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Categoria: Innovazione (Pagina 5 di 8)

Imprese: le competenze del futuro per una crescita sostenibile

Nel mondo del lavoro le competenze specialistiche sono essenziali, ma altrettanto importanti sono le soft skill, competenze che non si apprendono nel corso degli studi, indispensabili per guidare e attuare i cambiamenti all’interno delle imprese.
Le imprese, però, assegnano un valore significativo anche alla certificazione delle competenze del personale, da assumere attraverso la collaborazione con le istituzioni formative.

Emerge dall’indagine condotta da Unioncamere su un campione di imprese dell’ecosistema Ecomondo. L’indagine sottolinea la crescente importanza delle competenze specialistiche, unite alle capacità di co-progettazione, di problem solving, oltre alla flessibilità e l’adattamento per la transizione sostenibile all’interno delle aziende.

Favorire la creazione di nuove figure professionali

“L’Italia è leader tra le principali economie europee nella green economy, ma per continuare a essere competitiva ha bisogno di una formazione all’avanguardia che risponda alla crescente domanda di competenze green – spiega Alessandra Astolfi, global exhibition Director Green Technology Division di Italian Exhibition Group -. In 9 casi su 10, tali competenze sono molto difficili da trovare. Per questo attraverso il progetto ‘GreenJobs & Skills’ di Ecomondo, stiamo favorendo, da un lato l’incontro fra domanda e offerta, e dall’altro, l’interazione fra imprese ed enti di formazione, scuole, ITS Academy e Università, per lo sviluppo delle nuove competenze e la creazione di nuove figure professionali”.

Investire su upskilling e reskilling del personale

Negli ultimi cinque anni il 78,4% delle imprese ha investito in innovazione per la sostenibilità, mentre il 18,3% pensa di farlo prossimamente. Questo orientamento si traduce in una domanda di upskilling e reskilling del personale esistente per allinearsi alle nuove sfide ambientali e tecnologiche.

Gli investimenti in queste aree rispondono alla necessità di aggiornare le competenze del personale attuale, elemento ritenuto fondamentale per migliorare la competitività.

Le soluzioni? Lavoro di gruppo, problem solving, flessibilità

Altrettanto strategico è il reclutamento di nuovo personale con competenze adeguate alle innovazioni introdotte in azienda. Tra le competenze cruciali per affrontare le sfide del mercato della duplice transizione digitale e green il 47,8% delle imprese segnala le competenze specialistiche collegate al profilo tecnico collegato (hard skill). 

Molto ricercata anche la capacità di lavorare in gruppo, o co-progettazione (42,2%), il problem solving (36,6%), la flessibilità e l’adattamento (34,8%).

Permane la difficoltà a reperire profili professionali adatti

Nonostante l’interesse per nuove competenze, però, 9 imprese su 10 segnalano difficoltà nel reperire i profili professionali adatti, principalmente per l’assenza di competenze specifiche in ambito sostenibilità.
Per ovviare a questa carenza, l’80% delle imprese manifesta un forte interesse a collaborare con istituzioni accademiche e di formazione per avviare percorsi di coprogettazione, con l’obiettivo di formare risorse in grado di rispondere alle esigenze del mercato.

Oltre alla formazione, la certificazione delle competenze è percepita come un valore aggiunto dalle imprese. Circa il 60% del campione ritiene infatti che la certificazione di specifiche competenze sostenibili e innovative sia fondamentale per garantire qualità e competenza nel personale.

In che modo l’AI fa risparmiare il 25% di energia all’agricoltura indoor?

Lo hanno scoperto gli ingegneri della Cornell University, che hanno riportato i risultati della ricerca su Nature Food: l’integrazione dell’Intelligenza artificiale nei sistemi di controllo ambientale odierni potrebbe ridurre il consumo energetico per l’agricoltura indoor del 25%, contribuendo potenzialmente a sfamare la popolazione mondiale man mano che aumenta.

Secondo le Nazioni Unite, entro il 2050 la popolazione mondiale dovrebbe crescere fino a 9,7 miliardi di persone.
Di fatto, questa crescita, combinata con il cambiamento climatico e l’urbanizzazione, richiede soluzioni efficaci per contrastare i ‘difetti’ degli attuali sistemi di produzione, anche per quanto riguarda il settore alimentare e agricolo.

