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Pulizie domestiche: sono 19 milioni gli uomini che se ne occupano

Lo ha scoperto l’indagine commissionata da Facile.it all’istituto EMG Different: in Italia sono 19 milioni gli uomini che si occupano personalmente delle faccende domestiche.

Il dato, mediamente pari al 60% del campione maschile, aumenta sensibilmente con le nuove generazioni, tant’è vero che se si guarda alla fascia di età 25-34 anni la percentuale di maschi che si occupano di faccende domestiche arriva a sfiorare l’80%.
Ma quali sono le pulizie domestiche in cui gli uomini si applicano con più frequenza?
E a quali, al contrario, preferiscono non dedicarsi? 

Spazzare i pavimenti, lavare i piatti, spolverare

Al primo posto delle pulizie preferite dagli uomini si posiziona spazzare i pavimenti. Un’attività svolta da circa 11 milioni di uomini, pari al 35% del campione intervistato.

Altre mansioni spesso eseguite dagli uomini sono caricare e scaricare la lavastoviglie o lavare i pavimenti (8,8 milioni di uomini, pari al 28% del campione).
Continuando a scorrere la graduatoria dei mestieri domestici eseguiti dagli uomini compare lavare a mano le stoviglie (27%), mentre sono 8 milioni coloro che si dedicano a spolverare i mobili (25%).
Di contro, le attività con cui gli uomini si cimentano meno sono stirare (14%), pulire i bagni (18%) e pulire la cucina (20%).

Ma il risultato non è dei migliori

L’indagine però ha scoperto che quando arriva il momento di rassettare la casa in una famiglia su tre si litiga.
Nel 53% dei casi a lamentarsi più spesso sono le donne, perché, a loro dire, quando è l’uomo a fare le pulizie domestiche il risultato non è ‘dei migliori’.
Capitolo spesa. Quando si tratta di comprare prodotti per la pulizia emerge che tra detersivi, spugne, detergenti, igienizzanti e altri materiali per le faccende domestiche il campione maschile spende in media il 62% in più rispetto al campione femminile.

L’indagine ha anche individuato gli elettrodomestici per la pulizia della casa a cui non si può rinunciare. E al primo posto si piazza la lavatrice, oggetto ritenuto irrinunciabile da quasi 9 italiani su 10, seguita, al secondo posto, dalla lavastoviglie, a cui 1 italiano su 3 non può dire di no. Chiude il podio il ferro da stiro (28%).

Quanto costa usare gli elettrodomestici?

Per calcolare quanto costa tenere pulita la casa, alla spesa per detersivi, spugne e stracci va aggiunta l’energia elettrica utilizzata per alimentare gli elettrodomestici.
Facile.it ha calcolato i consumi dei principali apparecchi e ha scoperto che la spesa in bolletta può arrivare a superare 300 euro l’anno.

Per una lavatrice da 9kg in classe F della nuova etichetta energetica, ad esempio, il costo di ogni ciclo di lavaggio è 25 centesimi. Significa che se si usa la lavatrice tutti i giorni si spendono oltre 90 euro.
Per il ferro da stiro, invece, considerandone uno da 2.200 W, con due ore d’uso a settimana la bolletta annuale arriva a circa 66 euro.

I consumi di un’aspirapolvere invece possono variare notevolmente a seconda del modello, ma considerandone uno da 900 Watt, con due ore d’uso a settimana si spendono circa 14 euro.

Auto usate: se d’importazione occhio al contachilometri!

In Italia, le vetture di provenienza estera rappresentano circa l’11% del totale, pari a 40,57 milioni di veicoli secondo i più recenti dati UNRAE.
Le auto d’importazione, poi, hanno in media 9 anni, percorso 120.000 Km, e oltre una su tre (36%) ha subito danni o incidenti in passato. Una percentuale nettamente superiore alla media (25%).

Inoltre, secondo un’analisi di Carfax, le automobili usate provenienti dall’estero nel 5% dei casi hanno subito una manomissione al contachilometri allo scopo di ridurre il conteggio dei chilometri effettivamente percorsi.
Sebbene questa pratica non sia estremamente diffusa, risulta comunque quasi il doppio rispetto alla media delle auto usate  (3%).

