Info, statistiche e referenze

Categoria: Servizi alla persona (Pagina 1 di 2)

Packaging e sostenibilità: nuovi scenari evolutivi 

L’aumento di costi energetici e materie prime, e i nuovi modelli valoriali e di consumo degli italiani, richiedono una revisione del ruolo della sostenibilità nella filiera agroalimentare, con particolare attenzione al packaging dei prodotti. Secondo i risultati dell’Osservatorio Packaging di Largo Consumo, realizzato da Nomisma in collaborazione con SpinLife, nel prossimo futuro i carrelli degli italiani non saranno solamente sinonimo di qualità, ma anche di sostenibilità. Oggi il 59% della popolazione presta più attenzione ai temi green rispetto al 2019. E per l’84% degli italiani la sostenibilità passa soprattutto per le scelte di acquisto alimentari. Ma acquistare un prodotto sostenibile significa soprattutto comprare un prodotto realizzato tramite un utilizzo responsabile delle risorse, e con un basso impatto ambientale, che riduca le emissioni di CO2 (70%), il consumo idrico (65%) ed energetico (63%).

Una responsabilità verso le generazioni future 

Sostenibilità per gli italiani significa anche “fare scelte di responsabilità verso le generazioni future (43%), che contrastino gli sprechi e che anzi portino un risparmio e un vantaggio economico (30%), come testimonia il fatto che l’89% degli italiani compie quotidianamente scelte sostenibili contenendo gli sprechi idrici ed energetici – spiega Silvia Zucconi, responsabile Business Unit Market Intelligence di Nomisma -. Ma la sostenibilità alimentare dipende anche dal packaging, che contribuisce a definire un prodotto sostenibile soprattutto quando è riciclabile (62%), realizzato con materiali sostenibili (59%), senza overpackaging (46%) e plastic free (41%)”.

Driver di scelta del prodotto e sistema valoriale

La presenza di caratteristiche di sostenibilità rappresenta un buon motivo per scegliere un prodotto alimentare al posto di un altro. Il 34% degli italiani indica la sostenibilità ambientale tra i principali driver di scelta di un prodotto alimentare, e il 28% sceglie anche in base alla sostenibilità del packaging Insomma, pur salvaguardando il budget familiare, il consumatore italiano non rinuncia al suo sistema valoriale, che diventa una bussola a cui affidare le scelte di consumo. Al punto che il 70% degli italiani nel corso del 2021 ha acquistato da aziende attive sul piano della tutela dell’ambiente, e il 63% da imprese con cui si condividono i medesimi valori.

È necessaria la cannuccia per consumare un brik?

Per gli italiani è poi molto importante avere tutte le informazioni necessarie per valutare la sostenibilità di un prodotto alimentare (e non) prima di acquistarlo. Informazioni che per il 75% degli italiani sono sull’etichetta del prodotto stesso. Ma il 64% dei consumatori vorrebbe saperne di più, e il 26% non ritiene sufficienti le informazioni di cui dispone. In ogni caso, occorre essere consapevoli che i progetti di sostenibilità sul packaging privilegeranno quelli che avranno un effetto in termini di riduzione di costo o servizio. In pratica, è necessaria la cannuccia per consumare un brik, o il tappo in plastica di una confezione da litro? Quanto costa in meno la carta rispetto al vetro o alla banda stagnata anche in termini di minor costo di trasporto? Sono le domande che si pongono le aziende.

Il Covid ha cambiato il mondo del beauty. Cosmetici e integratori nel post pandemia

Salute e ambiente sono al centro del processo di transizione ecologica che coinvolge le imprese di tutti i settori economici, alle quali è richiesto di utilizzare ingredienti più sicuri per l’uomo e processi sempre meno impattanti sull’ambiente. E la pandemia favorisce la crescita del mercato dei prodotti naturali e biologici, e dei prodotti destinati alla salute e al benessere in generale, che si tratti di prodotti da applicare o integratori. Se ancora, come nel passato, si conoscono e si acquistano di più i prodotti che si applicano rispetto agli integratori (99% contro il 73%), oggi l’acquisto degli integratori, che rispetto ai cosmetici hanno un profilo più legato al mantenimento in salute, è aumentato significativamente, passando dal 66% del 2019 al 77% del 2021. Lo dimostra il sondaggio condotto da Free Thinking per AIDECO e SISTE dal titolo Claims di cosmetici e alimenti: bellezza, bio-naturalità, sostenibilità e… verità.

