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Un’aria compressa adatta ad ogni tipo di attività

L’aria compressa è la forma  di energia più utilizzata nella maggior parte dei settori industriali. Il numero di processi nei quali essa trova applicazione è veramente infinito, tanto che sarebbe impossibile anche tentare di stilare un elenco definitivo.

L’importante è sapere che ogni azienda che vuol essere sempre competitiva nel proprio settore deve disporre delle migliori risorse e fonti di energia, e dunque avere i propri compressori che possono lavorare senza sosta.

Tuttavia, ogni realtà aziendale necessita di un sistema di aria compressa diverso, ovvero di un compressore con caratteristiche specifiche e di una rete d’aria dimensionata in base alle proprie esigenze.

Una rete pensata per alimentare gli strumenti del settore minerario non è ovviamente la stessa cosa di un sistema progettato per l’industria alimentare o per il settore automobilistico, in quanto le necessità di utilizzo sono diverse.

Dunque di seguito ti spieghiamo di quale qualità di aria compressa hai bisogno per la tua attività.

L’importanza della qualità dell’aria compressa

Innanzitutto bisogna sapere che l’aria compressa viene prelevata dall’ambiente in cui ci si trova, e quindi essa può contenere determinate sostanze come l’acqua, sia sotto forma di vapore che di gocce. Lo stesso di casi anche per l’olio, la polvere e altri contaminanti. Ci possono essere particelle di qualsiasi natura sparse nell’aria, ed è importante saperlo.

Come puoi immaginare infatti, questo tipo di sostanze influenza direttamente la qualità della tua produzione.

Ecco perché la tua rete d’aria deve avere una serie di elementi che ti permettano di ottenere la migliore qualità di aria compressa. Tutto ciò ti consentirà di avere un business più redditizio ed efficiente.

Gli standard dell’aria compressa

La norma internazionale ISO 85731 determina tre tipi di inquinanti primari (particelle solide, acqua e olio), per cui quando si progetta un sistema di aria compressa per la propria azienda, è necessario assicurarsi che la qualità dell’aria rispetti quanto previsto da questo riferimento, in modo che l’aria prodotta dal tuo impianto sia della migliore qualità e dunque verificata dagli standard internazionali.

Filtri per eliminare le impurità

Dopo aver preso in considerazione le norme e gli standard di purezza, possiamo parlare di sistemi per eliminare i problemi di qualità dell’aria compressa, come i filtri.

Il compito dei filtri per aria compressa è quello di separare le particelle d’aria dalle particelle inquinanti.

È importante che i filtri che installi siano di qualità e dunque riconosciuti sul mercato, che rispettino anche gli standard di purezza per il trattamento dell’acqua, delle particelle e dell’olio.

Gli essiccatori d’aria

Esistono anche gli essiccatori ad aria (o ad adsorbimento) che vengono utilizzati per rimuovere l’umidità dall’aria compressa. Tali essiccatori vengono utilizzati quando è richiesta aria senza la presenza di acqua allo stato liquido o senza vapore acqueo.

Di norma, l’essiccatore ad adsorbimento viene utilizzato principalmente in applicazioni industriali in cui il grado di secchezza dell’aria deve essere molto elevato. I punti di rugiada consentiti da un essiccatore di questo tipo sono compresi tra -20ºC e -70ºC. Mentre i refrigeranti sono 3º centigradi.

In breve

È dunque molto importante avere aria di qualità quando si progetta un sistema di aria compressa o una rete d’aria per la propria attività, a prescindere dal settore in cui si opera.

Se l’aria compressa è di scarsa qualità, si rischia infatti semplicemente di rovinare il prodotto finale, causando delle conseguenti perdite economiche, ma non solo.

Si possono anche andare a rovinare i macchinari impiegati per la produzione, con il conseguente problema di dover fermare la produzione per apportare le riparazioni necessarie ed eventualmente attendere i Ricambi Atlas Copco necessari.

