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Produzione industriale a giugno 2025: lieve incremento congiunturale

Rispetto al maggio 2025, l’indice destagionalizzato della produzione industriale nel mese di giugno registra un incremento congiunturale. Risulta lievemente positivo anche l’andamento congiunturale del secondo trimestre.
Secondo quanto rivelano i dati Istat questo incremento è diffuso ai principali comparti industriali, con l’esclusione dei beni di consumo.

In termini tendenziali, al netto degli effetti di calendario, a giugno l’indice generale è in flessione. La dinamica tendenziale è negativa per tutti i principali raggruppamenti di industrie, con l’eccezione del comparto energetico.
Il calo della produzione si estende anche al primo semestre dell’anno, con una riduzione tendenziale del -1,1%.

Indice destagionalizzato: nel mese +0,2%, nel trimestre +0,1%

A giugno 2025 l’Istat stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale aumenti dello 0,2% rispetto a maggio. Nella media del secondo trimestre si registra un aumento del livello della produzione dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti.

L’indice destagionalizzato mostra un calo congiunturale solo per i beni di consumo (-0,9%), viceversa, si osservano aumenti, sebbene assai contenuti, per i beni intermedi (+0,2%), l’energia e i beni strumentali (entrambi +0,1%).

A livello tendenziale la diminuzione è del -0,9%

Al netto degli effetti di calendario, a giugno l’indice generale diminuisce in termini tendenziali dello 0,9%. Si registrano incrementi tendenziali solo per l’energia (+7,3%), calano, invece, i beni strumentali (-1,4%), i beni intermedi (-2,1%) e i beni di consumo (-3,0%).

I settori di attività economica che registrano gli incrementi tendenziali maggiori sono la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+15,7%), l’attività estrattiva (+6,2%) e la fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria (+4,7%). Le flessioni più rilevanti si riscontrano, invece, nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-8,0%), nella produzione di prodotti chimici (-3,2%) e nella fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, e nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-3,0% entrambi i settori).

Una leggera ripresa, ma è troppo presto per parlare di svolta

Il dato Istat di giugno 2025 sostanzialmente indica una leggera ripresa, ma è ovviamente troppo presto per parlare di svolta. La pressione negativa permane, soprattutto per i beni di consumo e i settori tradizionalmente più fragili, come il tessile e il chimico.
A salvare in parte la performance tendenziale è il comparto energetico, sospinto dai prezzi e dalla domanda.

Nei prossimi mesi diventerà fondamentale cercare di monitorare l’impatto delle politiche internazionali, in particolare i dazi Usa e le dinamiche della domanda interna.
Se la stabilità degli ordini continua, riporta Agenzia Stampa Italia, l’Italia potrebbe toccare il fondo del ciclo e intravedere segnali più solidi di ripresa verso fine anno o nel 2026.

Obbligo di assicurazione contro le calamità naturali: cosa devono fare le imprese?

riguarda le aziende agricole, escluse dall’obbligo. Questa assicurazione mira a coprire i danni diretti ai beni aziendali, compresi terreni, edifici, impianti e macchinari, in caso di eventi catastrofici come terremoti, alluvioni, frane e inondazioni.

Obiettivo: tutelare il tessuto economico italiano

L’introduzione di questa norma nasce dall’esigenza di tutelare il tessuto economico italiano, particolarmente vulnerabile agli eventi naturali estremi. Secondo un’indagine condotta da mUp Research per Facile.it, nel settembre 2024 oltre 278.000 micro e piccole imprese avevano subito danni causati da calamità naturali nell’anno precedente, con perdite economiche stimate in circa 3 miliardi di euro.

Le micro e piccole imprese costituiscono più del 90% delle oltre 4,5 milioni di aziende italiane, ma sono anche quelle meno assicurate contro tali eventi. I dati rivelano che solo il 6,2% di queste realtà ha già una copertura specifica per terremoti, alluvioni e frane, mentre un ulteriore 4% possiede una protezione parziale.

Quanto costa una polizza Cat Nat?

