare un brik?

Per gli italiani è poi molto importante avere tutte le informazioni necessarie per valutare la sostenibilità di un prodotto alimentare (e non) prima di acquistarlo. Informazioni che per il 75% degli italiani sono sull’etichetta del prodotto stesso. Ma il 64% dei consumatori vorrebbe saperne di più, e il 26% non ritiene sufficienti le informazioni di cui dispone. In ogni caso, occorre essere consapevoli che i progetti di sostenibilità sul packaging privilegeranno quelli che avranno un effetto in termini di riduzione di costo o servizio. In pratica, è necessaria la cannuccia per consumare un brik, o il tappo in plastica di una confezione da litro? Quanto costa in meno la carta rispetto al vetro o alla banda stagnata anche in termini di minor costo di trasporto? Sono le domande che si pongono le aziende.

Caffè: mercato e nuovi consumi della bevanda che non conosce crisi

Secondo i dati elaborati dal marketing strategico di HostMilano e tratti dal sistema informativo Export Planning, nel 2021 il commercio mondiale di prodotti della filiera caffè ha segnato un record: +13,6% nei valori in euro per le macchine da caffè espresso, +13,1% per il caffè decaffeinato o torrefatto e +8,8% per il caffè in grani non torrefatto. Il valore degli scambi mondiali dei tre settori ha raggiunto 34,5 miliardi di euro, e nel triennio 2022-2025 si attende un tasso annuo di crescita del +5,6%, fino a sfiorare i 43 miliardi di euro. Quanto ai mercati mondiali, Stati Uniti (22,4%) e Germania (14,2%) nel 2021rappresentano le principali destinazioni in termini di vendite, precedendo Italia (6,4%), Giappone (5,1%), Belgio (4,2%) e Svizzera (3,8%). I principali esportatori? Al primo posto il Brasile, con una quota del 27,6%, davanti a Colombia (13,9%), Vietnam (9,9%), Honduras (5,4%), Guatemala (3,6%), Etiopia e Belgio (entrambi 3,5%).

Le principali destinazioni: Stati Uniti, Germania, Italia

Quanto alla graduatoria dei mercati mondiali, gli Stati Uniti (22,4%) e la Germania (14,2%) rappresentano le principali destinazioni in termini di vendite nel 2021, precedendo Italia (6,4%), Giappone (5,1%), Belgio (4,2%) e Svizzera (3,8%). Le importazioni italiane di prodotti della filiera hanno toccato nel 2021 un valore di 1.450 milioni di euro, +6% rispetto al 2020: il punto di massimo assoluto nell’esperienza storica dei prodotti della filiera. La componente più rilevante in termini di valori di importazioni italiane riguarda il caffè in grani, che rappresenta oltre il 77% dell’import italiano complessivo della filiera.

Entro il 2025 export italiano a +5,5%

Non solo nell’immaginario collettivo ma anche con i numeri alla mano il Bel Paese dimostra di essere all’altezza delle aspettative. Le esportazioni italiane di prodotti della filiera caffè hanno toccato nel 2021 un nuovo massimo, 2,6 miliardi di euro (+14%). In particolare, crescite rilevanti per l’export italiano di caffè decaffeinato o torrefatto (+14,1%) e di macchine da caffè espresso (+14,3%).
Entro il 2025 si attende una crescita delle esportazioni italiane di prodotti della filiera del +5,5%, per un valore complessivo dell’export di quasi 3,3 miliardi di euro. 

Gen Z, cresce la voglia di caffeina 

Probabilmente è iniziato tutto con il Dalgona coffee, una ricetta nata in Corea durante la pandemia che consiste in una schiuma montata e densa di caffè istantaneo e zucchero posizionata sopra al latte. Da lì il caffè ha conquistato TikTok, il social dei Gen Z. Sono seguiti il Proffee (unione di caffè e bevanda proteica), e tutta una schiera di drink a base di caffè. L’ultimo sondaggio National Coffee Drinking Trends della NCA (National Coffee Association statunitense) evidenzia come il 46% dei giovani americani tra i 18 e i 24 anni beve caffè regolarmente, mettendo in luce la crescente popolarità del caffè freddo, ghiacciato e congelato, specie in questa fascia di consumatori. E da un sondaggio dell’Università di Foggia del 2020 emerge che il 76% dei giovani ha l’abitudine di bere bevande alla caffeina ogni giorno: nove su dieci la assumono attraverso il caffè.

