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Intelligenza Artificiale: il 60% delle aziende la usa, ma è preoccupata

Secondo il sondaggio condotto online dallo studio legale Dentons alla fine del 2021, il 48% delle aziende a livello globale è all’inizio del percorso di inserimento di sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale, e il 12% è early adopter della nuova tecnologia. Nonostante l’incertezza sul funzionamento dei processi decisionali dell’AI, e la preoccupazione sulle conseguenze delle sue possibili azioni o omissioni, il 60% delle società però già la sta utilizzando.
“Per l’Intelligenza artificiale è un momento di grande sviluppo – commenta l’avvocato Giangiacomo Olivi, Co-Head of Europe Data Privacy and Cybersecurity, Intellectual Property and Technology di Dentons -, che vede un numero sempre maggiore di imprese, in tutto il mondo, adottare questa tecnologia come parte integrante delle strategie di crescita del proprio business”.

Per utilizzare al meglio l’AI non ci si può fermare ai benefici immediati

“Per utilizzare al meglio l’AI, con tutte le sue potenzialità, non ci si può fermare ai benefici immediati – spiega l’avvocato Olivi -: è necessario valutarne attentamente i rischi, affrontando e gestendo le problematiche che i sistemi intelligenti possono porre prima di tutto a livello di governance e compliance normativa, ma senza dimenticare l’aspetto etico”.
Il sondaggio ha infatti evidenziato la consapevolezza dei molti vantaggi che possono derivare dall’uso dell’AI, come, ad esempio, il risparmio di tempo dovuto all’automazione dei processi e la riduzione degli errori umani nelle attività di elaborazione dei dati.
Al contempo, tale consapevolezza non ha ancora consentito di superare la preoccupazione sul rapporto tra l’AI e il trattamento dei dati personali, la responsabilità per le azioni e le omissioni compiute dai sistemi intelligenti, e più in generale, la normativa applicabile.

Tutela dei dati personali: un’esigenza di primaria importanza

La maggioranza dei partecipanti al sondaggio è infatti preoccupata dall’incertezza sui criteri di attribuzione della responsabilità per le conseguenze che possono derivare dalle decisioni, ed eventuali omissioni, dei sistemi di AI (80%). La tutela dei dati personali è un’esigenza di primaria importanza (81%), ma solo il 55% conferma di aver effettivamente implementato specifiche procedure interne di protezione dei dati. Oltre la metà degli intervistati (57%) dichiara poi di temere le discriminazioni che possono derivare dalle decisioni dei sistemi intelligenti.

Una gestione conforme al contesto normativo

Nonostante la consapevolezza dei rischi connessi all’uso dei sistemi intelligenti, , riferisce Adnkronos, solo il 19% delle società del panel ha già una strategia o segue una specifica roadmap per l’implementazione dell’AI, e sta adottando presidi per assicurarne una gestione conforme al contesto normativo attuale. Molte società infatti stanno attendendo che sia il legislatore ad attivarsi per l’adozione di disposizioni specificamente dedicate all’AI. In particolare, in materia di tutela dei dati personali (61%), protezione dei consumatori (52%), responsabilità penale (46%) e proprietà intellettuale (45%).
“Nell’attesa di interventi specifici dei legislatori – commenta Olivi -, per non perdere le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale è necessario adottare da subito un approccio più consapevole, che non guardi solo agli obiettivi di business ma anche alle persone”.

Il 2022 sarà l’anno del Livestream shopping

Nato in Cina come format di intrattenimento per i fan degli streamer, il Livestream Shopping nel 2021 è sbarcato anche in Italia, producendo un impatto dirompente sulle vendite online. E si conferma un trend di successo nel commercio digitale anche per il 2022. Con il Livestream Shopping, infatti, il tasso di conversione può essere cinque volte superiore rispetto alla vendita digitale tradizionale, e la stima per il 2022 è del +669% sulle vendite dei siti e-commerce che hanno sposato questo modello.
Sono sempre più le realtà italiane che implementano nel proprio modello di business il Livestream Shopping, dalle dirette live sui social, come sul marketplace di Facebook, o sul sito e-commerce del negozio. In questo modo infatti l’utente può acquistare direttamente i prodotti mostrati dallo ‘streamer’ nel corso della diretta live.