Le serre sono altamente energivore 

I metodi di coltivazione indoor, come le serre con illuminazione artificiale, sono meno vulnerabili al cambiamento climatico, ma richiedono un consumo intensivo di energia e un’attenta gestione delle risorse per essere sostenibili.
Ma utilizzando sistemi di Intelligenza artificiale, come l’apprendimento a rinforzo profondo e l’ottimizzazione computazionale, gli scienziati hanno analizzato la crescita della lattuga coltivata in strutture agricole indoor in otto località degli Stati Uniti oltre a nonché Reykjavi’k e Dubai.

Ottimizzando i sistemi di illuminazione e regolazione del clima, il consumo di energia è sceso dai 9,5 kilowattora per chilogrammo di peso fresco (l’energia necessaria o utilizzata per produrre un chilogrammo di lattuga coltivata indoor) nei luoghi che non utilizzano tecnologie basate sull’AI a 6,42 kilowattora in quelli che la utilizzano.

Regolare la ventilazione a seconda delle ore di luce solare simulata

Inoltre, riferisce Agi, i ricercatori hanno scoperto che per le aree più calde, come Dubai o il sud degli Stati Uniti, l’AI ha ridotto il consumo di energia a 7,26 kilowattora per chilogrammo di peso fresco, rispetto ai 10,5 kilowattora.

Una bassa ventilazione durante i periodi di luce (16 ore di luce solare simulata) e un’elevata ventilazione durante i periodi di buio (otto ore che simulano la notte) hanno fornito una soluzione efficiente dal punto di vista energetico per livelli ottimali di anidride carbonica indoor per la fotosintesi e di ossigeno per la respirazione e la crescita delle piante, oltre ad altri requisiti di ventilazione bilanciati.

I sistemi attuali di controllo ambientale “non sono abbastanza smart”

Al contrario dei sistemi basati sull’AI, “Gli attuali sistemi di controllo ambientale non sono abbastanza smart”, afferma Fengqi You, professore di ingegneria dei sistemi energetici alla Cornell.

Il concetto, spiega You, “è molto simile a quello delle case intelligenti. Vogliamo stare comodi a casa riducendo al contempo il consumo di energia, e lo stesso è per le colture. Questo lavoro si concentra su un sistema intelligente per rendere la produzione alimentare ottimale, sostenibile e ridurre l’impronta di carbonio. Questo è ciò che l’Intelligenza artificiale fa molto bene. Possiamo risparmiare parecchio se utilizziamo l’Intelligenza artificiale per ottimizzare attentamente l’illuminazione artificiale e altri sistemi energetici”.

Mercato Tech rallenta ancora nei primi sei mesi del 2024

Nel I semestre 2024 il mercato italiano della Tecnologia di consumo ha segnato una flessione del fatturato pari al -4,7% a valore rispetto allo stesso periodo del 2023, attestandosi a 7 miliardi di euro.
Insomma, i primi sei mesi dell’anno confermano il trend negativo della domanda italiana di beni tecnologici, che continuano a vivere una fase di rallentamento.

Come confermato dai dati GfK Market Intelligence, questo scenario evidenzia una persistente debolezza del settore dopo le vendite record registrate negli anni della pandemia.
Qualche spiraglio arriva dai dati più recenti. Nel mese di giugno il mercato dei prodotti tecnologici, pur rimanendo in area negativa (-1,4% a valore), mostra segnali di stabilizzazione.

Cresce solo il Piccolo Elettrodomestico: +5,8%

La negatività riguarda sia le vendite effettuate sui canali tradizionali, diminuite del -5,3% rispetto al primo semestre del 2023, sia quelle effettuate sul canale online, anche se in maniera più limitata. In questo caso il calo è stato del -2,9% a valore.

Nel periodo analizzato, risultano negativi tutti i segmenti che compongono la Tecnologia di consumo, a eccezione del Piccolo Elettrodomestico, che cresce del +5,8% rispetto ai primi sei mesi 2023.
In particolare, tra i prodotti più importanti per giro d’affari si segnala la crescita delle vendite di Aspirapolvere (+2,4%).