Prendersi cura del proprio corpo, dei capelli e delle unghie

Le motivazioni di acquisto più forti, trasversalmente a tutti i prodotti, sia di applicazione sia integratori, sono legate all’apparire in forma e prendersi cura del proprio corpo, dei capelli e delle unghie. Fanno eccezione i prodotti per il viso, per i quali la motivazione principale è prevenire l’invecchiamento (lo dichiara il 58% di chi acquista prodotti beauty e il 49% di chi acquista integratori), e i prodotti per l’igiene personale, che negli ultimi due anni hanno risposto all’esigenza di contenere il contagio da Coronavirus.
Per la raccolta di informazioni di prodotto per il beauty e gli integratori accanto al web le figure di riferimento sono i farmacisti, mentre gli specialisti, i dermatologi e altre figure professionali in ambito medico, risentono di un accesso meno immediato dei pazienti.

Meglio affidarsi agli specialisti che all’influencer

Coerentemente con questo dato, la vendita di prodotti per il beauty e gli integratori avviene in farmacia e in parafarmacia (rispettivamente al 47% e al 31% beauty e al 52% e 31% integratori), mentre le erboristerie rappresentano il terzo canale di vendita (27%). Il web, seppure in aumento, per il consumatore italiano non rappresenta ancora un canale di riferimento per questo tipo di prodotti (25%). Una tendenza dimostrata anche dal fatto che le dichiarazioni preferite a garanzia del risultato del prodotto sono “approvato da specialisti” e “dermatologicamente testato”, mentre “raccomandato da influencer” chiude la classifica delle dichiarazioni a cui affidarsi.

Si cerca la garanzia che i prodotti non siano dannosi

Rispetto alle caratteristiche dei prodotti, i consumatori al momento dell’acquisto cercano la garanzia che i prodotti non siano dannosi. Ovvero, che abbiano certificazioni bio (77% beauty e 78% integratori), che siano naturali (77% beauty e 75% integratori) e senza alcuni particolari ingredienti (70% beauty e 75% integratori). Tra i claim oggetto della ricerca non emergono differenze significative tra le due categorie: “con ingredienti naturali 100%” e “senza derivati animali” appaiono i due claim più rilevanti (rispettivamente oltre il 50% il primo claim e vicino al 50% il secondo), mentre “impatto zero sull’ambiente”, “confezione riciclabile”, “certificato bio” e “a bassa emissione di CO2” si attestano intorno al 40% delle risposte degli intervistati.

Il “nuovo” welfare? Passa per sport e salute

Bilanciare correttamente vita privata e lavoro è una delle tendenze più forte degli ultimi anni, ulteriormente spinta dalla pandemia. E i lavoratori si aspettano dalle aziende mosse e misure che possano contribuire a questo equilibrio. “Secondo le ultime ricerche le aziende giocheranno un ruolo sempre più cruciale nel migliorare la prevenzione, il supporto e la cura della salute e del benessere delle persone” conferma Filippo Santoro, Managing Director di Urban Sports Club Italia, applicazione che si occupa di fornire soluzioni di sport e benessere di ogni tipo alle imprese. “Lo sport e le attività legate al benessere psicofisico costituiscono un benefit straordinario in grado di ridurre il livello di stress, favorire la coesione tra le persone e contribuire a migliorare salute e felicità. Ecco perchè parliamo di benefitness. Noi di Urban Sports Club ci poniamo come solution provider per offrire sport e benessere con una proposta completa che permette l’accesso a migliaia di strutture sportive, dalle classi online alle attività outdoor, con un’offerta che può adattarsi in modo personalizzato alle esigenze di ogni azienda”.