Il successo di una sessione di vendita in streaming

A ‘mettere sul tavolo’ i numeri del successo di un’attività grazie al Livestream Shopping è la piattaforma B2B di Livestream Shopping Marlene, sviluppata da Flyer Tech. Più in particolare, Marlene ha fatto un bilancio della prima sessione di vendita in diretta online dello store Bath & Body Works di Milano in via Torino. Durante la sessione la store manager di Bath & Body Works e una collega in poco meno di un’ora sono riuscite a mostrare 11 prodotti dello store, rispondendo a tutte le domande poste via chat dai partecipanti.

Lo streamer è il fattore determinante di una live

Oltre alla tecnologia della piattaforma (nel caso di Bath & Body Works la piattaforma B2B Marlene), alla base del Livestream Shopping è lo streamer il fattore determinante del successo di una live, insieme ovviamente all’impostazione di una giusta strategia. E durante la sessione di vendita organizzata per Bath & Body Works sulla diretta ospitata dal brand in soli 55 minuti sono ‘atterrati’ centinaia di utenti in contemporanea, e il Conversion rate durante e nelle ore successive alla live è più che raddoppiato.

Il segreto di una strategia vincente

“Una strategia vincente prende in considerazione vari elementi, dalla creazione di un calendario ben studiato alla scelta dei prodotti da mostrare e delle promozioni da riservare durante le dirette – spiega Marianna Chillau, ceo e co-founder di Marlene e Transactionale, nonché presidente e fondatrice di 4eCom, Associazione di soluzioni digitali nel mondo dell’e-commerce -. Nell’impostazione della strategia non può mancare l’instaurazione delle giuste partnership con gli influencer e gli streamer più in grado di creare e coltivare una community”. 

Credito al consumo, +18,8% nei primi nove mesi 2021

Nonostante i volumi dei flussi di credito al consumo non siano ancora tornati ai livelli pre-pandemia, nei primi nove mesi del 2021 registrano una crescita del +18,8% rispetto al 2020. La 51a edizione dell’Osservatorio sul Credito al Dettaglio, realizzato da Assofin, CRIF e Prometeia, evidenzia infatti come il confronto con i primi nove mesi del 2019 rifletta ancora una contrazione del -9,7%. Un gap che tuttavia si riduce progressivamente nel corso del 2021, nel terzo trimestre in particolare.
I prestiti personali sono il prodotto che più ha risentito degli effetti della crisi, segnando -18.1% sui flussi erogati rispetto al 2019. E secondo l’Osservatorio, se sulla domanda incide ancora la prudenza verso impegni finanziari maggiori, sull’offerta la maggiore attenzione al merito creditizio dei richiedenti. Anche a seguito di normative prudenziali più stringenti.

Mutui immobiliari, +21,3%
Le erogazioni di mutui immobiliari alle famiglie nei primi nove mesi del 2021 registrano una crescita del +21,3%, e il confronto sul periodo corrispondente del 2019 restituisce un incremento ancora più elevato: +36,8%. Trainano la crescita i mutui con finalità d’acquisto (+39,8%), che rappresentano il 79% dei flussi finanziati superando il valore pre-pandemia (75%).
Il trend ha beneficiato dei tassi di riferimento ancora ai minimi storici e degli incentivi governativi.
Il comparto sta inoltre fornendo un contributo alla transizione ‘verde’ dei consumi attraverso l’offerta di mutui green, che incidono per l’8% sul totale mutui acquisto.
Le surroghe invece nel terzo trimestre 2021 accentuano il calo (-45,6%) per via dell’esaurimento dei contratti in essere che potrebbero migliorare le condizioni economiche applicate.