Altri aspetti da non sottovalutare

Confrontando questa percentuale al parco auto circolante in Italia, si stima che le vetture di seconda mano ‘schilometrate’ tra quelle importate siano oltre 220.000, e che superino il milione se si considera il totale delle auto presenti sulle strade italiane.
Di fatto, quando si sceglie di acquistare un’auto usata, spesso l’attenzione si concentra sulle condizioni generali, il chilometraggio e le informazioni fornite dal venditore o dal precedente proprietario.

Un elemento meno considerato è se il veicolo abbia trascorso parte della sua vita all’estero. Un aspetto che però può influire sul valore e sulla sicurezza della vettura.
Questo dettaglio va considerato attentamente, poiché un veicolo con un precedente danneggiamento non solo perde valore economico, ma se non riparato correttamente presenta ridotti livelli di sicurezza.

I modelli più importati: Audi A3, Mercedes Classe A, Bmw Serie 1

In ogni caso, tra le vetture d’importazione i marchi più rappresentati sono quelli tedeschi, con Audi che guida la classifica (17%), seguita da Mercedes (12%) e Bmw (11%).

Ai piedi del podio, Fiat (10%) e Volkswagen (9%). Particolarmente significativo il caso di Bmw, per cui quasi un’auto su due (46%) tra quelle che hanno trascorso un periodo all’estero ha subito danni o incidenti in passato.
Quanto ai modelli più frequentemente importati, tra le Audi prevale l’A3, tra le Mercedes la Classe A, tra le Bmw la Serie 1, tra le Fiat la 500 e tra le Volkswagen la Golf.

Un check up precauzionale dal meccanico di fiducia

“Le vetture importate presentano percentuali sensibilmente più elevate di manomissioni del chilometraggio o danni pregressi, soprattutto tra i marchi tedeschi – dichiara Marco Arban, direttore Business Development in Europa Carfax -. A questo si aggiunga che a causa delle normative di alcuni Paesi esteri in materia di privacy e altri aspetti, potrebbero esserci lacune nei dati disponibili, rendendo ancora più difficile una valutazione completa dello stato dell’auto”.

Per un acquisto sicuro e consapevole, quindi, è sempre consigliabile ottenere un report sulla storia dell’auto. Ma anche effettuare una prova su strada, e far valutare il veicolo da un meccanico di fiducia.

Gennaio 2025, quale è l’evoluzione dei prezzi nel settore tecnologico in Italia?

Emergono diverse tendenze interessanti dall’Indice dei Prezzi Tecnologici (IPT), sviluppato da QBerg attraverso il monitoraggio mensile nei punti vendita italiani. Nel mese di gennaio, l’IPT ha registrato un incremento di 2,49 punti, raggiungendo un valore totale di 111,68 punti.

Il settore della tecnologia digitale ha visto un ritorno ai livelli precedenti al Black Friday, mentre l’ambito Food & Home Technology ha riportato aumenti più contenuti. Su base annua, l’IPT ha subito una riduzione di 1,93 punti rispetto a gennaio 2024, segnando tuttavia il calo più contenuto degli ultimi tredici mesi.

Ripresa della digital technology

Dopo il ribasso registrato nei mesi di novembre e dicembre, determinato dalle promozioni legate al Black Friday e al periodo natalizio, il comparto della Digital Technology a gennaio ha registrato una crescita dei prezzi. La maggior parte dei prodotti ha visto un incremento, con l’eccezione di Telefoni Cellulari, Cordless e Monitor.

L’andamento varia in base alla fascia di prezzo. I dispositivi con un costo medio superiore ai 500 euro, tra cui Desktop, Notebook, Tablet e TV Flat, hanno registrato una crescita modesta compresa tra 1 e 3 punti rispetto a dicembre, ma mostrano una riduzione annua tra 2,5 e 7 punti. Per i prodotti con prezzi tra 200 e 500 euro, appartenenti al segmento dell’intrattenimento come videocamere, sistemi Home Cinema, Smart Watch e console per videogiochi, l’aumento è stato più marcato, tra 5 e 7,5 punti.

Più nel dettaglio, le console hanno raggiunto un nuovo massimo storico a 154,6 punti, con una crescita del 15,7% su base annua, mentre le videocamere hanno registrato un incremento di 10 punti rispetto all’anno scorso.
I prodotti sotto i 200 euro hanno mostrato un’evoluzione particolarmente dinamica. Gli assistenti vocali hanno toccato un nuovo record a 128,4 punti, con una crescita mensile del 25% e annua del 20%. Gli Sport Watch hanno raggiunto 109,2 punti, con un incremento mensile di 3,8 punti e annuo di 5,9 punti.