Obiettivo benessere 

Le ultimissime ricerche (dati Ipsos, gennaio 2022 della ricerca Being Mind-Healthy) dicono che solo il 24% degli italiani ritiene che il sistema sanitario pubblico fornisca un supporto adeguato e solo il 31% ritiene che il proprio datore di lavoro dia sostegno ai collaboratori quando si tratta di salute mentale.
La tendenza, sempre secondo la ricerca Ipsos, vede le donne e i più giovani, in particolare in Europa e specialmente in Italia, tra le categorie più colpite nel benessere psicologico a causa della pandemia (48% in Italia, contro il 33% a livello globale). Ma non è tutto. L’Italia risulta, insieme a Francia e Giappone, a quasi due anni dallo scoppio della pandemia tra i Paesi la cui popolazione è più colpita sul fronte della salute mentale. Tra l’altro, secondo un’altra indagine (BVA Doxa ottobre 2021), quasi l’85% delle persone considera il proprio benessere psicologico generale correlato al proprio benessere sul lavoro e viceversa.

I malesseri più diffusi

Ma quali sono le conseguenze della difficoltà di vivere bene sul posto di lavoro? Casi di burnout almeno una volta nell’ultimo anno per l’80% di lavoratrici e lavoratori; difficoltà a definire i confini tra lavoro e vita privata per il 51%; casi di ansia e insonnia per motivi legati al lavoro per il 49% dei dipendenti italiani.
“Paradossalmente potremmo dire che accanto al grave tema del rincaro del costo dell’energia, spiega ancora Filippo Santoro, c’è un’altra crisi energetica che sta riguardando proprio la salute mentale dei lavoratori. Il concetto di benefitness va nella direzione di offrire alle aziende delle soluzioni affinchè dipendenti e collaboratori adottino uno stile di vita sano in grado di migliorarne il benessere fisico e mentale”.

Finanza sostenibile: quale è la percezione dei risparmiatori?

Nel biennio 2020-2021 emerge un nuovo scenario di riferimento. Se da un lato sono aumentati coloro che vivono in povertà assoluta dall’altro una parte significativa degli italiani ha incrementato la quota dei propri risparmi e investimenti rispetto al consueto. Nel corso della Settimana SRI, l’evento italiano sulla finanza sostenibile, sono stati presentati i risultati della ricerca Finanza sostenibile in tempo di crisi: la percezione dei risparmiatori, condotta da BVA Doxa per il Forum per la Finanza Sostenibile. E dall’indagine è emerso che circa la metà degli intervistati sta cambiando le proprie abitudini finanziarie, e il 18% ha già sottoscritto prodotti SRI.

Le abitudini di investimento in tempo di pandemia

Se quasi la metà dei risparmiatori ha modificato le proprie abitudini finanziarie i principali cambiamenti riguardano la finalità dell’investimento, orientato ad accantonare somme più elevate per il futuro (40%), l’attenzione crescente alle informazioni su mercati e situazione economica (28%), e la definizione del profilo di rischio e dell’orizzonte temporale degli investimenti (23%). A seguito della pandemia si è inoltre osservato un aumento della digitalizzazione: il 43% dei risparmiatori ha incrementato l’utilizzo dei canali digitali per gestire i propri prodotti di risparmio e investimento. Il digitale non ha sostituito però i riferimenti fisici tradizionali, che rimangono predominanti soprattutto per la sottoscrizione di nuovi prodotti.