I dati personali rubati sul dark web crescono del 56,3%

Nel primo semestre 2021 si è registrata una crescita del +18% dei dati trovati sul dark web rispetto al secondo semestre 2020. Tanto che gli utenti allertati in Italia per dati rilevati sul dark web sono il 72,9%, a fronte di un 27,1% rilevato sul web pubblico. Sempre nella prima metà dell’anno, poi, sono stati oltre 1 milione gli alert ricevuti da utenti italiani relativamente a un attacco informatico ai danni dei propri dati personali, il 56,3% in più rispetto alla precedente rilevazione dell’Osservatorio Cyber di CRIF. L’analisi di CRIF si focalizza in particolare sugli alert relativi a informazioni ritrovate sul dark web, all’interno del quale circolano indebitamente miliardi di dati.

Migliaia di credenziali e informazioni personali vendute a meno di 50 euro

Gli ambienti in cui viene scambiata la maggior quantità di dati rubati sono forum, blog e piattaforme di messaggistica. E oltre a motori di ricerca specifici, Telegram sta diventando sempre più una sorta di luogo di incontro virtuale per hacker. Sul dark web, poi, pacchetti di migliaia di credenziali e informazioni personali vengono vendute clandestinamente anche a meno di 50 euro. E non mancano scambi di dati con una valenza finanziaria, come carte di credito e IBAN. Per le carte di credito, nel 94,5% dei casi rilevati, sono presenti dati completi di cvv e data di scadenza, in metà dei casi abbinati correttamente, anche a nome e cognome del titolare.

Password, indirizzi email, username, numeri di telefono i dati più diffusi

Nel primo semestre 2021 i dati personali che prevalentemente circolano sul dark web sono password, indirizzi email individuali o aziendali, username, i numeri di telefono. Anche nome e cognome rientrano nella top 5 dei dati più vulnerabili. Queste informazioni potrebbero essere utilizzate per compiere truffe, ad esempio attraverso phishing o smishing. Inoltre, in quasi 9 casi su 10 è stato intercettato l’abbinamento tra username e password, con un elevatissimo rischio di intrusione nelle aree riservate delle vittime.

Quasi la metà degli account più violati riguarda giochi online e dating

Le credenziali rubate possono essere utilizzate per varie attività indebite, come entrare negli account delle vittime, utilizzare servizi in modo abusivo, inviare email con richieste di denaro o link di phishing, inviare malware o ransomware, allo scopo di estorcere o rubare denaro. Quasi la metà degli account rilevati (46,6%) è relativa ad ambiti di intrattenimento, soprattutto account di giochi online e dating.  Al secondo posto si posiziona il furto degli account di forum e siti web (20,8%), al terzo gli account di Servizi streaming (18,7%), e al quarto quello di account di social media (13,7%) come Facebook, Twitter, Instagram, LinkedIn, che possono portare a tentativi di truffe e furti di identità con pesanti conseguenze per la vittima. I database aziendali rappresentano, invece, lo 0,2%, degli account rilevati.

I politici sono la categoria professionale meno affidabile

A livello internazionale, il 64% dei cittadini valuta medici e dottori come le figure professionali maggiormente affidabili, a seguire si posizionano gli scienziati, con il 61%, e gli insegnanti, con il 55%. Le ultime posizioni della classifica sono occupate dai politici, con il 10%, dai ministri del Governo, con il 14%, e dai dirigenti pubblicitari, con il 15%. Si tratta dei risultati del nuovo sondaggio Ipsos Global Trustworthiness Index, che ha coinvolto 28 Paesi, e che in media, dal 2018 rileva il livello di fiducia riposto dalle persone in diverse categorie professionali. La rilevazione di quest’anno ha fornito anche un confronto tra il mondo pre-pandemia e quello di oggi.