Ma quanto può costare questa novità? Per rispondere, Facile.it ha effettuato alcune simulazioni per tre tipologie di attività—ristoranti, autofficine e hotel—situate in diverse città italiane.

Un ristorante con un immobile dal valore di 300.000 euro e attrezzature per 100.000 euro pagherà un premio annuo di 343,50 euro a Milano, 401 euro a Roma e 469 euro a Palermo. Per un’autofficina, con un edificio da 400.000 euro e attrezzature per 200.000 euro, il costo sarà di 359 euro a Milano, 434 euro a Roma e 551 euro a Palermo. Infine, un hotel con un immobile del valore di 1 milione di euro e attrezzature per 500.000 euro dovrà prevedere una spesa annua di 703,5 euro a Milano, 720,5 euro a Roma e 1.033,5 euro a Palermo.

Le voci che compongono il prezzo dell’assicurazione 

Il costo della copertura varia in base a diversi fattori, tra cui il rischio della zona in cui si trova l’attività, la vulnerabilità degli immobili, il tipo di costruzione e l’attività svolta dall’impresa. Secondo Andrea Ghizzoni, Managing Director assicurazioni di Facile.it, si tratta di importi contenuti rispetto ai benefici offerti in caso di danni da calamità.

In ogni caso, prima di sottoscrivere una polizza, è fondamentale verificare attentamente le coperture incluse ed escluse. La legge impone la protezione per eventi come sismi, alluvioni e frane, ma non include fenomeni atmosferici come grandine, trombe d’aria o bombe d’acqua, per cui occorre stipulare garanzie accessorie. Tra le esclusioni rientrano anche le mareggiate e gli edifici abusivi o non a norma.

Coperture extra per la massima sicurezza

Alcune compagnie offrono coperture opzionali per ampliare la protezione, tra cui la “business interruption”, che risarcisce le perdite di profitto in caso di interruzione dell’attività, e la tutela per le merci. Inoltre, alcune assicurazioni includono servizi di sgombero gestiti da imprese specializzate per facilitare la ripresa dell’attività dopo un sinistro.

L’obbligo di assicurazione Cat Nat rappresenta un cambiamento significativo per le imprese italiane, ma anche un’importante opportunità per garantire la continuità delle attività in caso di eventi calamitosi. Valutare attentamente le coperture e le esclusioni è essenziale per scegliere la polizza più adatta alle proprie esigenze.

Burocrazia: l’incubo delle Pmi costa 80 miliardi l’anno

Nell’offerta dei servizi pubblici digitali, la nostra Pubblica Amministrazione è tra le peggiori d’Europa, di conseguenza, i tempi medi per il rilascio di permessi e autorizzazioni sono tra i più elevati. 
E se per tanti cittadini quando ci si deve interfacciare con la macchina pubblica spesso si scivola in un profondo stato di angoscia, questi disservizi hanno anche una ricaduta economica spaventosamente elevata.

A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA: elaborando alcuni dati pubblicati dall’OCSE, per le nostre Pmi il costo annuo ascrivibile all’espletamento delle procedure amministrative è di 80 miliardi di euro. Praticamente una tassa nascosta da far tremare i polsi.

Adempiere le procedure imposte dalla PA è una faccenda complicata

Non solo, con un miglioramento della qualità dei servizi pubblici che avanza a passo di lumaca, la cattiva abitudine della nostra PA di richiedere, in particolare alle imprese, dati e documenti che le amministrazioni già possiedono è diventata una prassi consolidata. 

La complessità nell’adempiere alle procedure imposte dalla nostra PA è un problema che in Italia è sentito da 73 imprenditori su 100.
Tra i 20 Paesi dell’Area Euro solo in Slovacchia (78), Grecia (80) e Francia (84) la percentuale che ha denunciato questo problema è superiore al tasso riferito al nostro Paese. La media dell’Eurozona è pari a 57. 

Un freno allo sviluppo e un ostacolo alla produttività

Anche l’Italia può contare su punte di eccellenza della macchina pubblica non riscontrabili nel resto d’Europa, ma mediamente la nostra PA funziona con difficoltà, e in alcune aree del Paese costituisce un freno allo sviluppo.
Di fatto, in virtù del Regional Competitiveness Index (RCI) su 234 territori UE monitorati tra le realtà italiane la prima, la Provincia Autonoma di Trento, si posiziona al 158° posto. 