Gli investitori incrementano la quota di investimenti SRI

Nel 2021 i risparmiatori che conoscono o hanno almeno sentito parlare di investimenti sostenibili aumentano del 20% rispetto al 2019, arrivando a quota 77%. Cresce anche la quota di quanti hanno investito in prodotti SRI, o in aziende con precise politiche di sostenibilità sociale e/o ambientale: nel 2021 sono il 18%, contro il 14% del 2019. Per l’82% dei risparmiatori nelle scelte di investimento i temi ESG infatti sono importanti. L’ambiente rimane l’ambito predominante, anche se la pandemia ha contribuito ad aumentare l’attenzione alla sfera sociale. Inoltre, chi già investe in prodotti SRI dichiara di averne constatato la validità sul piano delle performance nell’esperienza diretta. Da quando è iniziata la pandemia il 35% dei sottoscrittori ha incrementato la quota di investimenti sostenibili e il 57% pensa di farlo in futuro.

Il ruolo della sostenibilità nell’economia

I risparmiatori notano poi una maggiore prontezza degli operatori finanziari sui temi della sostenibilità. Il 46% degli intervistati dichiara di ricevere dalla propria banca, assicurazione o consulente finanziario, più informazioni sugli investimenti sostenibili rispetto al passato. Il 47% dei risparmiatori, inoltre, percepisce un aumento delle competenze e dell’attenzione a questi temi nel settore finanziario. In ogni caso, il 44% degli intervistati ritiene che integrare maggiormente la sostenibilità ambientale, sociale e di governance tra i criteri che guidano le scelte strategiche delle aziende possa contribuire a una ripresa più rapida. Per il 60% degli intervistati, la situazione legata al Covid-19 sta cambiando l’atteggiamento sulla sostenibilità di cittadini, imprese e istituzioni. Per il 48% l’attenzione aumenterà, mentre per il 12% questa diminuirà.

I politici sono la categoria professionale meno affidabile

A livello internazionale, il 64% dei cittadini valuta medici e dottori come le figure professionali maggiormente affidabili, a seguire si posizionano gli scienziati, con il 61%, e gli insegnanti, con il 55%. Le ultime posizioni della classifica sono occupate dai politici, con il 10%, dai ministri del Governo, con il 14%, e dai dirigenti pubblicitari, con il 15%. Si tratta dei risultati del nuovo sondaggio Ipsos Global Trustworthiness Index, che ha coinvolto 28 Paesi, e che in media, dal 2018 rileva il livello di fiducia riposto dalle persone in diverse categorie professionali. La rilevazione di quest’anno ha fornito anche un confronto tra il mondo pre-pandemia e quello di oggi.

Poca fiducia nei dirigenti pubblicitari, i ministri del Governo e i politici

A livello internazionale, tre professioni si distinguono per essere considerate meno affidabili: dirigenti pubblicitari, ministri del Governo e politici. Tra il 2019 e il 2021 la percentuale di coloro che vedono i politici come inaffidabili è diminuita di 4 punti (dal 66% al 62%), mentre il livello di sfiducia nei ministri del Governo è diminuito di 5 punti (dal 58% al 53%), e se nel 2019 quasi la metà degli intervistati a livello internazionale considerava inaffidabili i dirigenti pubblicitari (45%), ora la quota è pari al 39%. Soltanto il 15% degli intervistati ripone fiducia nei dirigenti pubblicitari, il 14% nei ministri del Governo e il 10% nei politici. In Italia, il 9% dei cittadini ritiene i politici affidabili e il 15% ritiene affidabili ministri del Governo e dirigenti pubblicitari.

Medici e dottori, l’impatto del Covid-19

Sebbene, negli ultimi anni, le posizioni di molte professioni siano rimaste invariate, la pandemia da Covid-19 ha avuto un impatto notevole sulla posizione occupata da medici e dottori. Infatti, la fiducia in questa categoria professionale è aumentata di 7 punti percentuali dal 2019. La Gran Bretagna è il Paese che affida il punteggio più alto di fiducia nei medici, con il 72%, seguono i Paesi Bassi, con il 71%, e il Canada con il 70%. La percentuale dell’Italia si avvicina molto alla media internazionale: il 65% ripone la propria fiducia nella categoria dei medici.