Poca fiducia nei dirigenti pubblicitari, i ministri del Governo e i politici

A livello internazionale, tre professioni si distinguono per essere considerate meno affidabili: dirigenti pubblicitari, ministri del Governo e politici. Tra il 2019 e il 2021 la percentuale di coloro che vedono i politici come inaffidabili è diminuita di 4 punti (dal 66% al 62%), mentre il livello di sfiducia nei ministri del Governo è diminuito di 5 punti (dal 58% al 53%), e se nel 2019 quasi la metà degli intervistati a livello internazionale considerava inaffidabili i dirigenti pubblicitari (45%), ora la quota è pari al 39%. Soltanto il 15% degli intervistati ripone fiducia nei dirigenti pubblicitari, il 14% nei ministri del Governo e il 10% nei politici. In Italia, il 9% dei cittadini ritiene i politici affidabili e il 15% ritiene affidabili ministri del Governo e dirigenti pubblicitari.

Medici e dottori, l’impatto del Covid-19

Sebbene, negli ultimi anni, le posizioni di molte professioni siano rimaste invariate, la pandemia da Covid-19 ha avuto un impatto notevole sulla posizione occupata da medici e dottori. Infatti, la fiducia in questa categoria professionale è aumentata di 7 punti percentuali dal 2019. La Gran Bretagna è il Paese che affida il punteggio più alto di fiducia nei medici, con il 72%, seguono i Paesi Bassi, con il 71%, e il Canada con il 70%. La percentuale dell’Italia si avvicina molto alla media internazionale: il 65% ripone la propria fiducia nella categoria dei medici.

Il 68% degli italiani ritiene gli scienziati affidabili

Gli scienziati sono la categoria professionale che ottiene in media la fiducia del 61% degli intervistati, e la loro posizione è rimasta invariata in molti mercati negli ultimi due anni. In Italia, la categoria professionale degli scienziati occupa il primo posto della classifica: il 68% dei cittadini la ritiene affidabile, anche in misura maggiore rispetto a medici e dottori. Per la terza rilevazione consecutiva, gli insegnanti continuano a rimanere sul podio occupando il terzo posto, con una media del 55% a livello internazionale che li definisce affidabili. Anche in questo caso il livello di fiducia riposto nella categoria professionale degli insegnati ha subito piccole variazioni negli ultimi anni. Tra i maggiori aumenti registrati, Italia e Sudafrica (+6), mentre il livello di fiducia è diminuito negli Stati Uniti (-6) e in Argentina (-5).

Dopo la pandemia ecco l’alba di una nuova transizione digitale

La pandemia ha costituito un fattore di accelerazione del paradigma biomediatico, prefigurando l’alba di una nuova transizione digitale. In futuro, basta con le file e le richieste su carta stampata, largo a servizi e app per ottenere certificati e documenti con un clic. Questo è il desiderio del 38,1% degli italiani. La PA digitale, infatti, è considerata irrinunciabile anche dopo la pandemia, ma anche e-commerce (29,9%), conto corrente online (24,3%) e home delivery (24,2%). Per il 20,2% invece è lo smart working a essere intoccabile, un dato che sale al 28,6% tra i 30-44enni. Se poi il 48,7% ha già attivato lo Spid i divari sociali e territoriali pesano ancora: le percentuali più elevate si registrano nelle grandi aree metropolitane (59,5%) e tra le persone dotate di titoli di studio più alti (61,6%), mentre i picchi più bassi si riscontrano al Sud (40,2%) e tra gli anziani (32,1%). Si tratta di alcuni risultati del 17° Rapporto sulla comunicazione del Censis, dal titolo I media dopo la pandemia. 