Il rischio di credito è al livello più basso degli ultimi anni
Il rischio di credito si colloca, rispetto al totale dei prestiti alle famiglie, sul livello più basso degli ultimi anni, con il tasso di default 90 past due che a settembre 2021 si posiziona all’1,2%. La contrazione dei trimestri centrali del 2021 coinvolge sia i prestiti finalizzati (0,8% a settembre 2021) sia i prestiti personali (1,9%). Anche per i mutui immobiliari il tasso di default a 90 giorni segue un percorso di riduzione, passando dall’1,2% di marzo 2021 allo 0,7% di settembre. Al mantenimento di un’elevata qualità del credito hanno contribuito, oltre agli strumenti di sostegno del reddito, anche l’atteggiamento responsabile delle famiglie e i tassi di interesse confermati dalla BCE ai minimi storici.

Cauto ottimismo per lo scenario economico 2022-23
Lo scenario macroeconomico considerato dall’Osservatorio rimane cautamente ottimistico, ma un elemento cruciale sarà la capacità delle istituzioni di attuare nei tempi e nei modi concordati con la Commissione europea gli interventi previsti dal PNRR. Dopo il rimbalzo del 2021 i flussi complessivi di credito al consumo nel biennio 2022-23 consolideranno una crescita guidata dai prestiti finalizzati, mentre sarà più lento il recupero dei prestiti personali. Sul fronte delle politiche di offerta, la solvibilità della clientela resterà un elemento decisivo, soprattutto nel 2022, quando il termine delle moratorie e la riduzione degli interventi di sostegno porterà a un peggioramento della rischiosità.

Omnicanalità: cresce l’interesse, ma le aziende non sono ancora ‘mature’

Cresce l’interesse delle imprese italiane nei confronti dell’omnicanalità, ma nel 2021 solo un’azienda su cinque ha strutturato una ‘vista unica sul cliente’, che consenta quindi di avere una reale conoscenza delle loro caratteristiche e dei loro interessi. In pratica, le aziende italiane non sono ancora abbastanza mature per un approccio omnicanale, e non solo alle vendite. La scarsa maturità delle aziende si riflette anche sull’attività di Data Activation: se un’azienda su tre giudica almeno buona la propria capacità di generare valore di business dai dati raccolti solo il 6% la ritiene ottima. Come evidenzia la quinta edizione dell’Osservatorio Omnichannel Customer Experience, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano, portare avanti la trasformazione omnicanale richiede di lavorare su quattro pilastri: Strategia, Organizzazione, Dati e Tecnologie.

Omnichannel Customer Experience e Omnichannel Data Strategy

Una condizione necessaria per il successo di una trasformazione omnicanale è la presenza di una chiara strategia e di un forte commitment del top management in grado di guidare il cambiamento in maniera strutturata. Sebbene l’83% dei casi analizzati dichiari che il vertice aziendale risulti coinvolto nel monitoraggio delle iniziative, per metà delle aziende l’Omnichannel Customer Experience è una priorità strategica solo ‘a parole’: nei fatti mancano gli strumenti tecnologici e organizzativi per attuarla. Occorre poi lavorare sul terzo pilastro, quello relativo ai Dati, impostando una Omnichannel Data Strategy e dotarsi delle opportune Tecnologie per raccogliere e gestire in maniera integrata i dati sui clienti. Così da valorizzarli in chiave di personalizzazione dell’esperienza cliente e miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza dei processi di marketing, vendita e customer care. 

I 5 cluster della maturità omnicanale

Incrociando la valutazione dell’approccio delle imprese a livello strategico-organizzativo e a livello di dati e tecnologie, emergono cinque diversi cluster che rappresentano il grado di maturità omnicanale delle aziende. Gli Omnichannel Master, il segmento omnicanale maggiormente evoluto, rappresentano il 9% delle aziende del campione, principalmente appartenenti ai settori Energy, Utility e Oil&Gas, Telco e Bancario e assicurativo. Il segmento degli Omnichannel Novice, rappresenta invece il 21%, soprattutto nei settori Industriale/B2b, Beni di largo consumo e Beni durevoli. Tra questi due estremi, si posizionano gli altri tre cluster, ciascuno con un’incidenza prossima al 25%: gli Omnichannel In-Progress, i Committed, e i Tactician.