Il 68% degli italiani ritiene gli scienziati affidabili

Gli scienziati sono la categoria professionale che ottiene in media la fiducia del 61% degli intervistati, e la loro posizione è rimasta invariata in molti mercati negli ultimi due anni. In Italia, la categoria professionale degli scienziati occupa il primo posto della classifica: il 68% dei cittadini la ritiene affidabile, anche in misura maggiore rispetto a medici e dottori. Per la terza rilevazione consecutiva, gli insegnanti continuano a rimanere sul podio occupando il terzo posto, con una media del 55% a livello internazionale che li definisce affidabili. Anche in questo caso il livello di fiducia riposto nella categoria professionale degli insegnati ha subito piccole variazioni negli ultimi anni. Tra i maggiori aumenti registrati, Italia e Sudafrica (+6), mentre il livello di fiducia è diminuito negli Stati Uniti (-6) e in Argentina (-5).

Mutui, mai così convenienti

Il settore immobiliare è stato uno dei più colpiti dalla pandemia, ma con il ritorno graduale alla normalità il mercato è stato travolto da una ventata di ottimismo grazie al calo consistente dei tassi applicati ai mutui che hanno raggiunto i minimi storici. A dirlo è un recentissimo studio di Facile.it e Mutui.it che ha addirittura esplorato l’andamento dei tassi anche negli altri Paesi europei e in alcuni Stati del mondo, scoprendo che da noi i tassi ora sono bassi, anzi bassissimi. Per chi ha in programma di acquistare casa, il momento è perfetto per chiedere un mutuo a condizione estremamente vantaggiose.

In Italia i mutui più convenienti d’Europa

L’analisi, effettuata sui valori registrati ad agosto, ha considerato un immobile dal valore di 180.000 euro, una richiesta di finanziamento di 120.000 euro ed un piano di restituzione pari a 20 anni. In Italia, nel periodo di riferimento, questo tipo di finanziamento era indicizzato con taeg tra 0,88% e 0,98% se fisso e fra 0,67% e 0,77% se variabile. Senza dubbio il migliore fra le 14 nazioni dell’indagine.
Guardando unicamente al tasso fisso e al taeg, in Europa si avvicina ai valori italiani solo la Germania, dove il mutuo viene indicizzato a partire dall’1,18%. Fanno peggio, invece, alcuni Stati europei che, tradizionalmente, avevano tassi di interesse più simili a quelli del nostro Paese: è il caso della Spagna, dove il finanziamento è indicizzato dall’1,64%, e del Portogallo (a partire dall’1,91%).
Sempre restando entro i confini del Vecchio Continente, dall’analisi è emerso come le indicizzazioni del tasso fisso, considerando ancora una volta il taeg, partano dal 2,30% in Norvegia e dal 2,40% nel Regno Unito. Sebbene per queste due nazioni sia stato possibile rilevare solo il tan e non il taeg, è evidente come anche in Albania e in Grecia i mutuatari si trovino a pagare tassi notevolmente maggiori e pari, rispettivamente, al 3,00% e al 3,20%. Anche rispetto al tasso variabile (considerando il taeg), in Europa, tra i Paesi analizzati, nessuno fa meglio dell’Italia e le offerte rilevate partono dall’1,53% della Spagna fino all’1,95% del Portogallo.

I più cari in Russia e Brasile

E nel resto del mondo? L’analisi – che ha tenuto in considerazione il tan e non il taeg – rivela che per i tassi fissi, gli indici partono dall’1,44% in Canada, dall’1,89% in Australia, dal 2,13% in Giappone e dal 2,25% negli Stati Uniti. Guardando ai tassi variabili, invece, il Canada è l’unico Stato che, con un tan dello 0,98%, si avvicina a quello del nostro Paese; continuando l’analisi extra-europea i valori rilevati partono dall’1,41% in Giappone, dall’1,83% negli Stati Uniti, fino all’1,85% dell’Australia. Situazione molto diversa invece in Russia o in Brasile; nonostante il calo registrato nel corso dell’ultimo anno, i tassi fissi rilevati, se paragonati a quelli italiani, risultano davvero proibitivi; si parte rispettivamente dal 4,95% e dal 6,70%. 

