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Categoria: Innovazione (Pagina 4 di 8)

Micro-momenti e magie invisibili: come il web modella attenzione e decisioni

Viviamo in un ecosistema digitale fatto di scatti rapidi: notifiche che interrompono, ricerche lampo, scroll fulminei. Questi “micro-momenti” — frammenti di attenzione che durano secondi o decimi di secondo — sono diventati la valuta più preziosa del web moderno. Per aziende, editori e professionisti del marketing capire come catturare e guidare quei pochi istanti significa trasformare un’occasione fugace in una relazione duratura o in una conversione.

Negli ultimi anni la competizione per l’attenzione si è intensificata: l’uso diffuso dello smartphone, interfacce progettate per intrattenere e algoritmi che personalizzano i flussi hanno accorciato la finestra operativa degli utenti. Google ha mostrato come anche pochi secondi di ritardo nel caricamento mobile aumentino sensibilmente l’abbandono; allo stesso tempo, i modelli di raccomandazione di piattaforme come TikTok e Instagram amplificano la tendenza a consumare contenuti in micro-sessioni. In pratica, non è più sufficiente avere un buon prodotto o contenuto: bisogna essere presenti nel punto esatto in cui l’utente esprime un bisogno e farlo nel modo più rapido e pertinente possibile.

Analisi: tecniche, dati ed esempi concreti

I micro-momenti si declinano in categorie chiare: “voglio sapere”, “voglio andare”, “voglio fare” e “voglio comprare”. I brand che segmentano i propri touchpoint in funzione di queste intenzioni ottengono risultati misurabili. Ad esempio, un retailer che ottimizza le pagine prodotto per caricamento istantaneo e snippet informativi (prezzo, spedizione, disponibilità) riduce la frizione nella fase “voglio comprare” e incrementa le micro-conversioni.

Altri strumenti che sfruttano i micro-momenti includono microcopy persuasiva (testi brevi e contestuali), skeleton screens per dare feedback istantaneo durante il caricamento, notifiche mirate e sistemi di raccomandazione che propongono l’articolo giusto nel momento giusto. Piattaforme emergenti usano modelli di machine learning on-device per personalizzare l’esperienza senza inviare dati sensibili al cloud, riducendo latenza e problemi di privacy.

Un caso pratico: una catena di caffetterie che ha integrato una funzione “ordina ora” nella homepage mobile ha visto aumentare gli ordini in-app semplicemente riducendo il numero di tap necessari per completare l’acquisto. Un altro esempio è una testata che, analizzando i micro-momenti dei lettori, ha ottimizzato i titoli e i sommari per chi arriva da social: il risultato è stato un aumento della lettura completa degli articoli e del tempo medio per visita.

Dal lato tecnico, il rapporto fra velocità e comportamento utente è ormai consolidato: migliorare il tempo di risposta e offrire segnali contestuali in tempo reale aumenta la probabilità che l’utente compia un’azione desiderata. Allo stesso tempo, l’evoluzione normativa e le modifiche ai browser (deprecazione dei cookie di terze parti, nuove API per la privacy) forzano le aziende a ripensare le loro strategie di personalizzazione, puntando su dati first-party e soluzioni privacy-first.

Implicazioni future: cosa aspettarsi e come prepararsi

Nei prossimi anni i micro-momenti diventeranno ancora più granulari grazie all’AI che predice intenzioni in tempo reale e alle interfacce conversazionali che riducono ulteriormente la distanza tra bisogno e risposta. Ciò apre opportunità rilevanti ma impone scelte etiche: personalizzazione estrema senza trasparenza rischia di generare sfiducia. Regolatori e consumatori chiedono maggiore controllo sui dati; le imprese che sapranno coniugare velocità, rilevanza e trasparenza avranno un vantaggio competitivo duraturo.

Per le PMI e i professionisti del digitale la checklist pratica è semplice: ottimizzare la velocità mobile; mappare i micro-momenti dei propri utenti; misurare micro-conversioni (click chiave, completamento di moduli, inizio di un acquisto) oltre alle metriche classiche; sperimentare microcopy e layout contestuali; e adottare soluzioni di personalizzazione che rispettino la privacy. Investire in test A/B continui e in modelli di attribuzione che riconoscano il valore delle micro-interazioni trasformerà le performance.

In sintesi, i micro-momenti non sono un fenomeno passeggero, ma il nucleo operativo del web contemporaneo. Capirli e ottimizzarli significa essere presenti quando conta davvero, convertendo attenzione in valore con rispetto e precisione.