Marketing e Comunicazione, Vendite e Customer Care

I benefici di un approccio omnicanale si esplicano in maniera significativa all’interno dei processi aziendali deputati alla gestione del cliente. In particolare, Marketing e Comunicazione, Vendite e Customer Care. Il processo di Marketing e Comunicazione data-driven si compone di tre fasi principali: profilazione della customer base, content management e personalizzazione, e delivery delle iniziative, e per il processo di Vendita, lead management, personalizzazione dell’esperienza e attivazione di servizi omnicanale e di assistenza alla vendita. Per trasformare invece il processo di Customer Care, è necessario agire sulla progettazione di un processo integrato a livello di conoscenza e di canali di assistenza, e sull’adozione di opportune tecnologie e strumenti a supporto della fase di interazione con il cliente.

Pagamenti digitali, sono il 74% gli italiani che li usano

Complice anche la pandemia, che ha necessariamente spinto i sistemi che implicano pochi o nessun contatto fisico, i pagamenti digitali hanno registrato un vero e proprio exploit, tanto che oggi sono il 74% gli italiani che li usano. Giusto per dare dei dati, dal 2019 ad oggi questo metodo di pagamento è cresciuto in maniera esponenziale. Se nel gennaio 2019 meno della metà delle transazioni via Pos veniva effettuata utilizzando la tecnologia contactless Nfc (46%), nell’autunno 2021 ha raggiunto il 74% la percentuale di italiani che utilizza pagamenti digitali e preferisce evitare di digitare pin sulla tastiera o maneggiare Pos. Le cifre emergono dall’ultimo Osservatorio di SumUp, la fintech del settore dei pagamenti digitali e soluzioni innovative cashless, che sottolinea come, da una media del 53% nel 2019, si sia passati a quella del 66% nel 2020 e raggiunto il 71% nel 2021, mostrando una crescita del 34,1% rispetto al 2019 e del 7,8% sul 2020. 

“Il 2020 è stato l’anno della svolta”

“Sicuramente il 2020 è stato l’anno della svolta, ma è bene notare come nel 2021 la tendenza sia stata mantenuta e la crescita continui, seppure in modo più lento. Bisogna, infatti, considerare da una parte la sempre maggiore predisposizione dei commercianti ad accettare pagamenti tramite carta, supportati anche dal credito d’imposta del Governo; dall’altra, l’aumento della soglia per i pagamenti contactless senza pin a 50 euro, affiancata dalla diffusione di device come smartphone e smartwatch, che consentono di pagare in modalità contactless e velocizzare così le operazioni in cassa” ha dichiarato Umberto Zola, Country Growth Lead Italia di SumUp. “Pagare con smartphone è infatti quanto mai veloce, oltre che comodo, essendo uno strumento che si ha sempre a portata di mano e che difficilmente, al contrario del portafoglio, si dimentica a casa. Inoltre, una transazione di pagamento contactless con carta o con telefono, richiede in media la metà del tempo impiegato per un pagamento in contanti”.

I commercianti confermano la tendenza

Anche i commercianti confermano la tendenza, da parte dei consumatori, di pagare senza contatto. Come rivela un sondaggio condotto da SumUp a ottobre 2021, i commercianti rivelano che nel 53% dei casi hanno notato da parte dei clienti maggiore propensione a pagare cashless. Ad apprezzare il contactless sono soprattutto gli avventori di bar e club che in 8 casi su 10 preferiscono pagare senza contatto.

Finanza sostenibile: quale è la percezione dei risparmiatori?

Nel biennio 2020-2021 emerge un nuovo scenario di riferimento. Se da un lato sono aumentati coloro che vivono in povertà assoluta dall’altro una parte significativa degli italiani ha incrementato la quota dei propri risparmi e investimenti rispetto al consueto. Nel corso della Settimana SRI, l’evento italiano sulla finanza sostenibile, sono stati presentati i risultati della ricerca Finanza sostenibile in tempo di crisi: la percezione dei risparmiatori, condotta da BVA Doxa per il Forum per la Finanza Sostenibile. E dall’indagine è emerso che circa la metà degli intervistati sta cambiando le proprie abitudini finanziarie, e il 18% ha già sottoscritto prodotti SRI.