Lavoro, come è cambiato l’approccio dopo il Covid-19?

Che la pandemia di Covid-19 sia destinata a lasciare tracce profonde nelle nostre abitudini, dopo averle rivoluzionate nel giro di poche settimane, è sotto gli occhi di tutti. Tra queste, rientra anche l’approccio al lavoro, cambiato moltissimo dopo l’introduzione massiccia dello smart working. Ma, al di là delle sensazioni personali, qual è la situazione attuale dei lavoratori e quali le prospettive future? Queste tematiche sono state indagate dal nuovo sondaggio Ipsos, condotto in collaborazione con il World Economic Forum in 29 Paesi del mondo.

Si lavora di più da remoto

Rispetto al periodo pre Covid-19, ci sono stati dei cambiamenti nel mondo del lavoro condivisi globalmente. Il sondaggio evidenzia che in media, a livello internazionale, il 23% degli intervistati dichiara di lavorare da casa in misura maggiore rispetto a prima della pandemia. Percentuale leggermente più bassa in Italia, in cui il 18% dei lavoratori dichiara di lavorare più da casa, il 73% non ha notato nessun cambiamento e il 9% continua a lavorare meno da casa rispetto al periodo precedente alla pandemia. Prima che la pandemia scoppiasse, il 53% degli intervistati a livello internazionale ha dichiarato di aver sempre lavorato in ufficio lontano da casa; percentuale che si attualmente si è ridotta al 39%. In Italia, prima dello scoppio del Covid-19, il 56% dei lavoratori ha dichiarato di aver sempre lavorato in ufficio lontano da casa, il 15% ha sempre operato lontano da casa ma non in ufficio, il 14% ha sempre svolto le proprie mansioni da casa; infine, il restante 14% ha sempre lavorato da casa e qualche volta lontano dalla propria abitazione. E ora come stanno lavorando gli italiani? Il 48% è ritornato in ufficio, il 16% lavora lontano da casa ma non in ufficio, il 21% svolge i suoi compiti da casa, mentre il 15% lavora qualche volta a casa e qualche volta lontano da casa.

Quando si tornerà a lavorare in sede? 

Tra coloro che riferiscono di usufruire dello smart-working almeno qualche volta, il 76% a livello internazionale afferma di farlo a causa del Covid-19. Anche in Italia, il 26% dei lavoratori ha espresso di aver sempre lavorato da casa come ora, mentre, il 74% ha incominciato a svolgere le diverse mansioni da casa come conseguenza del Covid-19. Ma quali sono le percentuali di chi si aspetta di ritornare a svolgere la propria occupazione in sede? Il 31% dei lavoratori italiani ha dichiarato che reputa che tornerà alla normalità – e all’ufficio – in meno di 6 mesi, il 21% dai 6 mesi a 1 anno, il 9% tra oltre un anno, il 21% non pensa ritornerà alle solite modalità di lavoro e il 18% non ha un’opinione in merito.

Video on Demand, sempre più amati dagli italiani

Non sorprende che negli ultimi due ani, anche a causa della pandemia che ci ha costretto per lungo tempo a casa, siano aumentate tutte le possibilità di intrattenimento legate all’online. In particolare, hanno registrato un vero e proprio balzo in avanti i video on demand (Vod), la cui fruizione è aumentata significativamente anche nei primi mesi del 2021. Lo rivela una rilevazione costante di GFK Sinottica, che da marzo 2020 ha analizzato l’andamento di questa tipologia di servizio.  La permanenza forzata in casa durante il lockdown ha infatti favorito la conoscenza e l’utilizzo delle piattaforme Over-The-Top (OTT) e dei loro contenuti on demand. Nel giro di poche settimane, si è passati da una Reach media giornaliera del 16% sul totale della popolazione con più di 14 anni ad una del 26% ad aprile 2020. La percentuale di fruitori di contenuti Video on Demand nel giorno medio è scesa durante l’estate 2020 – anche per motivi legati alla stagionalità – per poi registrare un nuovo picco nell’ultimo trimestre del 2020. A gennaio 2021 la percentuale di italiani esposti al Vod corrispondeva nuovamente a circa un quarto della popolazione con più di 14 anni e si è mantenuta su questi livelli fino a marzo 2021. Si può dire quindi che si tratta di una tendenza destinata a durare nel tempo, al di là del contesto inedito del primo lockdown.