Le tecnologie hanno garantito la continuità di molte attività

In ogni caso, le tecnologie digitali hanno garantito la continuità di molte attività, pubbliche e private. Per il 58,6% degli italiani i dispositivi digitali hanno permesso di provvedere alle proprie necessità durante la pandemia, sono stati d’aiuto per mantenere le relazioni sociali (55,3%), o grazie a essi si è potuto continuare a lavorare o a studiare (55,2%). Però adesso più della metà (52,8%) si sente stanco dell’uso continuo dei dispositivi digitali e vorrebbe ‘staccare la spina’: i device rubano troppo tempo (32,2%), tanto che se il 31,5% avverte il bisogno di connettersi continuamente il 22,8% dichiara di non riuscire a disconnettersi mai.

Informazione e pandemia, telegiornali in testa 

Anche durante l’emergenza sanitaria i telegiornali hanno mantenuto la posizione di vertice tra le fonti informative (60,1%), un riferimento per i 65-80enni (73,2%), e per il 42,3% dei 14-29enni.
Al secondo posto c’è Facebook (30,1%), poi i motori di ricerca come Google, (22,9%) e le tv all news (22,5%), cresciute del 2,9%. I quotidiani cartacei registrano invece l’11,7% di utenza (-5,8% rispetto al 2019) e i quotidiani online hanno incrementato la loro utenza del 12,5% (+1,1%).

Tutti pazzi per le notizie scientifiche

Sicuramente la regina delle notizie nel palinsesto degli italiani resta la politica (39,7%), ma la voglia di approfondire le informazioni sul Covid-19 ha determinato un crescente interesse per le notizie di tipo scientifico, medico e tecnologico, salite nelle preferenze del 33,4% degli italiani, rispetto al 27,7% del 2019. Le opinioni sulla presenza sulla ribalta mediatica degli esperti nei campi della medicina è positivo per il 54,2%: sono stati indispensabili per ottenere indicazioni sui comportamenti corretti da adottare (15,5%) o utili per comprendere quello che accadeva (38,7%). I giudizi sono invece negativi per il 45,8%, in quanto virologi ed epidemiologi hanno creato confusione e disorientamento (34,4%), o sono stati addirittura dannosi, perché hanno provocato allarme (11,4%).

Italiani e animali domestici, un legame ancora più stretto dopo la pandemia

Gli italiani amano gli animali domestici e ritengono che siano una parte indispensabile della famiglia. Non solo: i nostri connazionali riconoscono ai pet un ruolo quasi “terapeutico”, fondamentale durante le lunghe settimane di lockdown. I cuccioli di casa, infatti, hanno regalato ai loro umani aiuto e supporto anche nei momenti più bui della pandemia di Covid-19. È questa la conclusione di un sondaggio condotto da Federchimica Aisa in collaborazione con Swg, realizzato con l’obiettivo di comprendere appieno il legame tra italiani e pets. Tanto che l’80% degli intervistati ha dichiarato che la presenza di un animale è stata fonte di conforto durante la pandemia. 

In Italia 60 milioni di animali da compagnia

Oggi nel nostro Paese ci sono circa 60 milioni di animali da compagnia: in base agli ultimi dati un italiano su due possiede un cucciolo. Tra tutti i nostri connazionali, il 67% ha scelto di adottare un quattro zampe proprio per il bisogno di compagnia, e questa percentuale sale addirittura al 73% fra le persone che non hanno figli. Per il 91% del campione, praticamente all’unanimità, gli amici pelosi sono a tutti gli effetti dei componenti della famiglia. E’ quindi molto lontana l’idea di considerare gli animali, come invece accadeva un tempo, solo come un aiuto nel lavoro nei campi o nella gestione delle greggi.

Il cane è il compagno preferito

Per quanto riguarda gli animali preferiti con cui condividere casa e vita, il cane vince nel sondaggio con il 62% delle preferenze, risultando così il pet più amato dagli italiani. Per il 55% dei rispondenti l’animale prediletto è il gatto e un altro sostanziale 27% ha deciso di acquistare pesci, volatili, roditori e animali esotici come serpenti e iguane.