Modelli multimodali open-source: l’opportunità pratica per le PMI italiane

Negli ultimi mesi i modelli multimodali — sistemi di intelligenza artificiale capaci di comprendere e generare testo, immagini, audio e talvolta video — sono passati dall’essere curiosità tecnologiche a strumenti concreti per l’impresa. Per le piccole e medie imprese (PMI), spesso frenate dal costo e dalla complessità delle soluzioni proprietarie, l’emergere di alternative open-source rappresenta un punto di svolta: accessibilità, personalizzazione e controllo dei dati diventano elementi strategici per la competitività.

Contestualizzare: cosa sono e perché ora. I modelli multimodali combinano reti neurali specializzate per diversi tipi di input e li integrano per offrire risposte contestuali più ricche. Grazie alla disponibilità di grandi modelli open-source e a strumenti di inferenza più efficienti, le barriere tecniche si sono abbassate. Non si tratta più soltanto di generare immagini o riassunti, ma di costruire flussi di lavoro che trasformino dati non strutturati in insight subito utilizzabili: catalogazione automatica di foto prodotto, analisi di interazioni vocali con clienti, estrazione di informazioni da documenti scansionati.

Analisi: dati, costi e casi pratici. Secondo stime diffuse nel settore, l’adozione di modelli AI da parte delle PMI registra una crescita sostenuta: molte imprese segnalano riduzioni operative tra il 10% e il 30% nei tempi di gestione delle pratiche che integrano automazione multimodale. Il vantaggio economico deriva da due leve principali: il costo inferiore di licensing quando si utilizza software open-source e la possibilità di eseguire inferenza su hardware locale o su cloud economico grazie a ottimizzazioni per edge/CPU.

Un esempio pratico: una catena di negozi di arredamento di medie dimensioni ha implementato un sistema multimodale per la gestione dei resi. Il processo combina l’analisi fotografica del prodotto (stato, difetti visibili), il riconoscimento di testo dalle etichette di trasporto e un modulo conversazionale per guidare il cliente. Il risultato è stato una diminuzione significativa dei tempi di validazione resi e una riduzione dell’errore umano nelle decisioni di rimborso. Altro caso: studi legali e agenzie assicurative stanno sperimentando pipeline che estraggono clausole da immagini di documenti, abbinandole a sintetici verbali audio per accelerare le pratiche.

Come le PMI possono approcciare l’adozione. Primo: partire da un caso d’uso concreto e misurabile (supporto clienti, controllo qualità visuale, automazione fatturazione). Secondo: valutare modelli open-source già maturi e comunità attive che offrono sicurezza e aggiornamenti. Terzo: optare per architetture ibride: inferenza locale per dati sensibili e cloud per carichi episodici. Quarto: costruire competenze interne minime ma efficaci — un data engineer e un product owner possono già fare la differenza integrando modelli con i sistemi esistenti.

Rischi e considerazioni etiche. L’adozione non è priva di criticità: la governance dei dati resta centrale. Lavorare con dati clienti richiede misure di protezione, anonimizzazione e audit dei modelli per evitare bias. Altri aspetti da valutare sono la sicurezza del modello (protezione contro prompt injection) e la qualità dei risultati multimodali: immagini generate o interpretazioni errate possono avere impatti reputazionali o operativi.

Implicazioni future: economia, competenze e mercato. A breve-medio termine, la diffusione di modelli multimodali open-source abbasserà ulteriormente il costo di ingresso per servizi intelligenti, creando un terreno fertile per soluzioni verticali rivolte a settori come retail, manifattura, turismo e sanità. Le PMI che investiranno ora in competenze digitali e in infrastrutture leggere per l’AI potranno non solo migliorare efficienza e servizio, ma anche sviluppare prodotti differenzianti. Sul piano del mercato del lavoro, crescerà la domanda di figure ibride: professionisti capaci di interpretare output multimodali e tradurli in processi aziendali.

In conclusione, i modelli multimodali open-source offrono alle PMI italiane un’opportunità concreta per digitalizzare funzioni chiave con costi sostenibili e maggiore controllo sui dati. La sfida non è soltanto tecnologica, ma organizzativa: scegliere casi d’uso ad alto impatto, proteggere i dati e costruire competenze interne. Chi riuscirà a farlo in modo rapido e responsabile potrà trasformare questi strumenti in vantaggio competitivo, non solo in efficienza operativa ma anche in capacità di innovare l’offerta verso clienti più esigenti.