Cresce anche il tempo dedicato ai video

E’ interessante anche scoprire come sono cambiate le abitudini, o meglio i tempi, di fruizione da parte degli italiani. Nella giornata media si è passati dai circa 100 minuti al giorno dedicati nella fase pre-pandemica alle 2 ore circa registrate nel primo trimestre 2021.

Aumenta l’esposizione cross-mediale: Vod più Tv

“Nel corso del 2020, le limitazioni alla mobilità legate al lockdown hanno favorito la crescita del tempo di esposizione a tutti i Media accessibili da casa. Oltre al VOD, anche il Digital in generale e la TV lineare hanno registrato una forte crescita del tempo dedicato nella giornata media. Considerando tutti i mezzi a disposizione degli italiani all’interno delle mura domestiche, il tempo di esposizione è cresciuto di 50 minuti rispetto a quanto osservato nel 2019” riporta l’analisi. Emerge quindi un incremento della Total Audience, ovvero coloro che utilizzano entrambi i mezzi nel corso della giornata. Niente concorrenza quindi, piuttosto una complementarietà fra i due media, scelti l’uno o l’altro a seconda delle esigenze e dei momenti della giornata.

Bonus TV 2021: come richiedere lo sconto sui nuovi apparecchi televisivi

A partire da settembre 2021 molti televisori non saranno più in grado di ricevere il nuovo segnale televisivo. Cambia infatti lo standard delle trasmissioni tv e solo gli apparecchi compatibili continueranno a funzionare. Entro il 30 giugno 2022 l’Italia passerà infatti alla nuova tecnologia ricettiva DVB-T2/HEVC. Per “favorire il rinnovo o la sostituzione del parco degli apparecchi non idonei alla ricezione dei programmi con le nuove tecnologie”, il Ministero dello Sviluppo economico ha stanziato complessivamente 150 milioni per il bonus tv, che sarà disponibile fino al 31 dicembre 2022, o fino all’esaurimento delle risorse stanziate. Ma cos’è il bonus tv 2021? Chi può richiederlo? E a quanto ammonta il contributo? E ancora, tutti i tipi di televisori rientrano nella lista del bonus?

Un’agevolazione fino a 50 euro per l’acquisto di televisori e decoder

Il bonus tv 2021 è un’agevolazione fino a 50 euro per l’acquisto di televisori e decoder idonei alla ricezione di programmi televisivi con i nuovi standard trasmissivi, nonché per l’acquisto di decoder per la ricezione satellitare. Si può usufruire di un solo bonus fino a 50 euro per nucleo familiare e per l’acquisto di un solo apparecchio. Nella sua formulazione iniziale, il bonus tv è disponibile per le famiglie con ISEE fino a 20mila euro. Per quanto riguarda invece le modalità di accesso all’incentivo, verrà erogato sotto forma di sconto praticato dal venditore sul prezzo del prodotto acquistato.

Per ottenere lo sconto è necessario presentare al venditore la richiesta

Non tutti i però negozi aderiscono all’iniziativa: l’adesione dei rivenditori è infatti volontaria. Per usufruire del bonus, quindi, bisogna recarsi presso un punto vendita e verificare che abbia aderito all’iniziativa. Per ottenere lo sconto, i cittadini dovranno presentare al venditore un modulo di richiesta per acquistare una tv o un decoder beneficiando del bonus. A tal fine dovranno dichiarare di essere residenti in Italia e di appartenere a un nucleo familiare di fascia ISEE che non superi i 20.000 euro, e che altri componenti dello stesso nucleo non abbiano già fruito del bonus. Per verificare che una tv o un decoder rientrino tra i prodotti per i quali è possibile usufruire del bonus è a disposizione dei cittadini il sito del Ministero dello Sviluppo economico ha pubblicato la lista dei “prodotti idonei”.