Benessere a due e quattro zampe

“Il nostro sondaggio e il confronto con gli esperti rivelano come gli animali domestici siano fondamentali per il nostro benessere, un benessere non solo psicologico – ha spiegato Arianna Bolla, presidente di Federchimica Aisa – sono un aiuto per affrontare la solitudine e un supporto alla socializzazione per più piccoli. Convivere oggi con un animale domestico significa quindi essere responsabile della sua salute, una salute che dobbiamo garantire facendo riferimento ai medici veterinari. Un animale sano equivale a un proprietario sano, è così che realizziamo concretamente il concetto di One Health-una sola salute”.

Mutui, mai così convenienti

Il settore immobiliare è stato uno dei più colpiti dalla pandemia, ma con il ritorno graduale alla normalità il mercato è stato travolto da una ventata di ottimismo grazie al calo consistente dei tassi applicati ai mutui che hanno raggiunto i minimi storici. A dirlo è un recentissimo studio di Facile.it e Mutui.it che ha addirittura esplorato l’andamento dei tassi anche negli altri Paesi europei e in alcuni Stati del mondo, scoprendo che da noi i tassi ora sono bassi, anzi bassissimi. Per chi ha in programma di acquistare casa, il momento è perfetto per chiedere un mutuo a condizione estremamente vantaggiose.

In Italia i mutui più convenienti d’Europa

L’analisi, effettuata sui valori registrati ad agosto, ha considerato un immobile dal valore di 180.000 euro, una richiesta di finanziamento di 120.000 euro ed un piano di restituzione pari a 20 anni. In Italia, nel periodo di riferimento, questo tipo di finanziamento era indicizzato con taeg tra 0,88% e 0,98% se fisso e fra 0,67% e 0,77% se variabile. Senza dubbio il migliore fra le 14 nazioni dell’indagine.
Guardando unicamente al tasso fisso e al taeg, in Europa si avvicina ai valori italiani solo la Germania, dove il mutuo viene indicizzato a partire dall’1,18%. Fanno peggio, invece, alcuni Stati europei che, tradizionalmente, avevano tassi di interesse più simili a quelli del nostro Paese: è il caso della Spagna, dove il finanziamento è indicizzato dall’1,64%, e del Portogallo (a partire dall’1,91%).
Sempre restando entro i confini del Vecchio Continente, dall’analisi è emerso come le indicizzazioni del tasso fisso, considerando ancora una volta il taeg, partano dal 2,30% in Norvegia e dal 2,40% nel Regno Unito. Sebbene per queste due nazioni sia stato possibile rilevare solo il tan e non il taeg, è evidente come anche in Albania e in Grecia i mutuatari si trovino a pagare tassi notevolmente maggiori e pari, rispettivamente, al 3,00% e al 3,20%. Anche rispetto al tasso variabile (considerando il taeg), in Europa, tra i Paesi analizzati, nessuno fa meglio dell’Italia e le offerte rilevate partono dall’1,53% della Spagna fino all’1,95% del Portogallo.

I più cari in Russia e Brasile

E nel resto del mondo? L’analisi – che ha tenuto in considerazione il tan e non il taeg – rivela che per i tassi fissi, gli indici partono dall’1,44% in Canada, dall’1,89% in Australia, dal 2,13% in Giappone e dal 2,25% negli Stati Uniti. Guardando ai tassi variabili, invece, il Canada è l’unico Stato che, con un tan dello 0,98%, si avvicina a quello del nostro Paese; continuando l’analisi extra-europea i valori rilevati partono dall’1,41% in Giappone, dall’1,83% negli Stati Uniti, fino all’1,85% dell’Australia. Situazione molto diversa invece in Russia o in Brasile; nonostante il calo registrato nel corso dell’ultimo anno, i tassi fissi rilevati, se paragonati a quelli italiani, risultano davvero proibitivi; si parte rispettivamente dal 4,95% e dal 6,70%. 