Da garage a scala urbana: il caso di una start-up che ha rinnovato l’ultimo miglio

Nel cuore delle città europee, dove traffico, limitazioni di accesso e aspettative dei consumatori si scontrano, una nuova generazione di start-up sta riscrivendo le regole della logistica dell’ultimo miglio. Questo articolo analizza il percorso di una realtà emergente — qui identificata come “ParcelUp” (startup fittizia basata su modelli reali del settore) — e il modo in cui innovazione tecnologica, micro-fulfilment e modelli operativi flessibili possono trasformare costi, tempi di consegna e sostenibilità urbana.

Negli ultimi cinque anni il mercato dell’e-commerce ha accelerato in modo esponenziale, creando pressione sulle reti di distribuzione urbane. Molte start-up hanno colto l’opportunità proponendo soluzioni che combinano magazzini di prossimità, automazione leggera e software di ottimizzazione delle rotte. ParcelUp è nata come progetto universitario nel 2019 e, dopo un primo anno di sperimentazione, ha brevettato un sistema di micro-fulfilment modulare pensato per quartieri ad alta densità. L’idea chiave: avvicinare i prodotti al cliente mantenendo un controllo granulare dei costi operativi.

Analisi — dati e risultati concreti

ParcelUp ha implementato un modello blended: micro-magazzini su superfici commerciali sottoutilizzate e una flotta di veicoli elettrici a bassa capacità per le consegne finali. Nei primi 24 mesi di operatività l’azienda ha registrato tassi di crescita annuali del 140% in volume di consegne, con una media di 12.000 consegne al mese al termine del secondo anno. Dopo un round di Series A di 18 milioni di euro, ParcelUp ha scalato la rete a 20 micro-fulfilment center entro l’area metropolitana, servendo 120 retailer locali e nazionali.

I numeri chiave che emergono dal caso sono illuminanti: il costo medio per consegna è calato del 32% rispetto ai tradizionali corrieri urbani, mentre il tempo medio di consegna è diminuito del 40% grazie alla prossimità del magazzino al cliente finale. L’adozione di algoritmi di ottimizzazione delle rotte e la gestione dinamica degli slot di ritiro hanno permesso di aumentare l’efficienza delle consegne: ogni veicolo elettrico effettua in media 6-8 fermate per ora, con un tasso di riempimento del 78%.

Oltre ai dati operativi, il caso mette in luce la centralità del unit economics: ParcelUp ha raggiunto il break-even operativo in determinate micro-aree con almeno 2.500 consegne mensili per magazzino. Questo threshold è utile per valutare dove la micro-logistica diventa sostenibile. La personalizzazione del servizio (con fasce orarie ultraflessibili e opzioni di ritiro in giornata) ha portato a un tasso di fidelizzazione del 35% tra i clienti consumer e del 60% tra i retailer partner.

Esempi pratici mostrano come l’integrazione con il tessuto urbano sia strategica: collaborazioni con supermercati di quartiere hanno permesso di usare spazi di backroom come nodi di stoccaggio temporaneo, riducendo i costi immobiliari e accelerando i tempi di rifornimento. In parallelo, la startup ha sperimentato micro-robot di consegna per tratte brevi pedonali, ottenendo riduzioni aggiuntive dei costi di consegna nei centri storici dove i veicoli tradizionali sono limitati.

Implicazioni future

Il caso ParcelUp suggerisce alcune implicazioni rilevanti per il panorama urbano e per gli investitori. Primo: la frammentazione della rete in micro-nodi è una strategia efficace nelle aree ad alta densità, ma richiede una gestione sofisticata dei flussi e un’analisi puntuale dei volumi. Secondo: la sostenibilità non è solo un valore etico ma anche economico — l’adozione di veicoli elettrici e rotte ottimizzate riduce costi operativi e impatto ambientale, migliorando l’accettabilità politica e sociale del servizio.

In termini di mercato, aspetti come regolamentazione di veicoli autonomi, infrastrutture di ricarica e normative sui micro-magazzini urbani modelleranno la velocità di diffusione di questo modello. Le start-up che sapranno combinare tecnologia software robusta, partnership locali e flessibilità immobiliare avranno un vantaggio competitivo. Infine, l’evoluzione verso soluzioni ibride — dove umano e robotica cooperano — appare la strada più praticabile nel breve-medio termine.