Secondo uno studio dell’OCSE, l’inefficienza della nostra PA ha ricadute negative sul livello di produttività delle imprese private.
In buona sostanza, dai calcoli dell’Organizzazione emerge che la produttività media del lavoro delle imprese è più elevata nelle zone dove l’Amministrazione pubblica è più efficiente. Ovvero, il Nord Italia.

Un Paese spaccato a metà

Diversamente, dove la giustizia funziona peggio, la sanità è malconcia e le infrastrutture sono insufficienti (prevalentemente nel Sud Italia), anche le imprese private di quelle regioni perdono competitività. 
Dati confermati dall’Institutional Quality Index (IQI), l’indice concepito nel 2014 dall’Università degli Studi di Napoli Federico II che misura la qualità delle istituzioni pubbliche di tutte le realtà territoriali italiane.

Il risultato che emerge consegna un Paese spaccato a metà. La realtà territoriale più virtuosa d’Italia è Trento, seguita da Trieste e Treviso. Fuori dal podio Gorizia, Firenze, Venezia, Pordenone, Mantova, Vicenza e Parma.
Insomma, nei primi 10 posti 8 province appartengono alla macro area del Nord-Est. Il Sud, al contrario, è il fanalino di coda.

Le imprese italiane aprono un canale per le segnalazioni di whistleblowing 

Sono sempre di più le aziende italiane che aprono un canale digitale per le segnalazioni di whistleblowing. Nel marzo 2023, con l’arrivo della legge italiana sul whistleblowing, la percentuale di aziende che dispongono di un canale digitale interno di segnalazione è infatti salita al 92%, rispetto al 76% del 2022.
Per il 93% delle aziende il rispetto delle leggi è stato il fattore chiave per implementare un sistema di segnalazione.

Tuttavia, il 47% delle imprese utilizza il sistema di segnalazione da almeno tre anni. Ciò suggerisce che abbiano implementato la soluzione ancor prima che la Direttiva UE dovesse essere recepita nel diritto nazionale entro dicembre 2021.
È quanto emerge dalla seconda edizione dell’Indagine Europea sul Whistleblowing 2024, pubblicata da EQS Group.

Sviluppare una Speak Up Culture in azienda

Dopo la conformità alle normative in vigore, lo sviluppo di una cultura aperta alla segnalazione (‘Speak Up Culture’) è il secondo motivo per implementare una soluzione di whistleblowing (59%), mentre per un altro 24%, è la prevenzione di sanzioni economiche o danni alla reputazione dell’organizzazione.
Circa un terzo (34%) delle aziende ha ricevuto almeno una segnalazione attraverso il proprio sistema di segnalazione. Il 12% ha ricevuto 10 o più segnalazioni.

La maggior parte delle aziende che hanno ricevuto 50 o più segnalazioni sono aziende con oltre 10.000 dipendenti.
Circa un quinto delle segnalazioni riguarda casi legati alla gestione HR (21%), seguito da frode e corruzione (14%), protezione dei dati (8%) e violazioni delle norme sociali/diritti umani (7%). 

La tecnologia aiuta a garantire l’anonimato 

Sebbene la legislazione italiana non imponga alle organizzazioni di ricevere segnalazioni anonime, 9 aziende su 10 (91%) consentono ai whistleblower di inviare segnalazioni senza rivelare l’identità.

“Data la crescente complessità del panorama globale della compliance, le aziende dovrebbero anche guardare oltre le singole leggi e adottare una visione più olistica e integrata – commenta Mimmo Santonicola, country manager EQS Group Italia -. In questo, la tecnologia può giocare un ruolo centrale. Le soluzioni digitali possono aiutare a soddisfare i requisiti normativi in modo più efficiente, mitigare i rischi e comunicare in modo trasparente con gli stakeholder interni ed esterni. Sono anche l’unico canale in grado di garantire il completo anonimato ai segnalanti”.