Incremento nei prodotti Wellness

Il settore della Wellness Technology ha registrato aumenti di prezzo, in particolare nel comparto del Personal Wellness. Dopo aver toccato un massimo storico a dicembre, i prodotti per la cura dei capelli hanno subito un lieve calo di 7,8 punti, pur mantenendo un incremento annuo di 23 punti.

Un aumento tra 3 e 5 punti è stato osservato nei segmenti Ambiente, Grooming e Smart Watch dedicati alla salute e al fitness. I rasoi per uomo e donna hanno raggiunto livelli record, rispettivamente a 114,51 e 172,39 punti, con una crescita tra 12 e 16 punti rispetto a dicembre. Per quanto riguarda il settore Home Wellness, che include condizionamento e riscaldamento, le variazioni sono state più contenute, con un aumento di 0,5 punti su base mensile. 

Tendenze nel settore Food & Home Technology

Il comparto Food & Home Technology ha visto un riequilibrio dei prezzi, riportandosi ai livelli precedenti al Black Friday. La maggior parte dei segmenti ha registrato un incremento su base mensile, anche se solo tre hanno mostrato una crescita rispetto all’anno precedente.

Per i prodotti con un prezzo inferiore ai 500 euro, gli aumenti sono stati moderati, tra 1 e 4,5 punti rispetto a dicembre, con le macchine da caffè che hanno segnato la crescita più alta con un incremento di 9,5 punti. I prezzi su base annua sono generalmente diminuiti tra 4,5 e 9 punti, con alcune eccezioni come i congelatori, che hanno perso solo 0,9 punti, e i cappuccinatori, in calo di 21,1 punti. Gli aspirapolvere, invece, hanno mostrato una crescita sia su base mensile (+2,4 punti) che annua (+2,8 punti).

Per quanto riguarda i prodotti con un costo superiore ai 500 euro, gli aumenti si sono concentrati su forni (+2,3 punti) e lavastoviglie built-in (+2,6 punti), mentre cucine e frigoriferi built-in hanno registrato leggere flessioni di circa 1 punto. Le riduzioni più significative hanno riguardato frigoriferi, asciugatrici, lavastoviglie e lavatrici, con un calo medio di 3 punti.

Strategie di pricing mirate 

A gennaio 2025, i prezzi della tecnologia in Italia sono tornati ai livelli pre-Black Friday, con strategie di prezzo mirate da parte dei rivenditori per ottimizzare i margini e incentivare le vendite. I prodotti con un valore superiore ai 500 euro mostrano una maggiore stabilità di prezzo per favorire la sostituzione da parte dei consumatori, mentre i dispositivi con un prezzo inferiore ai 500 euro sono soggetti a rialzi più marcati, con l’obiettivo di massimizzare la redditività.

Sei segmenti hanno raggiunto nuovi record di prezzo, tra cui Sport Watch, Assistenti Vocali, Rasoi Uomo/Donna, Aspirapolvere e Console per Videogiochi, con una crescita concentrata nella fascia sotto i 200 euro.

Medie imprese: nel Mezzogiorno sono più competitive e innovative

Emerge dal rapporto ‘La competitività delle medie imprese del Mezzogiorno tra percezione dei rischi e strategie di innovazione’, condotto dall’Area Studi di Mediobanca, Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere: per il 2024 le medie imprese del Sud prevedono di raggiungere un incremento intorno al 2% del proprio giro d’affari e delle esportazioni. Un dato in contrapposizione al calo atteso dalle aziende del resto d’Italia, pari, rispettivamente, al -1,5% e -4%.

A fare la differenza rispetto alle medie imprese del Centro-Nord sono anche gli investimenti nelle tecnologie 4.0. Entro il 2026 , l’87,3% delle medie imprese del Mezzogiorno li ha avviati o programmati, contro l’82,1% delle altre. 
Inoltre, nei prossimi tre anni il 41,3% delle Mid Cap meridionali inizierà a investire nell’AI (vs 37,5%), non solo per migliorare le attività, ma anche per realizzarne di nuove e più innovative.
E lo farà anche grazie alle risorse previste dal PNRR.