Conclusione

L’esperienza di ParcelUp mostra come innovazione e adattamento al contesto urbano possano generare vantaggi tangibili per consumatori, retailer e città. Per gli investitori e i manager di logistica, il messaggio è chiaro: micro-fulfilment e ottimizzazione dell’ultimo miglio non sono più sperimentazioni di nicchia, ma leve concrete per migliorare costi, velocità e sostenibilità. Il prossimo passo sarà industrializzare il modello mantenendo la flessibilità locale — una sfida che segnerà chi prospererà nella prossima fase del commercio urbano.

Gli Over50 cambiano le regole del fashion retail

Dietro l’etichetta anagrafica si nasconde una generazione viva, curiosa, sofisticata e moderna, che non vede nella moda un semplice guardaroba da aggiornare, ma un dialogo con il tempo. Gli over50 non si limitano a “seguire la moda”, ma la reinterpretano, la piegano al proprio vissuto, la trasformano in un linguaggio personale.
Sono anche detti Re-Styler, perché vivono lo stile come gesto identitario, piacere quotidiano e ponte tra memoria e contemporaneità.

Da questa consapevolezza nasce la ricerca ‘Re-Styler – non chiamateli boomer’, la seconda edizione dell’Osservatorio Moda e Generazioni che esplora abitudini, valori e comportamenti di consumo dei 50-65enni, ed è condotta per McArthurGlen.

Identikit dei Re-Styler

La generazione degli over50 ha saputo reinventarsi nel tempo, costruendo un rapporto personale e profondo con la moda. È una generazione che ha un legame profondo e storicizzato con la moda, ma che pone un’attenzione particolare alla contemporaneità e alla trasformazione. Per molti di loro, lo stile è unicità ricercata con interesse. Capi e accessori non sono solo oggetti, ma custodi di memorie. Il lusso si traduce in qualità dei tessuti, cura dei dettagli ed esclusività vissuta con naturalezza.

Rispetto alle generazioni più giovani i Re-Styler amano scegliere i capi con cura, attribuendo un’importanza fondamentale alla qualità (44%). Spesso preferiscono i negozi fisici (49%), dove ritrovano l’interazione umana, e l’esperienza sensoriale gratifica l’acquisto. 

Moda come espressione di sé

Per i Re-Styler la moda va oltre l’aspetto estetico: è gusto (52%), identità (41%), benessere (41%).
È un modo per raccontarsi, per restare al passo con i tempi e per prendersi cura di sé. Il guardaroba diventa uno spazio emotivo, dove convivono capi amati e nuovi desideri, e dove la scelta di cosa indossare è un atto di consapevolezza.

D’altro canto, il 42% dichiara di possedere più abiti del necessario, un dato più alto rispetto alle generazioni più giovani (22% GenZ, 31% Millennials), mostrando l’accumulo nel tempo come risultato di una connessione radicata con i propri capi. Una persona su tre però dichiara di essere incline al decluttering, soprattutto tra le donne.

Etica e sostenibilità, lusso, nostalgia e stile

Anche i Re-Styler prestano attenzione all’aspetto della sostenibilità (55%) e all’etica della produzione (63%), ma solo il 15% è disposto a spendere di più per inseguire le tendenze.
Il lusso, per loro, è qualità di tessuti e dettagli (55%), eleganza (40%), unicità (28%). È uno stile che dura nel tempo (36%) e racconta una storia. 

I richiami agli anni ’70, ’80, ’90 suscitano emozioni positive (49%) e diventano fonte di ispirazione, nonostante gli over50 siano consapevoli che si tratta spesso di operazioni commerciali (44%), 
Pur presenti sui social, traggono ispirazione soprattutto da vetrine (53%), siti dei brand, pubblicità e riviste (16%).
Instagram e Facebook sono i social più stimolanti (41%), ma con un ruolo meno centrale rispetto alle generazioni più giovani. I contenuti digitali dei brand vengono seguiti con interesse, ma anche spirito critico.

Lavoro: l’Intelligenza artificiale spinge l’occupazione e migliora i salari nei servizi ICT

Tra il 2019 e il 2024 l’occupazione in Italia ha registrato una crescita significativa, trainata dall’espansione dei servizi tecnologici e professionali, in particolare, nei settori legati all’Intelligenza artificiale e all’ICT.

Le imprese che impiegano sistemi di Intelligenza artificiale, infatti, non solo offrono condizioni salariali più favorevoli, ma tendono anche ad assumere un numero maggiore di lavoratori in ruoli che beneficiano della complementarietà con queste tecnologie.
In pratica, si sfata il mito della sostituzione tecnologica: è quanto emerge da uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia nel settembre 2025, dedicato al tema “L’occupazione in Italia dopo la pandemia”. 