Le abitudini di investimento in tempo di pandemia

Se quasi la metà dei risparmiatori ha modificato le proprie abitudini finanziarie i principali cambiamenti riguardano la finalità dell’investimento, orientato ad accantonare somme più elevate per il futuro (40%), l’attenzione crescente alle informazioni su mercati e situazione economica (28%), e la definizione del profilo di rischio e dell’orizzonte temporale degli investimenti (23%). A seguito della pandemia si è inoltre osservato un aumento della digitalizzazione: il 43% dei risparmiatori ha incrementato l’utilizzo dei canali digitali per gestire i propri prodotti di risparmio e investimento. Il digitale non ha sostituito però i riferimenti fisici tradizionali, che rimangono predominanti soprattutto per la sottoscrizione di nuovi prodotti.

Gli investitori incrementano la quota di investimenti SRI

Nel 2021 i risparmiatori che conoscono o hanno almeno sentito parlare di investimenti sostenibili aumentano del 20% rispetto al 2019, arrivando a quota 77%. Cresce anche la quota di quanti hanno investito in prodotti SRI, o in aziende con precise politiche di sostenibilità sociale e/o ambientale: nel 2021 sono il 18%, contro il 14% del 2019. Per l’82% dei risparmiatori nelle scelte di investimento i temi ESG infatti sono importanti. L’ambiente rimane l’ambito predominante, anche se la pandemia ha contribuito ad aumentare l’attenzione alla sfera sociale. Inoltre, chi già investe in prodotti SRI dichiara di averne constatato la validità sul piano delle performance nell’esperienza diretta. Da quando è iniziata la pandemia il 35% dei sottoscrittori ha incrementato la quota di investimenti sostenibili e il 57% pensa di farlo in futuro.

Il ruolo della sostenibilità nell’economia

I risparmiatori notano poi una maggiore prontezza degli operatori finanziari sui temi della sostenibilità. Il 46% degli intervistati dichiara di ricevere dalla propria banca, assicurazione o consulente finanziario, più informazioni sugli investimenti sostenibili rispetto al passato. Il 47% dei risparmiatori, inoltre, percepisce un aumento delle competenze e dell’attenzione a questi temi nel settore finanziario. In ogni caso, il 44% degli intervistati ritiene che integrare maggiormente la sostenibilità ambientale, sociale e di governance tra i criteri che guidano le scelte strategiche delle aziende possa contribuire a una ripresa più rapida. Per il 60% degli intervistati, la situazione legata al Covid-19 sta cambiando l’atteggiamento sulla sostenibilità di cittadini, imprese e istituzioni. Per il 48% l’attenzione aumenterà, mentre per il 12% questa diminuirà.

Un’aria compressa adatta ad ogni tipo di attività

L’aria compressa è la forma  di energia più utilizzata nella maggior parte dei settori industriali. Il numero di processi nei quali essa trova applicazione è veramente infinito, tanto che sarebbe impossibile anche tentare di stilare un elenco definitivo.

L’importante è sapere che ogni azienda che vuol essere sempre competitiva nel proprio settore deve disporre delle migliori risorse e fonti di energia, e dunque avere i propri compressori che possono lavorare senza sosta.

Tuttavia, ogni realtà aziendale necessita di un sistema di aria compressa diverso, ovvero di un compressore con caratteristiche specifiche e di una rete d’aria dimensionata in base alle proprie esigenze.

Una rete pensata per alimentare gli strumenti del settore minerario non è ovviamente la stessa cosa di un sistema progettato per l’industria alimentare o per il settore automobilistico, in quanto le necessità di utilizzo sono diverse.

Dunque di seguito ti spieghiamo di quale qualità di aria compressa hai bisogno per la tua attività.

L’importanza della qualità dell’aria compressa

Innanzitutto bisogna sapere che l’aria compressa viene prelevata dall’ambiente in cui ci si trova, e quindi essa può contenere determinate sostanze come l’acqua, sia sotto forma di vapore che di gocce. Lo stesso di casi anche per l’olio, la polvere e altri contaminanti. Ci possono essere particelle di qualsiasi natura sparse nell’aria, ed è importante saperlo.