Il settore arredo-design a Milano Monza Brianza e Lodi

Dal 5 al 10 settembre con il Supersalone è tornato a Milano il Salone del Mobile, che ha preceduto di poco la Fashion week, in calendario dal 21 al 27. Milano è la vetrina phygital del Made in Italy, da sempre riconosciuto e apprezzato nel mondo, anche in tempi di pandemia.
Tra Milano Monza Brianza e Lodi le imprese attive nei settori dell’arredo-design sono circa 7.000, di cui 2.228 specializzate nella fabbricazione di mobili, 1.269 nella filiera del legno e 2.553 nel design. A queste si aggiungono 938 attività del commercio al dettaglio di mobili e complementi. E con più di 2.100 imprese Milano si conferma la capitale nazionale del design.

Le aziende di design sono il 36,5% del totale

Si tratta dei numeri del sistema imprenditoriale del settore arredo-design, elaborati dall’Ufficio Studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Tra Milano Monza Brianza e Lodi la filiera dell’arredo design in termini di posti di lavoro conta oltre 37.500 addetti, che valgono circa il 2% del totale delle attività economiche e l’1,5% dell’occupazione. Tra i settori, le attività di design specializzate rappresentano il 36,5% del totale del comparto (con 2.553 imprese attive in termini assoluti), seguite dalla fabbricazione di mobili (31% con 2.228 imprese attive nei tre territori) e dall’industria del legno (1.269). A queste si aggiungono 938 attività del commercio al dettaglio di mobili e complementi.

Una variazione fisiologica in negativo delle imprese sul territorio

I dati camerali da un lato evidenziano una fisiologica variazione in negativo delle imprese sul territorio, dall’altro riflettono anche una spinta alla ripresa sostenuta dal design e dalla crescita delle esportazioni. Rispetto al medesimo periodo dello scorso anno, si registra infatti una variazione nel numero delle imprese attive del -1,1%, diminuzione comunque in linea con il -1,7% risultato dal confronto rispetto allo stesso periodo del 2019. 

Il Supersalone è il primo passo del ritorno di Milano alla nuova normalità

In un contesto economico profondamente segnato dalle conseguenze della pandemia, le imprese del manifatturiero pagano il conto più alto: in un anno le imprese attive a Milano Monza Brianza Lodi nell’industria del legno diminuiscono del -4,7%, -3,5% per la fabbricazione di mobili. Se anche il commercio è in lieve difficoltà (-0,4%), sono le attività del design che, in aumento del +2,8%, trainano i dati del comparto. “Il Supersalone del Mobile è il primo passo del ritorno di Milano alla nuova normalità – dichiara Carlo Sangalli Presidente della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi -. Il Supersalone, del resto, riapre la stagione dei grandi eventi, e sarà una grande opportunità per il rilancio dell’immagine di Milano a livello internazionale.

Lavoro, come è cambiato l’approccio dopo il Covid-19?

Che la pandemia di Covid-19 sia destinata a lasciare tracce profonde nelle nostre abitudini, dopo averle rivoluzionate nel giro di poche settimane, è sotto gli occhi di tutti. Tra queste, rientra anche l’approccio al lavoro, cambiato moltissimo dopo l’introduzione massiccia dello smart working. Ma, al di là delle sensazioni personali, qual è la situazione attuale dei lavoratori e quali le prospettive future? Queste tematiche sono state indagate dal nuovo sondaggio Ipsos, condotto in collaborazione con il World Economic Forum in 29 Paesi del mondo.