I fattori che sostengono l’occupazione

Negli ultimi anni l’adozione di tecnologie avanzate, tra cui l’AI, non ha quindi comportato una riduzione dell’occupazione. Al contrario, ha favorito la creazione di nuovi posti di lavoro e l’aumento delle retribuzioni nei comparti più innovativi.

“Le tecnologie di AI svolgono compiti che potrebbero, in linea di principio, sostituire le attività dei lavoratori coinvolti in attività di tipo cognitivo. Tuttavia, nell’ultimo decennio le imprese che le utilizzano hanno mostrato una maggiore espansione della forza lavoro”, si legge nel report di Bankitalia.
Tra i fattori che hanno sostenuto l’occupazione rientrano l’aumento dell’offerta di lavoro, la ripresa delle assunzioni, una maggiore partecipazione dei lavoratori anziani e la crescita dei servizi avanzati.

I trend occupazionali nel post-pandemia

In particolare, il comparto dei servizi informatici e del software ha contribuito per il 45% all’incremento occupazionale dei settori tecnologici, segnando la performance più positiva nel panorama post-pandemico.

Lo studio sottolinea inoltre un dato controintuitivo: non sono le imprese con i salari mediamente più alti a trainare la crescita occupazionale, bensì quelle che hanno investito in capitale e innovazione tecnologica, come appunto i servizi professionali e ICT.

Lo smartworking come leva di reclutamento

Un altro aspetto rilevante emerso dallo studio riguarda il ruolo del lavoro da remoto, che si conferma una leva strategica per superare le difficoltà di reperimento del personale, soprattutto nei settori ad alta intensità di conoscenza e tecnologia.
La possibilità di assumere personale al di fuori del contesto territoriale di riferimento consente infatti alle imprese di ampliare il bacino di candidati qualificati.

Nel complesso, il quadro delineato da Bankitalia suggerisce che l’innovazione tecnologica, lungi dal rappresentare una minaccia per il lavoro, può costituire un volano per lo sviluppo occupazionale e il miglioramento delle condizioni retributive, a patto di accompagnare i cambiamenti con adeguate politiche di formazione e adattamento delle competenze.

Life Science: un ecosistema in profonda trasformazione. Grazie all’AI

Guidato dall’innovazione digitale dell’Intelligenza artificiale che sta rivoluzionando prodotti, processi e interazioni tra gli attori coinvolti, l’ecosistema Life Science è in una profonda trasformazione. Ed è proprio l’Intelligenza Artificiale tra le priorità di innovazione. L’AI infatti può venire utilizzata per migliorare il coinvolgimento dei professionisti sanitari (90%), scoprire nuovi prodotti (55%) e supportare le sperimentazioni cliniche (48%).
Secondo le aziende Pharma e Medtech italiane le soluzioni di AI più diffuse oggi sono quelle per la ricerca e analisi di articoli scientifici e documentazione (circa 8 aziende su 10).

Si tratta principalmente di soluzioni generaliste, come ChatGPT o Copilot (nel 60% dei casi), ma il 36% delle aziende ha sviluppato soluzioni di AI generativa ad hoc utilizzando dati proprietari.
Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Life Science Innovation del Politecnico di Milano, svolta in collaborazione con Confindustria Dispositivi Medici e Farmindustria.

Dalle App ai sensori per raccogliere dati clinici

Si evidenziano però anche altri ambiti importanti di investimento, come lo sviluppo di App per la salute e sensori per raccogliere dati clinici, ritenuto prioritario per il 48% delle aziende, e lo sviluppo di Terapie Digitali (DTx, soluzioni digitali validate clinicamente per integrare o sostituire le terapie tradizionali), prioritario per il 38%.

Attraverso la ricerca svolta sui pazienti, grazie alla collaborazione con BVA Doxa, è emerso che le App più diffuse sono quelle per migliorare lo stile di vita (utilizzate dal 39% dei pazienti e il 18% dei cittadini), quelle per tenere sotto controllo i parametri clinici (30% e 16%) e quelle per aumentare l’aderenza terapeutica (14% e 10%).

Terapie digitali applicate a salute mentale, endocrinologia, reumatologia, neurologia

Quattro medici di medicina generale su dieci hanno già consigliato App per tenere sotto controllo i parametri clinici, mentre un medico di medicina generale su quattro e un terzo degli specialisti hanno già promosso App per migliorare lo stile di vita.