Come puoi immaginare infatti, questo tipo di sostanze influenza direttamente la qualità della tua produzione.

Ecco perché la tua rete d’aria deve avere una serie di elementi che ti permettano di ottenere la migliore qualità di aria compressa. Tutto ciò ti consentirà di avere un business più redditizio ed efficiente.

Gli standard dell’aria compressa

La norma internazionale ISO 85731 determina tre tipi di inquinanti primari (particelle solide, acqua e olio), per cui quando si progetta un sistema di aria compressa per la propria azienda, è necessario assicurarsi che la qualità dell’aria rispetti quanto previsto da questo riferimento, in modo che l’aria prodotta dal tuo impianto sia della migliore qualità e dunque verificata dagli standard internazionali.

Filtri per eliminare le impurità

Dopo aver preso in considerazione le norme e gli standard di purezza, possiamo parlare di sistemi per eliminare i problemi di qualità dell’aria compressa, come i filtri.

Il compito dei filtri per aria compressa è quello di separare le particelle d’aria dalle particelle inquinanti.

È importante che i filtri che installi siano di qualità e dunque riconosciuti sul mercato, che rispettino anche gli standard di purezza per il trattamento dell’acqua, delle particelle e dell’olio.

Gli essiccatori d’aria

Esistono anche gli essiccatori ad aria (o ad adsorbimento) che vengono utilizzati per rimuovere l’umidità dall’aria compressa. Tali essiccatori vengono utilizzati quando è richiesta aria senza la presenza di acqua allo stato liquido o senza vapore acqueo.

Di norma, l’essiccatore ad adsorbimento viene utilizzato principalmente in applicazioni industriali in cui il grado di secchezza dell’aria deve essere molto elevato. I punti di rugiada consentiti da un essiccatore di questo tipo sono compresi tra -20ºC e -70ºC. Mentre i refrigeranti sono 3º centigradi.

In breve

È dunque molto importante avere aria di qualità quando si progetta un sistema di aria compressa o una rete d’aria per la propria attività, a prescindere dal settore in cui si opera.

Se l’aria compressa è di scarsa qualità, si rischia infatti semplicemente di rovinare il prodotto finale, causando delle conseguenti perdite economiche, ma non solo.

Si possono anche andare a rovinare i macchinari impiegati per la produzione, con il conseguente problema di dover fermare la produzione per apportare le riparazioni necessarie ed eventualmente attendere i Ricambi Atlas Copco necessari.

I dati personali rubati sul dark web crescono del 56,3%

Nel primo semestre 2021 si è registrata una crescita del +18% dei dati trovati sul dark web rispetto al secondo semestre 2020. Tanto che gli utenti allertati in Italia per dati rilevati sul dark web sono il 72,9%, a fronte di un 27,1% rilevato sul web pubblico. Sempre nella prima metà dell’anno, poi, sono stati oltre 1 milione gli alert ricevuti da utenti italiani relativamente a un attacco informatico ai danni dei propri dati personali, il 56,3% in più rispetto alla precedente rilevazione dell’Osservatorio Cyber di CRIF. L’analisi di CRIF si focalizza in particolare sugli alert relativi a informazioni ritrovate sul dark web, all’interno del quale circolano indebitamente miliardi di dati.

Migliaia di credenziali e informazioni personali vendute a meno di 50 euro

Gli ambienti in cui viene scambiata la maggior quantità di dati rubati sono forum, blog e piattaforme di messaggistica. E oltre a motori di ricerca specifici, Telegram sta diventando sempre più una sorta di luogo di incontro virtuale per hacker. Sul dark web, poi, pacchetti di migliaia di credenziali e informazioni personali vengono vendute clandestinamente anche a meno di 50 euro. E non mancano scambi di dati con una valenza finanziaria, come carte di credito e IBAN. Per le carte di credito, nel 94,5% dei casi rilevati, sono presenti dati completi di cvv e data di scadenza, in metà dei casi abbinati correttamente, anche a nome e cognome del titolare.