Cos’è il passaggio al DVB-T2 e al protocollo HEVC?

Dal punto di vista tecnico i cambiamenti vanno dal passaggio dalla codifica MPEG2 all’MPEG4, dal cambio di frequenze di molti canali fino al passaggio finale al DVB-T2 e al protocollo HEVC.

Le tappe di questi passaggi prevedono che dal 1° settembre 2021 venga abbandonata la codifica MPEG2 per la MPEG4, mentre da settembre 2021 a giugno 2022 avverrà la risintonizzazione secondo il calendario dato.

A giugno 2022 avverrà poi il passaggio al DVB-T2, e contestualmente al HEVC, riferisce Altroconsumo.

La pandemia pesa sull’industria italiana della cosmetica. Ma non per tutti i prodotti

Uno dei settori più penalizzati dall’emergenza sanitaria è quello della cosmetica. L’effetto della pandemia sull’industria della cosmetica nel 2020 ha fatto registrare complessivamente un crollo di fatturato ed esportazioni. Nonostante il crollo sia avvenuto in modo meno critico di quanto inizialmente ipotizzato, il fatturato globale del settore ha toccato 10 miliardi e mezzo, quasi il 13% in meno rispetto al 2019. Per quanto riguarda i valori del mercato interno, sono scesi di circa il 10% rispetto all’anno precedente, mentre le esportazioni hanno segnato un -16,7%. Si tratta di alcuni risultai emersi dall’indagine dal titolo I numeri della cosmetica, elaborata da Cosmetica Italia, l’associazione nazionale delle imprese cosmetiche.

Il settore non è paralizzato ed è boom per l’e-commerce

Nonostante i dati negativi, il settore però non è paralizzato. Se da una parte sono calati i segmenti profumeria alcolica e make-up, sono invece aumentati i consumi di prodotti per l’igiene personale. E come per altri settori, anche per la cosmetica è stato un vero proprio boom per l’e-commerce. Se il settore ha retto meglio di altri in parte si deve infatti alle vendite online. Mentre tutti i canali distributivi tradizionali hanno subito contrazioni l’e-commerce ha registrato un +42% rispetto al 2019.

In controtendenza i prodotti per igiene e cura dei capelli

Quanto ai consumi nel dettaglio, in controtendenza con l’andamento negativo ci sono le famiglie di prodotto che stanno caratterizzando l’attraversamento della crisi Covid-19, ovvero, quelli legati all’igiene del corpo, che hanno aumentato le vendite del +6,3%), oltre a quelli per la cura dei capelli (+3,9%) e i prodotti per l’igiene orale (+1,4%). Gli andamenti più significativi in termini di crescita emergono tra i saponi liquidi (+35%), i coloranti e le spume coloranti per i capelli (+30,4%), e i prodotti depilatori (+5,3%). I cali maggiori invece, riporta Ansa, si sono registrati nella profumeria alcolica (-21,5%) e nelle diverse tipologie di make-up.

La mascherina fa crollare fard e rossetti

L’obbligo di indossare la mascherina ha poi buttato giù i consumi di correttori per le guance, i fard e le terre, che hanno registrato un calo del -28,7%, mentre i fondotinta e le creme colorate sono scese del -29%), e i rossetti e i lucidalabbra, sono calati del -35,8%.

“Sul 2021 c’è ancora incertezza dovuta alla pandemia – evidenzia Gian Andrea Positano, responsabile Centro Studi di Cosmetica Italia -. In uno scenario ottimistico, si ipotizza una crescita di quasi nove punti percentuali, mentre lo scenario più pessimistico evidenzia una crescita di poco superiore ai cinque punti percentuali”.   

« Articoli meno recenti