Fotografia ed Elettronica di Consumo i settori con le performance peggiori

Perde terreno rispetto allo scorso anno la Telefonia (-4,3% a valore) che si conferma come il settore più importante per giro d’affari generato.
In questo comparto, I dati GfK evidenziano una contrazione della domanda di Smartphone (-4,5%), parzialmente compensata dalla crescita delle vendite di Smartwatch con SIM (+4,5%).

Tra i settori che hanno registrato le performance peggiori nel primo semestre del 2024 ci sono la Fotografia (-12,4%) e l’Elettronica di Consumo (-10,2%), quest’ultima da tempo alle prese con un calo della domanda.
Il mese di giugno, tuttavia, ha mostrato un rimbalzo del +6,3% a valore per l’Elettronica di Consumo, un segnale incoraggiante attribuibile in parte ai grandi eventi sportivi dell’estate 2024 (Campionati europei di calcio e Olimpiadi), che hanno spinto molti italiani ad acquistare un nuovo televisore.

In calo anche IT Office e Grande Elettrodomestico 

Quanto alle vendite dell’Home Comfort (-0,2%)  nella prima parte dell’anno mostrano una leggera flessione. Questo settore, sempre meno legato ai ritmi stagionali, sembra aver risentito di un inizio estate anomalo, con precipitazioni abbondanti e temperature sotto la media in molte zone d’Italia, ma nel mese di giugno ha visto tornare il segno positivo (+1,8% rispetto a giugno 2023).

Anche il settore dell’Information Technology/Office e il Grande Elettrodomestico chiudono il semestre in negativo, registrando rispettivamente un calo delle vendite del -8,7% e del -4,6% a valore.
In questo caso, nemmeno il mese di giugno ha invertito questa tendenza.

Perchè lo shopping online è più sostenibile di quello in negozio?

Acquistare online è più sostenibile. Lo certifica il report ‘L’impatto ambientale delle consegne e-commerce’, condotta da Netcomm insieme al Gruppo di ricerca B2c Logistics Center del Politecnico di Milano. L’impatto ambientale degli acquisti online è nettamente inferiore a quello degli acquisti nei negozi fisici, dove lo spostamento del cliente per raggiungere il punto vendita e il mantenimento del negozio generano oltre il 90% delle totale delle emissioni di CO2, per una produzione massima di 2,59kg di CO2 per pacco.

I canali online, che prevedono anche servizi di consegna come home delivery e punti di ritiro, possono ridurre fino a 10 volte le emissioni rispetto allo shopping offline.
Questo, nonostante le rilevazioni per entrambi i canali siano determinate da variabili quali densità di consegna, soste dei mezzi e modalità con cui il cliente si reca al punto di ritiro o al locker.

A piedi o in auto, l’impatto dell’offline è sempre superiore

Nel mondo dell’editoria, ad esempio, questo risultato emerge anche dove l’impatto del viaggio del cliente che si reca a piedi in un negozio è nullo. A Milano, in questo caso, le emissioni del processo di vendita offline sono circa 5 volte quelle dell’home delivery, a Ferrara le emissioni offline si triplicano rispetto all’online, mentre nelle province di Viterbo e Rieti l’impatto dell’offline raddoppia.

Nella casistica meno sostenibile, che vede il cliente recarsi al negozio con un viaggio in auto, le emissioni per pacco a Milano raggiungono 2,81 kgCo2e contro i 0,22kgCo2e dell’home delivery, mentre a Ferrara crescono fino a 2,87kgCo2e contro 0,36kgCo2e e a Viterbo si attestano, a 2,96 kgCo2e contro i 0,64kgCo2e della consegna a casa.

Le emissioni dell’Home Delivery

Per il settore dell’elettronica, tuttavia, la differenza tra i due canali è leggermente inferiore rispetto al settore dell’editoria.
Per il Fashion, poi, i risultati si mantengono coerenti con i precedenti, anche se nel processo dell’home delivery si osserva un’incidenza dell’impatto dell’acquisto online più elevata rispetto agli altri settori, dovuta al maggiore tasso di reso (8% per acquisti offline, 30% per l’e-commerce).