Password, indirizzi email, username, numeri di telefono i dati più diffusi

Nel primo semestre 2021 i dati personali che prevalentemente circolano sul dark web sono password, indirizzi email individuali o aziendali, username, i numeri di telefono. Anche nome e cognome rientrano nella top 5 dei dati più vulnerabili. Queste informazioni potrebbero essere utilizzate per compiere truffe, ad esempio attraverso phishing o smishing. Inoltre, in quasi 9 casi su 10 è stato intercettato l’abbinamento tra username e password, con un elevatissimo rischio di intrusione nelle aree riservate delle vittime.

Quasi la metà degli account più violati riguarda giochi online e dating

Le credenziali rubate possono essere utilizzate per varie attività indebite, come entrare negli account delle vittime, utilizzare servizi in modo abusivo, inviare email con richieste di denaro o link di phishing, inviare malware o ransomware, allo scopo di estorcere o rubare denaro. Quasi la metà degli account rilevati (46,6%) è relativa ad ambiti di intrattenimento, soprattutto account di giochi online e dating.  Al secondo posto si posiziona il furto degli account di forum e siti web (20,8%), al terzo gli account di Servizi streaming (18,7%), e al quarto quello di account di social media (13,7%) come Facebook, Twitter, Instagram, LinkedIn, che possono portare a tentativi di truffe e furti di identità con pesanti conseguenze per la vittima. I database aziendali rappresentano, invece, lo 0,2%, degli account rilevati.

I politici sono la categoria professionale meno affidabile

A livello internazionale, il 64% dei cittadini valuta medici e dottori come le figure professionali maggiormente affidabili, a seguire si posizionano gli scienziati, con il 61%, e gli insegnanti, con il 55%. Le ultime posizioni della classifica sono occupate dai politici, con il 10%, dai ministri del Governo, con il 14%, e dai dirigenti pubblicitari, con il 15%. Si tratta dei risultati del nuovo sondaggio Ipsos Global Trustworthiness Index, che ha coinvolto 28 Paesi, e che in media, dal 2018 rileva il livello di fiducia riposto dalle persone in diverse categorie professionali. La rilevazione di quest’anno ha fornito anche un confronto tra il mondo pre-pandemia e quello di oggi.

Poca fiducia nei dirigenti pubblicitari, i ministri del Governo e i politici

A livello internazionale, tre professioni si distinguono per essere considerate meno affidabili: dirigenti pubblicitari, ministri del Governo e politici. Tra il 2019 e il 2021 la percentuale di coloro che vedono i politici come inaffidabili è diminuita di 4 punti (dal 66% al 62%), mentre il livello di sfiducia nei ministri del Governo è diminuito di 5 punti (dal 58% al 53%), e se nel 2019 quasi la metà degli intervistati a livello internazionale considerava inaffidabili i dirigenti pubblicitari (45%), ora la quota è pari al 39%. Soltanto il 15% degli intervistati ripone fiducia nei dirigenti pubblicitari, il 14% nei ministri del Governo e il 10% nei politici. In Italia, il 9% dei cittadini ritiene i politici affidabili e il 15% ritiene affidabili ministri del Governo e dirigenti pubblicitari.

Medici e dottori, l’impatto del Covid-19

Sebbene, negli ultimi anni, le posizioni di molte professioni siano rimaste invariate, la pandemia da Covid-19 ha avuto un impatto notevole sulla posizione occupata da medici e dottori. Infatti, la fiducia in questa categoria professionale è aumentata di 7 punti percentuali dal 2019. La Gran Bretagna è il Paese che affida il punteggio più alto di fiducia nei medici, con il 72%, seguono i Paesi Bassi, con il 71%, e il Canada con il 70%. La percentuale dell’Italia si avvicina molto alla media internazionale: il 65% ripone la propria fiducia nella categoria dei medici.