Sono solo lo 0,5%, ma realizzano l’11,9% del valore aggiunto manifatturiero

Oggi le medie imprese del Sud Italia rappresentano appena lo 0,5% del tessuto imprenditoriale meridionale, ma realizzano complessivamente l’11,9% del valore aggiunto manifatturiero totale dell’area.
In particolare, in Puglia le medie imprese sono 84 e generano l’11,4% del valore aggiunto manifatturiero dell’intera regione. 

Ma in poco più di un quarto di secolo il numero di aziende che compone il capitalismo familiare del Mezzogiorno è più che raddoppiato, passando da 213 imprese nel 1996 a 431 nel 2022. La crescita complessiva delle imprese del Centro-Nord della stessa ‘taglia’ è pari al 13%.
Aumentano soprattutto il numero delle Mid-Cap campane (+114), pugliesi (+46) e siciliane (+27).

Dati in controtendenza rispetto all’immagine tradizionale del Sud

Le medie imprese meridionali registrano dati in controtendenza rispetto alla tradizionale immagine di un Mezzogiorno omogeneamente attardato.
Nel decennio 2013-2022, il loro fatturato è aumentato del 71,2% rispetto al 59,7% delle imprese del Centro-Nord, la produttività è cresciuta del 33,4% rispetto al 29,1% del resto d’Italia, la competitività è aumentata del 26% (vs +13,9%), con un incremento significativo anche della forza lavoro (+29,6% vs +22,3%).

Risultati positivi ancora più rilevanti se si considera che sono stati conseguiti nonostante un tax rate medio del decennio pari al 31,3%, contro il 28,5% degli altri territori.
Se fosse stata imposta la medesima tassazione delle imprese del Centro-Nord, le Mid-Cap meridionali avrebbero risparmiato 220 milioni di euro.

L’ostacolo principale è il reperimento di profili professionali adeguati

Ma è il reperimento di profili professionali adeguati il principale ostacolo. Negli ultimi 24 mesi, oltre l’80% delle Mid-Cap meridionali ha avuto problemi legati a questa criticità, rispetto a una quota dimezzata per le imprese delle altre aree (42,8%).

Anche per questo, il 33,3% delle medie imprese del Sud punta nei prossimo triennio assumerà lavoratori stranieri, soprattutto per l’indisponibilità di lavoratori italiani (61,9%) e la mancanza di giovani (28,6%). 
Sempre in tema di ‘capitale umano’, però, la presenza femminile in queste imprese è pari solo al 12,4% della forza lavoro, e solo il 3% in una posizione manageriale (altre aree, 27,3% e 9,7%). 

Natale 2024, allo shopping natalizio non si rinuncia, ma con un occhio al portafogli

Nonostante le sfide economiche, il Natale resta un momento di gioia e condivisione per i consumatori italiani, che quest’anno si avvicinano allo shopping con un po’ più di attenzione, trasformando ogni acquisto in un gesto che aggiunge magia alle feste.
Insomma, gli italiani si preparano alla consueta stagione di shopping natalizio, e malgrado alcune incertezze economiche, conservano il desiderio di celebrare le tradizioni di Natale e fine anno.

Lo rileva  lo studio ‘Holiday Shopping Study 2024’, condotto da ShopFully e Offerista in diversi Paesi europei: per gli italiani lo shopping natalizio quest’anno risentirà soprattutto delle preoccupazioni per l’inflazione (73%), l’aumento dei costi energetici (48%) e le difficoltà finanziarie (37%).

A caccia (in anticipo) di prodotti di qualità, meglio se in promozione

La medesima tendenza si riscontra anche negli altri Stati europei. In Francia e Spagna, ad esempio, l’inflazione preoccupa rispettivamente l’85% e il 76% dei consumatori.

Tuttavia, in questo scenario, europei e italiani non intendono rinunciare ai regali di Natale, e per affrontare gli acquisti con maggiore serenità, oltre 8 italiani su 10 (84%) presteranno particolare attenzione al prezzo.
Inoltre, più di 1 consumatore su 4 (27%) per acquistare i regali di Natale ha approfittato delle offerte del Black Friday.