Proprio l’esperienza maturata con le App per la salute è il punto di partenza per l’introduzione di soluzioni digitali più avanzate, come le Terapie Digitali. Il 45% dei medici specialisti italiani sarebbe disposto a prescriverle, se fosse possibile.
A livello internazionale si contano oggi 112 Terapie Digitali attive, applicate soprattutto nella salute mentale (35%), nell’endocrinologia (22%), nella reumatologia (9%) e nella neurologia (9%).

In Italia non esiste ancora una normativa di riferimento

Le Terapie Digitali riguardano un ambito per il quale in Italia non esiste ancora una normativa di riferimento, nonostante diverse proposte di legge che stanno cercando di regolamentarne l’uso.

“L’evoluzione del quadro normativo, a livello nazionale ed europeo, sta contribuendo a delineare con maggiore chiarezza le condizioni abilitanti per l’adozione di innovazioni digitali nell’ecosistema Life Science – afferma Emanuele Lettieri, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio –. In uno scenario sempre più plasmato da tecnologie digitali, dati e algoritmi, diventa essenziale investire in nuove competenze, aggiornare i modelli organizzativi e promuovere una cultura dell’innovazione consapevole, sostenibile e responsabile”. 

Lavoro: la Gen Z ha nuove esigenze e priorità. Le imprese devono adeguarsi

Emerge dalla ricerca ‘World of Work for Generation Z in 2025’ a cura di ManpowerGroup: entro il 2030 la Generazione Z costituirà un terzo della forza lavoro globale.
Nel frattempo, in Italia il 49% della Gen Z dichiara l’intenzione di lasciare il proprio lavoro entro sei mesi, una percentuale leggermente superiore alla media globale (47%). E il 35% dei giovani italiani ritiene di dover cambiare occupazione nel breve periodo (34% a livello mondiale).

Sono dati che sottolineano l’urgenza di rivedere le strategie di engagement e retention aziendali alla luce delle nuove esigenze e priorità dei più giovani.
Da questo punto di vista, diventa fondamentale ripensare la cultura aziendale, rendendola più aperta, flessibile e inclusiva.

In 5 anni l’engagement degli under25 scende dal 40% al 35%

Per quanto riguarda la fiducia nell’ottenere un nuovo impiego in linea con le proprie aspettative, solo il 20% delle giovani e dei giovani italiani si dichiara ottimista, confermando un trend globale.
La maggior parte lamenta una carenza di opportunità significative, una scarsa connessione con la mission aziendale e una sensazione generale di disallineamento tra aspettative e realtà. 

Di contro, negli ultimi cinque anni, l’engagement dei talenti under25 è sceso dal 40% al 35%. I giovani si sentono meno supportati nel confronto con il management, hanno minori prospettive di crescita professionale e si percepiscono poco ascoltati nelle decisioni strategiche. 

Benessere mentale: giovani più stressati dei boomer

Sul fronte del benessere mentale, in Italia il 57% della Gen Z segnala un elevato livello di stress sul lavoro (52% a livello globale), a fronte del 44% dei baby boomer (33% globalmente).  
Per rispondere a queste criticità, le imprese italiane stanno implementando strategie mirate per rendere il posto di lavoro più attrattivo per la Gen Z.  

Secondo il report, il 37% delle aziende italiane investe in dotazioni tecnologiche avanzate, il 37% implementa soluzioni per il benessere sul luogo di lavoro, inclusi programmi di supporto psicologico e spazi dedicati al relax, il 27% offre orari di lavoro flessibili, il 22% ha aumentato i livelli salariali, e il 28% delle risorse è destinato a iniziative di upskilling e reskilling.

All’azienda si richiede flessibilità e capacità di dialogare

“Oggi l’ascolto e l’engagement dei talenti sono fondamentali – dichiara Anna Gionfriddo, AD ManpowerGroup Italia -. Nella We Economy che si sta sviluppando le aziende del futuro dovranno essere eco-digitali, umane, personalizzate, adattabili e plurali”. 

Del resto, “la Generazione Z sa perfettamente cosa vuole in termini di valori, aspettative, carriera ed equilibrio vita-lavoro – aggiunge David Herranz, Regional President of Southern Europe di ManpowerGroup -. Le aziende che vogliono attrarre i migliori talenti devono dimostrarsi flessibili e capaci di dialogare con loro”.

Innovazioni biomediche e vaccini: la fiducia si costruisce con l’educazione scientifica

Secondo la Worldviews Survey di WIN – Worldwide Independent Network of Market Research e BVA Doxa per l’Italia, a livello globale il 68% delle persone è disposto ad accettare i nuovi sviluppi dei vaccini tradizionali, mentre l’accettazione dei vaccini a mRNA scende al 60%.
Tra i cittadini globali emerge una diffusa esitazione nei confronti delle nuove innovazioni biomediche, come i vaccini a mRNA, ma anche verso i vaccini tradizionali.