Consentire le segnalazioni anche agli stakeholder esterni

Quasi 9 aziende su 10 (90%) consentono l’accesso ai canali di segnalazione a stakeholder esterni, clienti, fornitori e partner.
Questo approccio proattivo è particolarmente importante per le organizzazioni che devono rispettare le normative circa la catena di fornitura. La Direttiva UE (maggio 2024) sulla due diligence della catena di fornitura (CSDDD), richiede infatti che i canali di segnalazione siano accessibili a stakeholder esterni lungo la catena di approvvigionamento.

“Molti casi di cattiva condotta potrebbero non essere notati dai dipendenti dell’azienda, ma piuttosto dai clienti, dai fornitori o dai partner commerciali – aggiunge Santonicola -. Alcune aziende temono di essere inondate di segnalazioni infondate se aprono il loro sistema di segnalazione a stakeholder esterni, ma l’esperienza dimostra che questa preoccupazione è infondata e che le aziende invece traggono grandi vantaggi”.

Business Travel, come ottimizzare i viaggi d’affari?

Le aziende che desiderano espandere i propri mercati e sfruttare nuove opportunità di sviluppo devono affrontare la sfida sempre più complessa di ottimizzare i viaggi d’affari in modo efficiente. Questa necessità deve coniugare le esigenze dei dipendenti, le policy interne e i rapidi sviluppi tecnologici che consentono di fronteggiare gli imprevisti, un ostacolo cruciale per i travel manager.

Gestire i cambiamenti last minute: una realtà italiana

Secondo il SAP Concur Global Business Travel Survey, il 78% dei viaggiatori business italiani ha dovuto fare cambiamenti all’itinerario a causa di ritardi, cancellazioni o necessità di modificare percorsi all’ultimo minuto. Questa situazione porta il 71% dei viaggiatori a pianificare con tempo extra per gestire possibili interruzioni, creando frustrazioni che influenzano negativamente l’efficienza dei viaggi d’affari.

Le preoccupazioni legate alla sicurezza

I viaggiatori d’affari italiani spesso rinunciano a viaggi per motivi di sicurezza (45%) o turbolenze politiche e sociali (39%). I travel manager affrontano fenomeni di burn-out a causa delle molteplici variabili da considerare durante la pianificazione. Un terzo dei manager ritiene di dover assumere un ruolo più strategico senza avere ricevuto la formazione necessaria.

Bilanciare sostenibilità e costi: una sfida difficile

Il 12% degli italiani rifiuta viaggi d’affari per via dell’impatto ambientale, mentre il 24% afferma che le aziende hanno ridotto le spese per opzioni di viaggio sostenibili nell’ultimo anno. Molti travel manager lottano per proporre alternative sostenibili senza però un budget adeguato.

Accesso equo alle opportunità di viaggi

Nonostante il 61% dei viaggiatori business italiani ritenga che i viaggi siano essenziali per la crescita professionale, la stessa percentuale lamenta la mancanza di pari opportunità di viaggio rispetto ai colleghi, attribuendo tale disparità all’anzianità (15%), all’età (14%) e al genere (6%).

Quale ruolo per l’intelligenza artificiale?  

Quasi il 96% dei viaggiatori d’affari italiani accoglie favorevolmente l’utilizzo dell’AI per gestire i viaggi, tuttavia solo il 5% si sente completamente a suo agio nell’utilizzarla. Il 93% desidera un supporto aziendale maggiore per garantire sicurezza nella gestione dell’AI, inclusa la protezione dei dati e la gestione dei bias.

Bleisure: bilanciare lavoro e piacere

Il fenomeno del “bleisure” è in crescita, ma misure di contenimento dei costi e preoccupazioni ambientali minacciano tale equilibrio. Il bilancio tra sostenibilità e flessibilità dei dipendenti può limitare questa pratica.