Le categorie più gettonate? Moda, decorazioni per la casa, prodotti Food&Beverage


Nella scelta dei doni il 50% dei consumatori italiani andrà a caccia di prodotti di qualità a prezzi accessibili, e il 34% ricorrerà a sconti e promozioni.
Tra le categorie di acquisto più scelte dagli italiani la moda guadagna il primo posto in classifica, tanto che più di un italiano su 2 (51%), intende acquistare capi d’abbigliamento, oppure scarpe, accessori e articoli sportivi.

Al secondo posto, le decorazioni per la casa, scelte dal 31%, e al terzo i prodotti gastronomici e le bevande (28%).
Appena sotto il podio, gli articoli per lo svago e il tempo libero (28%).

Il punto di riferimento per gli acquisti continuano a essere i negozi fisici

Per lo shopping natalizio, i negozi fisici continuano a essere il punto di riferimento principale per i consumatori italiani.

Infatti, il 34% degli intervistati prevede di acquistare esclusivamente nei punti vendita fisici, mentre il 54% comprerà sia nei negozi fisici sia negli store online. Un trend simile si registra anche in altri Paesi europei, dove il 49% degli spagnoli e il 47% dei francesi acquisterà unicamente negli store fisici.

Food & Grocery: nel 2024 l’e-commerce vale 6,4 miliardi, +6,2%

Il digitale si afferma come un canale sempre più determinante nella distribuzione dei beni di largo consumo. Lo rileva la settima edizione del Netcomm Focus Food&Grocery: nel 2024 la penetrazione dell’e-commerce nel settore Food & Grocery in Italia corrisponde a 6,4 miliardi di euro, il 6% del valore totale del mercato (75,5 miliardi,) in crescita del 6,2% rispetto al 2023. Per i negozi fisici l’aumento è dell’1,5%.

In particolare, la categoria del Food registra un -0,9% nella vendita online, in controtendenza rispetto alla crescita delle vendite nei negozi fisici (+0,8%). Al contrario, in altre macro-categorie come, ad esempio, il Pet Care e Personal Care, (rispettivamente, +12,4% e +12%), l’Home Care (+6,6%) e le Bevande non alcoliche (+4,9%) il canale digitale supera i punti vendita fisici.

Gli e-shopper crescono del +8,8%

Secondo l’Osservatorio FMGC Prezzi e assortimenti, realizzato da Netcomm in collaborazione con QBerg, nel 2024 in Italia la categoria Personal Care & Beauty pesa il 9% sul totale del retail digitale, mentre il Food, Beverage & Households il 6%. Il Near Food, che comprende articoli per la casa e l’igiene, registra invece una penetrazione del 3%.

Nel 2024, inoltre, il 27,1% degli e-shopper Food & Grocery ha acquistato online, +8,8% rispetto al 2023. Sebbene il risparmio resti una priorità, gli italiani sono disposti a investire di più per prodotti salutari, con una propensione al pagamento superiore del 15% rispetto alla media UE.

Spesa alimentare rilevante negli acquisti online

Secondo i dati del NetRetail 2024, la spesa alimentare si conferma tra le categorie più rilevanti negli acquisti online.
Tra i principali fattori che influenzano le scelte degli utenti nel Food & Grocery non compare il prezzo, ma i principali driver di acquisto sono legati all’ambito del delivery, con un focus particolare sulla convenienza in termini di spese di consegna (per il 30,8% degli acquirenti), l’efficienza nel servizio di spedizione (25,4%) e la semplicità e agilità nell’esperienza d’acquisto (25,1%).

Un aspetto rilevante è l’elevata fidelizzazione degli acquirenti online di prodotti alimentari. Oltre il 70% degli acquisti in questo segmento è rappresentato da riacquisti, che dimostra una forte abitudine a utilizzare lo stesso canale per le spese ricorrenti.

Media Retail come asse di profitto strategica

La penetrazione dell’e-commerce nel settore Food & Grocery continua a crescere, ma si rivolge principalmente a segmenti socio-demografici specifici, a causa della percezione di un costo maggiore rispetto all’acquisto offline.
I retailer del settore dovrebbero sviluppare strategie in grado di garantire la sostenibilità economica del canale e-commerce (omnicanalità, assortimento, Private Label).

Inoltre, se le applicazioni mobile stanno diventando una chiave fondamentale per sviluppare il valore del cliente, lo sviluppo del Media Retail emerge come un’asse di profitto strategica per aumentare la redditività dei retailer, consentendo di monetizzare l’interazione con i clienti.
Si osserva poi un crescente investimento in e-Merchandising e Retail Media, con l’obiettivo di gestire il Full Funnel in collaborazione con retailer e piattaforme partner, ottimizzando le performance di vendita e migliorando l’esperienza d’acquisto.