Il 68% degli italiani ritiene gli scienziati affidabili

Gli scienziati sono la categoria professionale che ottiene in media la fiducia del 61% degli intervistati, e la loro posizione è rimasta invariata in molti mercati negli ultimi due anni. In Italia, la categoria professionale degli scienziati occupa il primo posto della classifica: il 68% dei cittadini la ritiene affidabile, anche in misura maggiore rispetto a medici e dottori. Per la terza rilevazione consecutiva, gli insegnanti continuano a rimanere sul podio occupando il terzo posto, con una media del 55% a livello internazionale che li definisce affidabili. Anche in questo caso il livello di fiducia riposto nella categoria professionale degli insegnati ha subito piccole variazioni negli ultimi anni. Tra i maggiori aumenti registrati, Italia e Sudafrica (+6), mentre il livello di fiducia è diminuito negli Stati Uniti (-6) e in Argentina (-5).

Dopo la pandemia ecco l’alba di una nuova transizione digitale

La pandemia ha costituito un fattore di accelerazione del paradigma biomediatico, prefigurando l’alba di una nuova transizione digitale. In futuro, basta con le file e le richieste su carta stampata, largo a servizi e app per ottenere certificati e documenti con un clic. Questo è il desiderio del 38,1% degli italiani. La PA digitale, infatti, è considerata irrinunciabile anche dopo la pandemia, ma anche e-commerce (29,9%), conto corrente online (24,3%) e home delivery (24,2%). Per il 20,2% invece è lo smart working a essere intoccabile, un dato che sale al 28,6% tra i 30-44enni. Se poi il 48,7% ha già attivato lo Spid i divari sociali e territoriali pesano ancora: le percentuali più elevate si registrano nelle grandi aree metropolitane (59,5%) e tra le persone dotate di titoli di studio più alti (61,6%), mentre i picchi più bassi si riscontrano al Sud (40,2%) e tra gli anziani (32,1%). Si tratta di alcuni risultati del 17° Rapporto sulla comunicazione del Censis, dal titolo I media dopo la pandemia. 

Le tecnologie hanno garantito la continuità di molte attività

In ogni caso, le tecnologie digitali hanno garantito la continuità di molte attività, pubbliche e private. Per il 58,6% degli italiani i dispositivi digitali hanno permesso di provvedere alle proprie necessità durante la pandemia, sono stati d’aiuto per mantenere le relazioni sociali (55,3%), o grazie a essi si è potuto continuare a lavorare o a studiare (55,2%). Però adesso più della metà (52,8%) si sente stanco dell’uso continuo dei dispositivi digitali e vorrebbe ‘staccare la spina’: i device rubano troppo tempo (32,2%), tanto che se il 31,5% avverte il bisogno di connettersi continuamente il 22,8% dichiara di non riuscire a disconnettersi mai.

Informazione e pandemia, telegiornali in testa 

Anche durante l’emergenza sanitaria i telegiornali hanno mantenuto la posizione di vertice tra le fonti informative (60,1%), un riferimento per i 65-80enni (73,2%), e per il 42,3% dei 14-29enni.
Al secondo posto c’è Facebook (30,1%), poi i motori di ricerca come Google, (22,9%) e le tv all news (22,5%), cresciute del 2,9%. I quotidiani cartacei registrano invece l’11,7% di utenza (-5,8% rispetto al 2019) e i quotidiani online hanno incrementato la loro utenza del 12,5% (+1,1%).

Tutti pazzi per le notizie scientifiche

Sicuramente la regina delle notizie nel palinsesto degli italiani resta la politica (39,7%), ma la voglia di approfondire le informazioni sul Covid-19 ha determinato un crescente interesse per le notizie di tipo scientifico, medico e tecnologico, salite nelle preferenze del 33,4% degli italiani, rispetto al 27,7% del 2019. Le opinioni sulla presenza sulla ribalta mediatica degli esperti nei campi della medicina è positivo per il 54,2%: sono stati indispensabili per ottenere indicazioni sui comportamenti corretti da adottare (15,5%) o utili per comprendere quello che accadeva (38,7%). I giudizi sono invece negativi per il 45,8%, in quanto virologi ed epidemiologi hanno creato confusione e disorientamento (34,4%), o sono stati addirittura dannosi, perché hanno provocato allarme (11,4%).

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