I trend delle telecomunicazioni nel 2022

Anche nel 2022 molti lavorano ancora in smart working o in modalità ibrida, e rendere disponibili i servizi di comunicazione aziendali con facilità sono elementi sempre più importanti. La flessibilità nella fornitura di servizi e dispositivi per la telefonia resta anche nel 2022 un pilastro portante della produttività aziendale, e quindi della crescita dell’industria delle telecomunicazioni. Snom, produttore di soluzioni VoIP, delinea i trend per il 2022 delle telecomunicazioni. E innovazione è la parola chiave per la crescita dell’intero settore telco. Sono infatti necessari terminali IP e soluzioni VoIP che indipendentemente dal luogo di utilizzo, garantiscano le medesime funzioni e la stessa sicurezza della comunicazione offerta all’interno della rete aziendale. Lo stesso vale per gli accessori (cuffie e soluzioni per le conferenze), che devono assicurare la qualità audio migliore e il massimo comfort per l’utente.

I telefoni IP come centrale dell’ufficio smart

Due elementi cardine del successo del VoIP sono l’ottimizzazione dei costi di gestione del sistema telefonico e la varietà di utilizzi possibili. Un’innovazione attesa dagli utenti riguarda la possibilità di utilizzare il telefono da scrivana per compiti che vanno al di là della semplice telefonia. Con apposite interfacce, i telefoni IP possono infatti diventare parte integrante dell’automazione dell’ufficio, e dimostrarsi un investimento per il benessere dei dipendenti. Inoltre, i telefoni IP (cordless o cablati) possono essere utilizzati anche come dispositivi per localizzare beni o persone, facilitare l’automazione di processi (nella logistica, in ospedale e nel settore alberghiero), confermando il proprio contributo all’ottimizzazione delle infrastrutture e al risparmio dei costi. L’integrazione per l’automazione di uffici e processi industriali potrebbe quindi rappresentare uno dei pilastri del futuro dei terminali IP anche oltre il 2022.

Sostenibilità, un’esigenza palese

L’appello sempre più forte alla sostenibilità e all’ecocompatibilità ora riguarda anche l’hardware da ufficio. Chi ad esempio, nel privato, preferisce il riciclabile, vorrebbe lo stesso dai dispositivi aziendali, e non si tratta solo degli imballaggi, ma anche dell’impiego di componenti realizzate con materie prime riciclate. Che si tratti di imballaggio o hardware, sono finiti i tempi in cui le aziende non dovevano preoccuparsi della propria impronta ecologica. E soprattutto presso chi non riduce tutto all’ottimizzazione dei costi, la sostenibilità diventerà un vantaggio competitivo, e allo stesso tempo, parte della filosofia aziendale.

Sicurezza in primo piano

Soprattutto in tempi di lavoro ibrido, la sicurezza rappresenta un ambito in cui nessuna azienda può permettersi di essere disattenta. La cybercriminalità ha raggiunto dimensioni fino a cinque anni fa impensabili. Dalla sempre più frequente paralisi di intere organizzazioni su scala globale al timore che i terminali IP agiscano come spie, registrino le conversazioni o trasmettano i dati di connessione a terzi, incidenti e paure trovano il loro fondamento in minacce reali. È quindi importante che i terminali siano dotati degli standard di sicurezza più elevati in termini di hardware, di località fisica in cui sono archiviati i dati, e naturalmente, di firmware. 

Anche fare colazione al bar costa di più cara: caffè +18%

Dal caffè al cappuccino, dal cornetto alla spremuta d’arancia, i prezzi nei primi mesi del 2022 sono aumentati a due cifre. E da Nord a Sud, il re della colazione, il caffè, segna aumenti tra il 17% e il 18%. Anche cappuccino e cornetto non sono da meno: il primo aumenta dal 15% al 18% a seconda delle zone geografiche, e il cornetto dal 17% al 19%. Il rincaro record spetta però all’acqua in bottiglia da mezzo litro, che al Sud e nelle Isole aumenta del 45% rispetto al 2021, allineandosi ai prezzi praticati nel resto d’Italia. Insomma, gli aumenti dei prezzi hanno intaccato anche uno degli appuntamenti di rito degli italiani, la colazione al bar. È quanto rileva l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori in una ricerca realizzata per l’Adnkronos.