Italia, ogni anno sprecati 1,5 miliardi di chili di cibo: che fare?

Lo spreco alimentare, sempre più, è un autentico disastro sia a livello economico sia ambientale. E nel nostro Paese non siamo messi benissimo, anzi. In Italia, si stima che vengano “buttati” circa 1,5 miliardi di chili di cibo all’anno, con conseguenze devastanti per l’economia, la sostenibilità e l’ambiente. Tale spreco comporta un elevato dispendio energetico e complicazioni nello smaltimento dei rifiuti. Secondo l’analisi di Coldiretti basata sui dati di Waste Watcher, presentata in occasione dell’Earth Overshoot Day 2024 per l’Italia, il giorno in cui il nostro paese esaurisce ufficialmente le risorse rinnovabili, con il consumo alimentare e i trasporti tra i principali responsabili.

Quali alimenti si sprecano di più?

La frutta è l’alimento maggiormente sprecato in Italia. Sono addirittura 1,3 chili procapite che ogni anno finiscono nella pattumiera. Subito dopo, troviamo il pane, con oltre 1 chilo pro capite di spreco, seguito da aglio, cipolle e tuberi. Anche insalate e verdure non sono esenti da questo fenomeno, causando perdite economiche significative nelle famiglie italiane, quantificate in quasi 7,5 miliardi di euro.

La lotta a questo comportamento

Coldiretti è in prima linea nella lotta contro lo spreco alimentare, impegnandosi in attività di sensibilizzazione dei consumatori. Attraverso il progetto dei mercati di Campagna Amica, Coldiretti promuove il contenimento degli sprechi alimentari. Questa iniziativa, che rappresenta la più grande rete di fattorie e farmers’ market in Italia, mira a sostenere le realtà locali, ridurre l’impatto ambientale dei lunghi trasporti e garantire alle famiglie prodotti più freschi e di maggiore durata.

Strategie di risparmio 

Per combattere lo spreco alimentare, l’organizzazione suggerisce diverse strategie di risparmio a tavola. Queste includono la cucina degli avanzi, l’uso della doggy bag al ristorante, il ritorno del pranzo in ufficio portato da casa e la coltivazione di piccoli orti anche sul balcone. Importante anche è fare la lista della spesa con attenzione alle date di scadenza. Ci sono però dei segnali positivi che indicano una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori. Il principale è la sempre maggiore affluenza ai mercati contadini a chilometro zero.

Conclusioni

In sintesi, lo spreco alimentare in Italia rappresenta una sfida etica ed economica di grande portata. Le iniziative di Coldiretti e la partecipazione attiva dei consumatori ai mercati locali e a strategie di risparmio alimentare sono passi cruciali verso una gestione più sostenibile delle risorse alimentari. La crescente consapevolezza e l’adozione di pratiche più responsabili possono contribuire significativamente a ridurre l’impatto negativo dello spreco alimentare sul nostro pianeta.

Export agroalimentare italiano, un exploit da 62 miliardi di euro

L’export agroalimentare italiano ha vissuto un anno da ricordare. Tanto che, seppur in una situazione geopolitica segnata da incertezze e tensioni, il comparto ha registrato un aumento record, superando i 62 miliardi di euro. Tale risultato evidenzia una delle performance migliori tra i principali esportatori mondiali, con un incremento del 6%, superato solo dalla Germania che ha registrato un +6,2%. Al contrario, Francia, Cina e Stati Uniti hanno chiuso l’anno in negativo.

Quali sono i prodotti traino del Made in Italy?

La crescita dell’agroalimentare Made in Italy sui mercati esteri è stata trainata principalmente dalle conserve vegetali (+13%), formaggi (+12%), ortofrutta (+9%) e carni preparate (+8%). L’export di pasta ha registrato una crescita inferiore alla media (+4%), mentre quello del vino è in calo (-1%).

Il maggior contributo alla crescita delle esportazioni italiane è arrivato dai mercati dell’Unione Europea (+9%), mentre Nord America e Asia hanno segnato rispettivamente un +0,1% e un -1,1%. Inoltre, c’è stato un notevole aumento dell’export verso il Centro-Sud America (+9%), con il Brasile che si distingue con un +22%.