Come previsto, fattori demografici e geografici influenzano la percezione.
Non basta informare: i risultati della ricerca suggeriscono che anche il linguaggio utilizzato per descrivere queste innovazioni incide sulla percezione. È quindi essenziale adottare una comunicazione chiara, accessibile e ben calibrata.

Vaccino a mRNA: i giovani sono i più favorevoli

Per un ipotetico nuovo vaccino a mRNA, il 56,2% degli italiani si dichiara propenso, contro il 32,4% che non lo è. In particolare, il 16,6% lo assumerebbe ‘Sicuramente’ e il 12,7% ‘Sicuramente no’. I giovani (18-24 anni) sono i più convinti (‘Sicuramente’ 23,1%), mentre la fascia 45-54 anni è la più resistente (‘Sicuramente no’ 20,3%).
Il Nord Ovest è l’area più favorevole.

Per un nuovo vaccino tradizionale, in Italia la propensione è leggermente superiore: 58,3% disposti e 31,9% no, con i giovani molto propensi (30,2% ‘Sicuramente’), e il Nord Ovest con il picco assoluto di ‘Sicuramente’ (35,1%). In linea con la tendenza globale i dati evidenziano una preferenza degli italiani per i vaccini tradizionali rispetto a quelli a mRNA.

Cautela diffusa per i medicinali che interagiscono con il DNA

Per i medicinali personalizzati basati sulla genetica, il 43,7% degli italiani è complessivamente a proprio agio e il 26,1% a disagio. Colpisce il 18,6% che ammette esplicitamente di ‘saperne troppo poco’.
I farmaci che interagiscono direttamente con il DNA suscitano maggiore cautela: solo il 35,1% si sente a proprio agio, contro il 33,3% a disagio.
Qui, l’incertezza raggiunge il picco in Italia, con il 20,4% che dichiara di non avere sufficienti conoscenze.

Per i medicinali che interagiscono con i componenti cellulari, i livelli sono intermedi, 38,5% a proprio agio, 31,5% a disagio e 16,7% ammette lacune informative.
Emerge poi una vasta area di persone prive delle conoscenze necessarie per formarsi un parere sulle medicine avanzate.

Un terzo della popolazione rifiuta di vaccinarsi

Nonostante i decenni di successi della sanità pubblica, una parte significativa della popolazione mondiale continua a rifiutare i vaccini tradizionali (23%).
Quasi un terzo della popolazione mondiale, dunque, rifiuta o è incerto riguardo ai vaccini tradizionali, un dato tutt’altro che marginale.
Il rifiuto è più diffuso tra chi ha livelli di istruzione più bassi (43%), contro il 24% tra chi possiede una laurea magistrale o un dottorato.

Anche le donne risultano più esitanti, con il 33% che afferma di essere contraria o incerta.
Questi dati dimostrano che la fiducia nei vaccini tradizionali non è acquisita. È perciò necessario un impegno continuo e mirato nella comunicazione pubblica per rafforzarla e mantenerla.

Biotecnologie: un settore in espansione che guarda ai giovani talenti

Il comparto biotecnologico italiano è destinato a vivere una fase di forte espansione occupazionale nei prossimi dieci anni. Secondo un’indagine condotta da EY in collaborazione con Assobiotec – Federchimica, il 61% dei profili professionali legati al biotech vedrà un incremento della domanda, mentre solo una minima parte (22%) registrerà un calo.

Un dato che conferma la centralità del biotech nella trasformazione economica e sociale del Paese.

Biotech: un bacino di nuove opportunità lavorative

Lo studio, basato su una sofisticata analisi predittiva alimentata da intelligenza artificiale, ha mappato 122 ruoli professionali, evidenziando le tendenze occupazionali del settore.

Le figure più richieste saranno quelle con una preparazione tecnico-scientifica elevata, capaci di lavorare con dati, sviluppare soluzioni digitali e gestire processi innovativi: bioinformatici, ingegneri del software, specialisti in AI e sicurezza informatica.

Competenze richieste e nuove sfide formative

La continua innovazione tecnologica sta trasformando profondamente le competenze richieste. Non bastano più le conoscenze tradizionali: oggi sono fondamentali anche le soft skills (comunicazione, leadership, pensiero critico), le competenze digitali avanzate e le green skills.