Priorità aziendali e percezione dei dipendenti

Il 38% dei viaggiatori d’affari ritiene che la propria azienda dia priorità alle esigenze di viaggio flessibili, mentre il 43% indica la riduzione dei costi come principale focus aziendale. Un quarto delle aziende sta limitando il lavoro remoto durante viaggi combinati. Il 61% considera i viaggi essenziali per la carriera, ma il 14% è disposto a rifiutare viaggi troppo vincolanti.

In sintesi, il panorama dei viaggi d’affari in Italia riflette una complessità crescente, dove l’equilibrio tra necessità aziendali, benessere dei dipendenti e adozione di tecnologie avanzate è cruciale per il successo e la soddisfazione in questo settore dinamico.

Il 68% dei Comuni italiani nel 2023 tiene gli applicativi gestionali nel Cloud

Secondo la ricerca realizzata dall’Osservatorio Agenda Digitale in collaborazione con AssoSoftware, nel 2023 il 68% degli enti comunali deteneva tutto il proprio portafoglio di software gestionali sul Cloud.
L’anno scorso il 94% dei Comuni italiani ha presentato piani di migrazione al Cloud nell’ambito del PNRR. Il Piano ha segnato infatti un punto di svolta nella digitalizzazione della PA italiana, ma la strada è ancora lunga per una piena trasformazione digitale.

I software gestionali sono un tassello fondamentale nell’erogazione di servizi digitali efficaci a cittadini e imprese. Ma il livello di maturità della PA nell’utilizzo di soluzioni gestionali è discontinuo, 

Il 36% dei Comuni ancora a uno stadio iniziale

Il 36% dei Comuni risulta in uno stadio iniziale del percorso, con alcuni processi ancora non completamente digitalizzati e poca visione sulla necessità di un cambiamento organizzativo. Il 28% è invece nel pieno del percorso di adozione dei software gestionali e trasformazione dei processi, probabilmente anche su spinta dei fondi PNRR.
Un ulteriore 36% è già in una fase di utilizzo avanzato delle soluzioni.

Inoltre, a quanto è emerso durante il convegno Il software gestionale in Italia: la fotografia della Pubblica Amministrazione, a cura degli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, AssoSoftware e Osservatorio Agenda Digitale, nel 2023 solo un terzo dei Comuni di piccole dimensioni ha formato tutto il personale a riguardo, contro il 46% di quelli medio-grandi.

La PA si muove a due velocità nel percorso di adozione dei gestionali

Insomma, la PA si muove a due velocità differenti nel percorso di adozione di software gestionali.

I Comuni con più di 20.000 abitanti tendono infatti a personalizzare maggiormente le soluzioni software per rispondere a esigenze di processo, ma solo nel 26% dei casi hanno rivisto tutti o parte dei processi per adattarli ai flussi di attività proposti dalle applicazioni. Oltre la metà dei piccoli Comuni, invece, non ritiene necessari cambiamenti a seguito dell’introduzione di software gestionali.

Gestione amministrativa e contabile l’utilizzo più diffuso

In generale, nella PA i software di gestione amministrativa e contabile superano l’80% di diffusione, seguiti da gestione documentale&workflow e gestione risorse umane (oltre il 60%).

Meno frequente l’utilizzo di soluzioni per la gestione della relazione con il cittadino (56%) e la pianificazione e controllo (36%)
Per il 71% dei Comuni i principali benefici derivanti dall’adozione di queste soluzioni, riguardano una maggiore visibilità e tracciabilità dei processi la qualità e l’efficienza degli stessi (69%). E la riduzione degli errori (63%) con impatti diretti sulla rapidità di risposta al cittadino.

Nel post Covid Italia è seconda in Europa per congressi associativi  

Con 560 congressi organizzati nel 2022, per la prima volta negli ultimi 10 anni l’Italia è la seconda destinazione in Europa per congressi associativi internazionali, ed è terza al mondo dopo gli USA.
È emerso dai dati ICCA (International Congress and Convention Association) presentati durante la terza edizione degli Italian Knowledge Leaders, organizzata da Convention Bureau Italia assieme a Enit – Agenzia Nazionale del Turismo, con il sostegno dal Ministero del Turismo. 