Il Brasile “fan” dell’agroalimentare tricolore

Questi sono i principali risultati dello studio condotto da Nomisma, presentato nell’ambito dell’VIII Forum Agrifood Monitor, organizzato in collaborazione con CRIF per analizzare le opportunità di mercato e supportare le imprese nella loro crescita.

Il Brasile è stato il focus principale dell’ottava edizione del Forum. Su oltre 12 miliardi di euro di importazioni agroalimentari brasiliane nel 2023, 356 milioni di euro riguardavano prodotti italiani. L’Italia rappresenta l’ottavo fornitore di questo grande mercato, preceduto da paesi confinanti come Argentina, Uruguay, Cile e Paraguay, oltre a Portogallo, Stati Uniti e Cina. Negli ultimi cinque anni, gli acquisti di food&beverage dall’Italia sono cresciuti a un tasso annuo medio del 10%, superiore alla media di mercato del 5,7%.

Il Brasile rappresenta il decimo paese al mondo per valore del PIL e il settimo per numero di abitanti, con prospettive di crescita per i prossimi anni. Questo lo rende un partner importante per le imprese europee, sebbene il negoziato Ue-Mercosur sia ancora in sospeso.

I prodotti più esportati in Brasile

Le prime cinque categorie di prodotti italiani esportati in Brasile sono le mele (13% del valore totale dell’export agroalimentare italiano), la pasta (12%), il vino (10%), i prodotti da forno e l’olio d’oliva (entrambi con il 9% del peso). L’Italia è leader assoluta per pasta e prodotti da forno, mentre nel vino e nell’olio d’oliva si posiziona dietro a Cile e Portogallo.

La presenza di una comunità italiana all’estero e il flusso di turisti brasiliani in Italia rappresentano due leve strategiche per lo sviluppo del Made in Italy agroalimentare nel mondo. Una survey condotta da Nomisma ha rivelato che oltre il 60% dei brasiliani identifica l’Italia come il Paese da cui proviene il food&beverage di maggiore qualità.

Storytelling: l’evoluzione del mercato Family Friendly

Il valore al consumo dei mercati riconducili al mondo Family è di circa 7 miliardi di euro. I dati sugli investimenti media riflettono una crescente spinta verso il digitale, con un aumento significativo degli investimenti rispetto ai mezzi tradizionali, sia a livello generale sia considerando i soli ambiti ‘kids’. 
Al contempo, si prevede una crescente importanza dei creatori di contenuti e degli influencer nel plasmare le strategie di comunicazione e marketing.

Accanto a giovani e giovanissimi da coinvolgere e interessare, parlando di famiglia, non si deve trascurare il ruolo fondamentale delle mamme. Responsabili d’acquisto, key opinion leader, influencer:, rappresentano un ‘hub’ decisionale unico da cui dipende la maggior parte degli acquisti per la famiglia.

Nuovi media richiedono nuove narrazioni

A quanto emerge dalla nona edizione del Kids Marketing Forum 2024, “Raccontami il Futuro”, organizzato da BVA Doxa e MLD Entertaiment, il consumo televisivo, emerso dall’analisi degli investimenti, continua a essere un punto di ingresso importante. Da non  sottovalutare che la metà dei contenuti tv fruiti dai 14-26enni viaggia su canali diversi dal lineare e quindi in streaming, per lo più con l’utilizzo di device mobili.

Tra gli elementi che introducono discontinuità vi è l’uso di ChatGPT, che seppur diverso a seconda dell’età, è tutt’altro che trascurabile: lo utilizzano il 29% dei 12-15enni, il 32% dei 16-18enni, il 52% dei 19-26enni.

Un futuro costruito sulla creatività

Le nuove generazioni sono accomunate da una serie di caratteristiche, non sempre favorevoli alla comunicazione, tra cui una scarsa attenzione ai messaggi pubblicitari classici, una predilezione feroce per il “qui e ora”, ma anche una forte capacità di appassionarsi a ciò che viene presentato con narrative dalla forte risonanza.
Ad esempio, partendo dal “food storytelling”, emerge che il cibo fa parte di un universo di interesse: 1 su 2 si dichiara appassionato di cibo e cucina, e il 40% segue content creator sul tema. 