Il rischio, però, è che, questa evoluzione accentui il divario tra i percorsi formativi e le reali necessità del mercato del lavoro.

Il mismatch tra domanda e offerta 

Una delle principali criticità emerse dallo studio è l’aumento del cosiddetto mismatch formativo. Entro il 2035, si prevede un disallineamento crescente tra ciò che viene insegnato nei corsi universitari e ITS e le competenze ricercate dalle aziende.

Oltre il 60% delle professioni in crescita sarà interessato da difficoltà di reperimento dei profili adeguati, a causa della rapida obsolescenza delle skill attuali.

Collaborare per costruire il futuro del lavoro

Per rispondere a queste sfide, è cruciale rafforzare il dialogo tra imprese, università e istituti tecnici superiori, con l’obiettivo di aggiornare i percorsi di studio e renderli aderenti ai cambiamenti del settore.

Come sottolineato da Federico Viganò (Assobiotec), la collaborazione tra pubblico e privato sarà determinante per formare professionisti pronti ad affrontare le trasformazioni in atto.

Tecnologia e automazione: rischi e nuove figure professionali

Se da un lato l’automazione ridurrà la domanda di lavoratori poco qualificati, dall’altro alimenterà la richiesta di talenti digitali, in grado di guidare la transizione tecnologica in ambiti come la ricerca farmaceutica, l’agricoltura sostenibile e l’industria ambientale.

Un cambiamento che ridisegna i confini dell’occupazione nel biotech, con un impatto positivo sulla qualità del lavoro e sulle prospettive di carriera.

Intelligenza artificiale: WhatsApp lancia Meta AI, un nuovo assistente virtuale

La tecnologia d’Intelligenza artificiale di Meta, già disponibile negli Stati Uniti dal 2023 e utilizzata da un vasto numero di utenti mensili, in Italia ha dovuto attendere il suo arrivo a causa della necessità di conformarsi alle normative europee in materia di privacy. Solo di recente Meta Platforms ha introdotto in Italia Meta AI, l’assistente virtuale integrato all’interno della piattaforma di messaggistica WhatsApp.

In pratica, Meta AI si configura come un ‘aiutante digitale’ progettato per arricchire l’esperienza utente, fornendo risposte a quesiti, offrendo suggerimenti e assistendo nell’organizzazione di attività.
Il tutto, senza richiedere l’installazione di applicazioni aggiuntive.

Diverse modalità di accesso

Basato sul modello linguistico di grandi dimensioni LLaMA 3, Meta AI sfrutta tecnologie avanzate di apprendimento automatico e di elaborazione del linguaggio naturale per comprendere e generare contenuti complessi.

L’accesso a Meta AI su WhatsApp in Italia è possibile attraverso diverse modalità. Gli utenti possono interagire con l’assistente virtuale tramite una nuova icona dedicata, solitamente identificata da un cerchio blu o multicolore, posizionata nell’interfaccia dell’applicazione.
In alternativa, è possibile richiamare Meta AI all’interno di conversazioni individuali o di gruppo semplicemente menzionando ‘@MetaAI’ seguito dalla propria domanda o richiesta.

Al momento solo funzionalità di chat testuale 

Le funzionalità iniziali di Meta AI in Italia si concentrano principalmente sulla chat testuale. Al momento del lancio in Italia, alcune funzionalità avanzate presenti nella versione statunitense, come la generazione e la modifica di immagini tramite comandi testuali, non sono ancora disponibili.

Meta ha intenzione di ampliare progressivamente le capacità di Meta AI in Europa, dove supporta sei lingue, lavorando in collaborazione con i regolatori per introdurre ulteriori funzionalità in futuro.
Un aspetto fondamentale riguarda la privacy e la protezione dei dati degli utenti, in linea con le normative italiane ed europee.

L’attenzione verso la privacy

Meta ha assicurato che le conversazioni con Meta AI sono separate dalle altre chat personali e che l’assistente virtuale può accedere solo ai messaggi condivisi direttamente con esso tramite la menzione ‘@MetaAI’ o le interazioni avviate tramite l’icona dedicata.

Le altre conversazioni su WhatsApp rimangono protette dalla crittografia end-to-end, riporta Adnkronos. Gli utenti hanno la possibilità di eliminare le chat con Meta AI e gestire le preferenze relative all’utilizzo dei propri dati per il miglioramento del servizio.
Sebbene Meta AI condivida alcune somiglianze con altri assistenti virtuali basati su AI come ChatGPT e Google Gemini, la sua integrazione nativa all’interno di WhatsApp rappresenta un elemento distintivo.

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