In Europa l’Italia ha superato Spagna, Germania, Uk e Francia, ed è il Paese con più città nella Top 100 globale: Roma, Milano, Bologna, Firenze, Torino e Napoli.
Nell’era post Covid l’Italia diventa quindi il riferimento mondiale per congressi e convegni. Un trend che appare confermato anche nel 2023, e probabilmente anche nel 2024.

Diventare la nazione ospitante di un congresso non è scontato

Accademici, ricercatori, manager e professionisti di aziende continuano ad affluire da nord a sud Italia, portando un turismo di qualità e regalando prestigio al Paese.

Il turista congressuale, poi, spende circa due volte e mezzo rispetto a quanto spende un altro tipo di turista. Ma diventare la nazione ospitante di un congresso non è scontato: le associazioni internazionali scelgono le destinazioni attraverso un processo di candidatura, ed essere selezionati con frequenza contribuisce a valorizzare il patrimonio di un Paese e le sue eccellenze.

“Una leva strategica tra le più efficienti e funzionali dell’industria turistica”

“È soprattutto grazie a eventi come questo che l’Italia ha conquistato nel 2022 l’ambito podio della graduatoria ICCA, posizionandosi come terza Nazione a livello mondiale e seconda in quello europeo per il numero di congressi organizzati – commenta il ministro del Turismo Daniela Santanché -, caratterizzandosi per un sistema congressuale che ha saputo attirare oltre 21 milioni di partecipanti e quasi 32 milioni di presenze complessive. Il turismo dei congressi è una delle leve strategiche tra le più efficienti e funzionali dell’industria turistica, e a buon diritto rientra nella strategia di destagionalizzazione che abbiamo presentato al Primo Forum Internazionale del Turismo di Baveno, e che porteremo avanti con l’aiuto delle Regioni e i grandi operatori del settore”.

Impatto positivo sulle destinazioni in termini di legacy e sostenibilità

Dopo la pandemia le nazioni hanno ospitato meno congressi, ma l’Italia è lo Stato che ha saputo ripartire al meglio, anche grazie al lavoro delle associazioni locali.

“La nostra è un’industria che spesso viene confusa con quella del turismo, ma in realtà se ne differenzia molto per l’impatto positivo che lascia sulle destinazioni in termini di legacy e di sostenibilità – puntualizza Carlotta Ferrari, presidente del Convention Bureau Italia -. Un’industria che, inoltre, ha ai vertici delle proprie aziende una donna su tre. È importante che il pubblico ed il privato continuino a lavorare insieme, e che ci siano costanti investimenti in un settore così strategico per lo sviluppo delle destinazioni italiane”.

Solo il 15% delle aziende soddisfa i criteri per essere considerata “Data Leader”

Solo il 15% delle aziende soddisfa i criteri per essere considerato un “Data Leader”, secondo il rapporto “Data for Humanity” commissionato da Lenovo. Il rapporto ha analizzato come le più grandi imprese globali valorizzino i dati e quali siano le opportunità di utilizzarli per raggiungere i propri obiettivi e ottenere benefici in un contesto di mercato estremamente competitivo. 

Quali sono i requisiti per essere Data Leader?

Le aziende che sono considerate “Data Leader” sono quelle che hanno messo in atto strategie di successo basate su tre pilastri fondamentali: Data Management, Data Analytics e Data Security. Queste imprese incentrate sui dati hanno conseguentemente riscontrato numerosi vantaggi e negli ultimi 12 mesi hanno aumentato con successo i ricavi (78%) e migliorato la soddisfazione dei clienti (70%).
Nonostante solo una minoranza rientri nella categoria dei Data Leader, Data Management, Data Analytics e Data Security occupano un posto di rilievo nei piani futuri di tutte le aziende. 