Cappuccino e cornetto a 2,84 euro

In pratica, per una colazione composta da un cappuccino e un cornetto il costo medio è passato da 2,43 euro del 2021 a 2,84 euro del 2022, con un aggravio che in un anno ammonta a circa +106,30 euro a persona. Chi invece non può rinunciare a una pausa all’insegna di un buon caffè al giorno subirà rincari di +64,07 euro annui. Il tutto consumato rigorosamente al banco. Per chi decide di accomodarsi al tavolo i rincari sono ancora più evidenti. Cappuccino e cornetto, serviti al tavolo, possono infatti costare dal 22% al 48% in più rispetto al prezzo praticato al banco.
Si tratta di aumenti elevati che inducono Federconsumatori a chiedere all’Antitrust di accendere un faro per scongiurare ipotesi di cartello e intollerabili fenomeni speculativi.

Ferrara, Padova, Modena e Ravenna al top della classifica del caro caffè

Insomma, il caffè espresso, candidato dall’Italia a patrimonio Unesco, prosegue nella sua corsa al rialzo dei prezzi, un fenomeno che appare evidente già a dicembre 2021 dal Rapporto annuale di Fipe, dove l’associazione dei pubblici esercizi ha rilevato i prezzi della tazzina al bar in base ai valori medi rilevati nei capoluoghi di provincia (Osservatorio prezzi su dati Istat). In una ipotetica classifica risulta al primo posto Ferrara, con il prezzo di un caffè più alto, 1 euro e 18 centesimi, seguita da Padova (1,16 euro) e da Modena e Ravenna (1,15 euro).

A Napoli, Trieste, Reggio Emilia la tazzina costa meno di 1 euro

Tra le grandi città l’espresso a Roma è arrivato a una media di 1,10 euro e a Milano 1,05 euro, mentre a Napoli, a Trieste e a Reggio Emilia la tazzina si colloca a 0,90 centesimi, a Bari 0,91 e Terni 0,89 centesimi. L’espresso meno caro è invece a Messina: 0,82 centesimi. Analogo trend per il cappuccino, dove il più caro si beve ad Avellino, con il prezzo medio di 1,85 euro, seguita da Bolzano (1,76 euro) e Siracusa (1,61 euro).
Stupisce che il prezzo più basso si paghi a Roma, con 1,13 euro, ma prezzi bassi anche a Grosseto (1,22 euro) e Catanzaro (1,23 euro).

Il Covid ha cambiato il mondo del beauty. Cosmetici e integratori nel post pandemia

Salute e ambiente sono al centro del processo di transizione ecologica che coinvolge le imprese di tutti i settori economici, alle quali è richiesto di utilizzare ingredienti più sicuri per l’uomo e processi sempre meno impattanti sull’ambiente. E la pandemia favorisce la crescita del mercato dei prodotti naturali e biologici, e dei prodotti destinati alla salute e al benessere in generale, che si tratti di prodotti da applicare o integratori. Se ancora, come nel passato, si conoscono e si acquistano di più i prodotti che si applicano rispetto agli integratori (99% contro il 73%), oggi l’acquisto degli integratori, che rispetto ai cosmetici hanno un profilo più legato al mantenimento in salute, è aumentato significativamente, passando dal 66% del 2019 al 77% del 2021. Lo dimostra il sondaggio condotto da Free Thinking per AIDECO e SISTE dal titolo Claims di cosmetici e alimenti: bellezza, bio-naturalità, sostenibilità e… verità.

Prendersi cura del proprio corpo, dei capelli e delle unghie

Le motivazioni di acquisto più forti, trasversalmente a tutti i prodotti, sia di applicazione sia integratori, sono legate all’apparire in forma e prendersi cura del proprio corpo, dei capelli e delle unghie. Fanno eccezione i prodotti per il viso, per i quali la motivazione principale è prevenire l’invecchiamento (lo dichiara il 58% di chi acquista prodotti beauty e il 49% di chi acquista integratori), e i prodotti per l’igiene personale, che negli ultimi due anni hanno risposto all’esigenza di contenere il contagio da Coronavirus.
Per la raccolta di informazioni di prodotto per il beauty e gli integratori accanto al web le figure di riferimento sono i farmacisti, mentre gli specialisti, i dermatologi e altre figure professionali in ambito medico, risentono di un accesso meno immediato dei pazienti.