Il prodotto rimane però al centro degli interessi nella comunicazione per il 67% dei casi, mentre la storia raccontata è citata al 31%.
Lato aziende, se McDonald’s e Unilever dimostrano come umorismo e creatività possano ingaggiare efficacemente la Gen Z, progetti incentrati su sostenibilità e coinvolgimento portati avanti da aziende della mobilità, evidenziano l’importanza di narrare storie che colpiscano direttamente il cuore dei consumatori, trasformando dati e informazioni in esperienze memorabili.

GenZ: una tribù mossa delle passioni

La Gen Z sfida i metodi tradizionali di marketing, preferendo brand che riflettono trasparenza e autenticità. I giovani cercano un legame emotivo con i marchi, che possono essere costruiti riconoscendo e valorizzando le loro passioni e interessi. Un passaggio che li porta a trasformarsi da ‘consumatori’ a ‘fan’.

Dai dati della ricerca Tribe di BVA Doxa, sul target 14-26 anni, emerge infatti che metà degli intervistati si definisce “fan di qualche cosa”, il 43% “esperto e competente”, e sempre il 43% condivide quella stessa passione con gli amici.
Cornice ideale del loro fanatismo è quella della “cultura pop”, i cui fenomeni vengono apprezzati da un terzo degli intervistati.

I pagamenti in Italia? Sempre più cashless

Tutti i settori della nostra vita si stanno sempre più digitalizzando. E anche il modo in cui paghiamo non fa eccezione. Lo conferma l’Osservatorio Città Cashless di SumUp, che rivela un significativo aumento delle transazioni senza contanti in tutta Italia nel 2023, con una crescita del 35,5%. Questo scenario suggerisce un cambio culturale nell’approccio ai pagamenti, con un calo dell’8,1% nello scontrino medio cashless rispetto all’analisi precedente.

Oggi lo scontrino si attesta a 37 euro: un segnale che indica una maggiore propensione a pagare con carta anche per importi modesti.

Le città italiane che più pagano… senza contanti

Il trend positivo coinvolge tutte le province italiane, dall’estremo Nord al Sud. Tra le più cashless spiccano Bolzano (+58,8%), Modena (+57,5%), e Venezia (+53,2%). Seguono poi nell’ordine Rieti (+52.3%), Rovigo (+52%), Piacenza (+50.9%) e Vercelli (+48.7%).Al contrario, la provincia Sud Sardegna registra lo scontrino medio più basso d’Italia, pari a 29,8 euro.

La mappa dei quartieri più smart

L’Osservatorio ha esteso la sua analisi ai quartieri di 10 città capoluogo di regione, identificando le zone più cashless del Paese. In testa figurano Cannaregio (+163,7%) e Marghera (158,2%) a Venezia, seguite da Sempione/City Life (+124,4%) a Milano. Ottime performance anche Porto-Saragozza a Bologna (+118%), Brancaccio a Palermo (+108,4%) e Milano con Calvairate (+103,4%).

Per lo scontrino medio più basso, si distingue il quartiere Porto-Saragozza a Bologna, con 18,4 euro.

2023: crescono i pagamenti digitali fra professionisti 

Nel 2023, un elemento particolarmente interessante è l’aumento dei pagamenti digitali tra i professionisti. In particolare gli agenti immobiliari registrano un +161.2% di crescita nelle transazioni digitali e gli avvocati  un +153.2%.  Settori come horeca (caffè e ristoranti, fast food, bar e club) e retail segnano una crescita costante. Per la precisione, il comparto retail vede un +71.9% nei tabaccai, +37.8% nelle edicole e +34.2% negli alimentari. Nell’horeca spicca l’aumento delle transazioni in bar e club (+53%) e caffè e ristoranti (+41.5%) e nel turismo (+33.8%).Tra gli esercizi commerciali, le percentuali più alte sono messe a segno da negozi di cosmesi (+117%) e fiorai (+108%).

Umberto Zola, responsabile di Multiproduct di SumUp, commenta: “Dall’Osservatorio Città Cashless emerge come i pagamenti digitali stiano diventando un’abitudine in tutta Italia. La crescita non riguarda solo settori consolidati come retail, horeca e turismo, ma si estende anche ad artigiani e professionisti”.
Per questa ragione ci sono sempre più soluzioni ad hoc rivolte a merchant con flussi di cassa rapidi o che necessitano di una gestione completa per ordini e pagamenti. 

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