Si lavora di più da remoto

Rispetto al periodo pre Covid-19, ci sono stati dei cambiamenti nel mondo del lavoro condivisi globalmente. Il sondaggio evidenzia che in media, a livello internazionale, il 23% degli intervistati dichiara di lavorare da casa in misura maggiore rispetto a prima della pandemia. Percentuale leggermente più bassa in Italia, in cui il 18% dei lavoratori dichiara di lavorare più da casa, il 73% non ha notato nessun cambiamento e il 9% continua a lavorare meno da casa rispetto al periodo precedente alla pandemia. Prima che la pandemia scoppiasse, il 53% degli intervistati a livello internazionale ha dichiarato di aver sempre lavorato in ufficio lontano da casa; percentuale che si attualmente si è ridotta al 39%. In Italia, prima dello scoppio del Covid-19, il 56% dei lavoratori ha dichiarato di aver sempre lavorato in ufficio lontano da casa, il 15% ha sempre operato lontano da casa ma non in ufficio, il 14% ha sempre svolto le proprie mansioni da casa; infine, il restante 14% ha sempre lavorato da casa e qualche volta lontano dalla propria abitazione. E ora come stanno lavorando gli italiani? Il 48% è ritornato in ufficio, il 16% lavora lontano da casa ma non in ufficio, il 21% svolge i suoi compiti da casa, mentre il 15% lavora qualche volta a casa e qualche volta lontano da casa.

Quando si tornerà a lavorare in sede? 

Tra coloro che riferiscono di usufruire dello smart-working almeno qualche volta, il 76% a livello internazionale afferma di farlo a causa del Covid-19. Anche in Italia, il 26% dei lavoratori ha espresso di aver sempre lavorato da casa come ora, mentre, il 74% ha incominciato a svolgere le diverse mansioni da casa come conseguenza del Covid-19. Ma quali sono le percentuali di chi si aspetta di ritornare a svolgere la propria occupazione in sede? Il 31% dei lavoratori italiani ha dichiarato che reputa che tornerà alla normalità – e all’ufficio – in meno di 6 mesi, il 21% dai 6 mesi a 1 anno, il 9% tra oltre un anno, il 21% non pensa ritornerà alle solite modalità di lavoro e il 18% non ha un’opinione in merito.

Video on Demand, sempre più amati dagli italiani

Non sorprende che negli ultimi due ani, anche a causa della pandemia che ci ha costretto per lungo tempo a casa, siano aumentate tutte le possibilità di intrattenimento legate all’online. In particolare, hanno registrato un vero e proprio balzo in avanti i video on demand (Vod), la cui fruizione è aumentata significativamente anche nei primi mesi del 2021. Lo rivela una rilevazione costante di GFK Sinottica, che da marzo 2020 ha analizzato l’andamento di questa tipologia di servizio.  La permanenza forzata in casa durante il lockdown ha infatti favorito la conoscenza e l’utilizzo delle piattaforme Over-The-Top (OTT) e dei loro contenuti on demand. Nel giro di poche settimane, si è passati da una Reach media giornaliera del 16% sul totale della popolazione con più di 14 anni ad una del 26% ad aprile 2020. La percentuale di fruitori di contenuti Video on Demand nel giorno medio è scesa durante l’estate 2020 – anche per motivi legati alla stagionalità – per poi registrare un nuovo picco nell’ultimo trimestre del 2020. A gennaio 2021 la percentuale di italiani esposti al Vod corrispondeva nuovamente a circa un quarto della popolazione con più di 14 anni e si è mantenuta su questi livelli fino a marzo 2021. Si può dire quindi che si tratta di una tendenza destinata a durare nel tempo, al di là del contesto inedito del primo lockdown.

Cresce anche il tempo dedicato ai video

E’ interessante anche scoprire come sono cambiate le abitudini, o meglio i tempi, di fruizione da parte degli italiani. Nella giornata media si è passati dai circa 100 minuti al giorno dedicati nella fase pre-pandemica alle 2 ore circa registrate nel primo trimestre 2021.