I prossimi investimenti si concentreranno soprattutto sulla sicurezza

I leader aziendali dichiarano che nei prossimi cinque anni investiranno soprattutto in: strumenti di sicurezza informatica (59%), strumenti di intelligenza artificiale (58%), strumenti di analisi dei dati (57%), archiviazione dei dati (55%). Tuttavia, solo la metà (52%) dei manager è soddisfatta della propria piattaforma dati esistente e circa un quarto (23%) ritiene di essere in ritardo rispetto alla concorrenza in questo ambito. La sicurezza e le competenze sono entrambe citate come aree chiave che frenano le aziende, oltre alle difficoltà di comunicazione interna e di integrazione dei dati. La quasi totalità (91%) degli executive coinvolti nel sondaggio afferma che il miglioramento delle soluzioni di cybersecurity sarà importante o essenziale per consentire alla propria azienda di sbloccare il valore dei dati. Tuttavia, se la maggioranza (57%) ha la certezza che i propri dati siano protetti, una percentuale significativa (43%) non si sente sicura.

Necessario il supporto dei provider di tecnologia

Il rapporto suggerisce che lo stesso vale per la gestione dei dati e gli analytics: le aziende hanno gettato le basi archiviando la maggior parte dei propri dati nel cloud e implementando soluzioni che offrono scalabilità, semplicità e visibilità. Ma c’è spazio per andare molto oltre, soprattutto quando si tratta di rendere i dati più accessibili e di renderli più fruibili per informare o prendere decisioni di business. Per raggiungere questo obiettivo, le aziende hanno bisogno del supporto dei provider di tecnologia, mentre i partner devono collaborare per realizzare le soluzioni più efficaci.

Come lavorare in sicurezza sul tetto di casa


In casa, si sa, le piccole operazioni di manutenzione sono costantemente necessarie nel corso dell’anno.

Si tratta spesso di interventi che riguardano gli impianti, le opere murarie o manutenzione destinata a dispositivi ed elettrodomestici di ogni tipo, ed il nostro intervento è spesso richiesto affinché il livello di comfort e benessere in casa possano essere sempre adeguati a quelle che sono le necessità ed aspettative della famiglia.

A tale necessità va certamente associato anche il desiderio di effettuare tutte le operazioni in sicurezza e dunque non mettere a rischio la nostra incolumità quando ci dedichiamo ad operazioni di questo tipo.

In particolar modo a rappresentare un pericolo sono tutti quegli interventi di manutenzione che vengono da noi effettuati sul tetto di casa, e le insidie che una eventuale caduta può comportare.

Gli interventi di manutenzione sul tetto di casa

Dunque i motivi per i quali abbiamo necessità di salire sul tetto di casa nel corso dell’anno possono essere i più vari.

Si va dalla manutenzione dell’antenna della televisione alle operazioni di riparazione delle tegole o impermeabilizzazione del tetto.

Può presentarsi inoltre la necessità di dover effettuare delle operazioni di manutenzione alla canna fumaria del camino o qualsiasi altro tipo di intervento che riguardi qualcosa che abbiamo posizionato sul tetto.

Per tutti questi tipi di lavori è necessario adoperare dei dispositivi di protezione che possano rendere nullo l’effetto di qualsiasi caduta, bloccandola anzitempo. Su tutti possiamo citare la linea vita per il tetto cui ancorare la propria imbracatura.

Cosa verificare prima di salire sul tetto

Ci sono tutta una serie di fattori che vanno verificati e considerati prima di salire sul tetto. In base a ciò, varia il livello di sicurezza e dunque le soluzioni che dobbiamo adottare per avere la certezza di non mettere a rischio la nostra incolumità.

  • Accessibilità: La prima cosa da verificare prima di salire sul tetto è l’accessibilità, e dunque la facilità con la quale possiamo accedere allo stesso. In alcuni casi vi è una comoda porta di servizio che consente di accedere al tetto, il che è una soluzione ideale. In altri casi è invece necessario adoperare una scala per salire sul tetto e qui la situazione potrebbe essere diversa, per questo bisogna dunque prestare maggiore attenzione.
  • Capacità di carico: Non tutte le coperture sono progettate in maniera tale da consentire di poter camminare agevolmente. In alcuni casi il tetto è robusto abbastanza da poter tranquillamente gestire il peso di una o più persone, mentre in altri casi non è così e dunque bisogna prestare particolarmente attenzione. Nel caso in cui si abbia un dubbio o se si ha la certezza che il proprio tetto non riesca a resistere al peso di una persona, in quei casi è preferibile installare un ponteggio.
  • Facilità di manovra: In base al tipo di lavoro che ci apprestiamo a svolgere sul tetto di casa, possiamo avere bisogno di una buona libertà di movimento. Tutto dipende dalla tipologia di tetto sulla quale ci apprestiamo a lavorare e le sue caratteristiche costruttive, le quali possono concedersi più o meno spazio. È importante dunque considerare in anticipo lo spazio a disposizione e quello necessario per compiere le operazioni di manutenzione, così da poter considerare in anticipo quali misure di sicurezza sia preferibile adottare.