Meglio affidarsi agli specialisti che all’influencer

Coerentemente con questo dato, la vendita di prodotti per il beauty e gli integratori avviene in farmacia e in parafarmacia (rispettivamente al 47% e al 31% beauty e al 52% e 31% integratori), mentre le erboristerie rappresentano il terzo canale di vendita (27%). Il web, seppure in aumento, per il consumatore italiano non rappresenta ancora un canale di riferimento per questo tipo di prodotti (25%). Una tendenza dimostrata anche dal fatto che le dichiarazioni preferite a garanzia del risultato del prodotto sono “approvato da specialisti” e “dermatologicamente testato”, mentre “raccomandato da influencer” chiude la classifica delle dichiarazioni a cui affidarsi.

Si cerca la garanzia che i prodotti non siano dannosi

Rispetto alle caratteristiche dei prodotti, i consumatori al momento dell’acquisto cercano la garanzia che i prodotti non siano dannosi. Ovvero, che abbiano certificazioni bio (77% beauty e 78% integratori), che siano naturali (77% beauty e 75% integratori) e senza alcuni particolari ingredienti (70% beauty e 75% integratori). Tra i claim oggetto della ricerca non emergono differenze significative tra le due categorie: “con ingredienti naturali 100%” e “senza derivati animali” appaiono i due claim più rilevanti (rispettivamente oltre il 50% il primo claim e vicino al 50% il secondo), mentre “impatto zero sull’ambiente”, “confezione riciclabile”, “certificato bio” e “a bassa emissione di CO2” si attestano intorno al 40% delle risposte degli intervistati.

Misure anti-Covid: i benefici per l’aria e la salute

Lockdown e restrizioni alla circolazione hanno portato a un drastico calo dell’inquinamento atmosferico nelle città, con conseguenti benefici anche per la salute. Insomma, alcune misure anti-Covid adottate all’inizio della pandemia si sono dimostrate utili anche per combattere l’inquinamento atmosferico. È quanto evidenziato uno studio internazionale sull’andamento della qualità dell’aria in 47 città europee, tra cui Roma, Milano, Parigi, Londra e Barcellona, pubblicato sulla rivista Nature e realizzato da numerose istituzioni di ricerca, tra cui l’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile.

L’inquinante che ha subito la riduzione maggiore è il biossido di azoto

In particolare, dall’indagine emerge che il forte calo dei livelli di inquinamento atmosferico nel periodo monitorato, ovvero da febbraio a luglio 2020, è dovuto principalmente alla limitazione degli spostamenti quotidiani in città e all’obbligo di permanenza nelle abitazioni. Un minore impatto hanno avuto invece le restrizioni alla circolazione tra le regioni e i viaggi internazionali. L’inquinante che ha subito la riduzione maggiore è il biossido di azoto (NO2), più che dimezzato in sette città italiane ed europee: Milano, Torino, Roma, Madrid, Lisbona, Lione e Parigi.

Concentrazioni di NO2 precipitate fin dalla prima metà di marzo 2020

“Il calo è dovuto soprattutto al divieto della circolazione e del trasporto su strada, che rappresenta la principale fonte di emissioni di questo inquinante – spiega Mario Adani, ricercatore Enea del Laboratorio Inquinamento Atmosferico e coautore dello studio -. Le concentrazioni di biossido di azoto hanno iniziato a precipitare fin dalla prima metà di marzo 2020, quando i governi hanno imposto le prime restrizioni. Le differenze tra le città possono essere correlate solo ai diversi tempi di attuazione delle politiche di blocco e alle variazioni nella severità delle misure”.

Più decessi evitati per la riduzione dell’inquinamento

Lo studio ha quantificato anche il numero di morti premature evitate a seguito della riduzione dell’inquinamento per effetto delle misure adottate dai governi Ue contro la pandemia, riferisce Italpress. Da febbraio a luglio 2020 il numero totale di decessi evitati è stato pari a 486 per il biossido di azoto (NO2), 37 per l’ozono (O3), 175 per il PM2.5 e 134 per il PM10. In particolare Milano, Parigi, Londra e Barcellona sono state tra le prime città con il maggior numero di decessi evitati da biossido di azoto (NO2) e polveri sottili. Per l’Italia, lo studio ha quantificato le morti evitate a Milano, Napoli, Roma e Torino, per ciascuno degli inquinanti analizzati. Ad esempio, a Roma sono stati evitati 18 decessi da NO2, 6 da O3, 7 da PM10 e 5 da PM2.5.

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