Aumenta l’esposizione cross-mediale: Vod più Tv

“Nel corso del 2020, le limitazioni alla mobilità legate al lockdown hanno favorito la crescita del tempo di esposizione a tutti i Media accessibili da casa. Oltre al VOD, anche il Digital in generale e la TV lineare hanno registrato una forte crescita del tempo dedicato nella giornata media. Considerando tutti i mezzi a disposizione degli italiani all’interno delle mura domestiche, il tempo di esposizione è cresciuto di 50 minuti rispetto a quanto osservato nel 2019” riporta l’analisi. Emerge quindi un incremento della Total Audience, ovvero coloro che utilizzano entrambi i mezzi nel corso della giornata. Niente concorrenza quindi, piuttosto una complementarietà fra i due media, scelti l’uno o l’altro a seconda delle esigenze e dei momenti della giornata.

L’accesso a Internet diventa un diritto fondamentale

I numeri dimostrano che il web ormai è una risorsa essenziale per dare continuità alle attività professionali, lo studio e le relazioni sociali, soprattutto durante la pandemia. Sono infatti 46 milioni gli italiani dotati di una connessione a internet, e l’emergenza sanitaria ha quindi il definitivo ingresso dell’accesso al web nel novero dei diritti fondamentali. L’86,3% degli italiani è infatti convinto che l’accesso a internet deve essere garantito a tutti, ovunque e comunque. Sono alcuni dei principali risultati del Rapporto Il valore della connettività nell’Italia del dopo Covid-19, realizzato dal Censis in collaborazione con WindTre.

Servizi di rete essenziali ma investimenti a rischio

Per l’88,9% degli italiani che ne erano dotati, la propria connessione su rete fissa ha funzionato bene durante l’emergenza sanitaria. Protagonisti essenziali durante la pandemia e nel nuovo contesto post Covid-19, gli operatori Tlc da tempo però operano con margini ridotti a causa di tariffe che risentono della pressione concorrenziale e investimenti infrastrutturali crescenti. Lo sforzo competitivo degli operatori è compreso solo in parte dalla popolazione: infatti, per il 44,7% degli italiani in questi anni le tariffe non si sono ridotte, mentre il 41% pensa il contrario e il 14,3% è incerto. Come uscire dal cortocircuito? Per l’83,6% degli italiani una possibile exit strategy consiste nel far pagare una fee ai giganti del web.

La vita quotidiana degli italiani è permeata dal web

Il 91,5% degli italiani tiene contatti online con familiari, amici e conoscenti, il 78,9% usa internet per questioni legate alla salute, e molti altri per pagare bollette, multe, tasse, per le attività del tempo libero, fare acquisti online, per lavoro o per attività didattiche. Insomma, occorre attrezzarsi al meglio. Tredici milioni di italiani nei prossimi mesi vogliono infatti potenziare la propria connessione su rete fissa, 3 milioni vogliono attivarla per la prima volta, e il 60,4% è favorevole a rendere il 5G subito operativo ovunque. Solo il 14,4% si dichiara contrario, ritenendolo dannoso per la salute. Scarso è quindi il credito delle fake news per cui il 5G sarebbe nocivo per la salute, dato che l’80% lo ritiene sicuro.

Come si sceglie l’operatore di rete?

Consapevoli delle sue potenzialità, allo stesso tempo per gli italiani il web non è un paradiso privo di rischi, tra paura delle frodi durante le operazioni bancarie o gli acquisti online, del libero accesso alla rete da parte dei minori o la possibile dipendenza dai social network, oppure è spaventato dagli hater. Ma quando si sceglie la tariffa, oltre al prezzo cosa considerano gli italiani? Innanzitutto velocità di connessione (52,6%), poi affidabilità e assenza di interruzioni (47,6%), un servizio di assistenza rapido e raggiungibile (36,1%), la presenza di servizi di sicurezza informatica (31,1%), la protezione dei minori (19,7%), e l’impegno dell’operatore per la tutela dell’ambiente (10,6%). Si tratta di un insieme di variabili ritenute imprescindibili, e il 44,3% degli italiani è pronto a pagare qualcosa in più per averle.

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