Sulla base dell’analisi di questi parametri è dunque possibile individuare in maniera più precisa la soluzione che più delle altre ci consente di riuscire ad accedere in maniera sicura al tetto di casa e di poter lavorare avendo il giusto spazio a disposizione.

In questa maniera è possibile riuscire a portare a termine ogni tipo di intervento di manutenzione senza alcun tipo di problema ed in tutta sicurezza.

Sono 1 milione i posti tech vacanti, e i developer sono i più richiesti

Negli ultimi due anni le aziende hanno accelerato i processi di digitalizzazione, e a oggi sono più di 1 milione i posti lavoro vacanti nel settore tech. In particolare, a mancare sono gli sviluppatori. Quello dei developer è infatti uno dei 25 lavori in più rapida crescita negli ultimi cinque anni, e con più richieste da parte delle aziende.  Di fatto, gli sviluppatori It ricevono circa 24 offerte di lavoro al mese, tuttavia, soltanto il 13% dei developer è alla ricerca attiva di lavoro. Inoltre, il 67% degli sviluppatori non sta attivamente cercando un impiego, pur dichiarandosi aperto a nuove opportunità. 
Ma come attrarre e trattenere un bravo sviluppatore? Per aiutare Hr e imprese a conquistare gli sviluppatori, e superare questo mismatch, Codemotion ha stilato 5 consigli per attrarre i migliori developer in azienda.

Dal focus sulle tecnologie alla formazione: come attrarre gli sviluppatori

Dal focus sulle tecnologie alla formazione, e dalle selezioni snelle e trasparenti alla creazione di un digital mindset che coinvolga tutti i dipendenti, sono questi i 5 consigli di Codemotion per a trarre e trattenere un bravo sviluppatore in azienda.

“Gli sviluppatori sono tra le figure professionali più ricercate dal mercato del lavoro e se le imprese vogliono vincere la competizione per attrarre i migliori developer devono imparare a parlare la loro lingua – afferma Nelly Bonfiglio, Chief Commercial Officer di Codemotion -. La chiave per attrarre e trattenere un bravo sviluppatore è offrire ciò che realmente cerca, come selezioni snelle e trasparenti, disponibilità di nuove tecnologie, formazione – osserva Bonfiglio -, ma anche avere una cultura aziendale e un mindset digitale comune a tutta la popolazione aziendale, che consenta al developer di esprimere il suo potenziale”.

Coltivare un mindset digitale e flessibile

Obiettivo delle aziende deve quindi essere quello di diventare il posto migliore in cui uno sviluppatore vorrebbe andare a lavorare. In questo senso, il ruolo del mondo delle Risorse Umane è fondamentale.
Ma qual è la chiave? Stando ai 5 consigli di Codemotion, al colloquio di lavoro è meglio parlare la lingua degli sviluppatori e specificare le tecnologie usate in azienda. Inoltre, bisogna essere trasparenti nella selezione, quindi promuovere la formazione, e coltivare un mindset digitale e flessibile.

Il format per favorire il contatto fra Hr e sviluppatori

Codemotion è la piattaforma per la crescita professionale degli sviluppatori e per le aziende alla ricerca dei migliori talenti in ambito tecnologico. Insieme a Acea, Ey, Musement, PwC e Teoresi Group Codemotion ha quindi ideato il format #HRmeetsDev composto da una serie di panel con l’obiettivo di far incontrare il mondo delle Risorse Umane con il mondo Tech e aprire un dialogo tra queste due realtà.

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