Nel processo dell’home delivery, per tutti i settori merceologici, il contributo principale in termini di emissioni è del trasporto last-mile, che costituisce più del 50% del totale delle emissioni in tutte le aree urbane esaminate, seguito dal packaging (dal 7% al 25%).

Elettronica e Fashion: a incidere è il tasso di reso

In questo caso, l’incremento nelle zone rurali è legato alla riduzione della densità di consegna, che impatta inevitabilmente sulle emissioni del trasporto last-mile.
Lo confermano i dati delle emissioni dell’home delivery nel settore dell’editoria e dell’elettronica, dove la CO2 rilasciata nei comuni di Viterbo e Rieti sono triplicati rispetto a quelli di Milano.

Nei settori dell’elettronica e del Fashion, si nota un’incidenza maggiore del processo di reso negli acquisti online in termini di emissioni, dovuta ancora una volta al maggiore tasso di restituzioni che caratterizza questi settori merceologici.

L’Italia accelera sui servizi digitali, cresce l’uso nella PA

È quanto emerge dalla seconda edizione del Consumer Digital Empowerment Index, lo studio di ricerca che rientra fra le iniziative del Consumer Empowerment Project (CEP), condotto da Euroconsumers in partnership con Google: l’Italia accelera sui servizi digitali. Oltre a confermare il primato dell’Italia rispetto all’uso dell’identità digitale, lo studio evidenzia infatti anche il deciso balzo in avanti di alcuni servizi online della Pubblica Amministrazione.

L’indice, la cui prima edizione è stata pubblicata a novembre 2022, mira a quantificare il modo in cui i servizi digitali contribuiscono all’empowerment dei consumatori nella loro vita quotidiana, attraverso un’analisi condotta in dieci Paesi europei, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia.

Dai pagamenti alle prenotazioni mediche e di trasporti vince l’online 

Nel 2023, ad esempio, i pagamenti online verso gli enti pubblici hanno registrato un +6,4% rispetto al 2022, la prenotazione online delle visite mediche +7,9%, mentre l’acquisto online di biglietti del trasporto pubblico locale è cresciuto del +7,1%.

“L’Index annuale – ha commentato il Sottosegretario all’Innovazione tecnologica e transizione digitale, Alessio Butti – offre molti spunti di riflessione ed evidenzia come, nonostante le resistenze e i ritardi scontati dal nostro Paese nella digitalizzazione delle abitudini di consumo, il livello complessivo di empowerment sia salito di 3 punti rispetto al 2022”.

CIE e IT Wallet: un vantaggio per i cittadini

Si tratta di “Una testimonianza inequivocabile della spinta propulsiva che questo Governo sta dando alle politiche di trasformazione digitale – ha aggiunto Butti -. In particolare, riscontriamo un’ottima performance dell’Italia rispetto all’uso dell’identità digitale per accedere ai servizi digitali della PA, soprattutto grazie alle azioni messe in atto nell’ultimo anno per rendere più semplice l’uso online della Carta d’Identità Elettronica (Cie) a vantaggio dei cittadini. Si tratta di un volano fondamentale per il lancio, nei prossimi mesi, dell’It Wallet, uno strumento caratterizzato da alta affidabilità, sicurezza, e che vogliamo rendere disponibile in anticipo rispetto al wallet europeo”.

I dati parlano chiaro e sono il punto di partenza per ogni riflessione sul digitale

“Il Consumer Digital Empowerment Index ha l’ambizione di proporsi come uno strumento affidabile e scientificamente robusto per misurare l’impatto della digitalizzazione sulle abitudini di consumo – ha sottolineato Marco Scialdone direttore del CEP, come riporta Adnkronos -. I risultati sono a disposizione della comunità scientifica e di ogni stakeholder pubblico e privato, affinché i dati siano sempre il punto di partenza per ogni riflessione sul digitale nella vita dei consumatori”.

Direttiva Case Green: approvata la norma europea per un futuro sostenibile

Il Parlamento Europeo ha recentemente dato il via libera alla Direttiva Case Green, un’importante misura volta a promuovere la sostenibilità nel settore edilizio. L’approvazione è stata ampia: si sono infatti contati 370 voti favorevoli, 199 contrari e 46 astenuti. Nel dettaglio, la direttiva mira a raggiungere emissioni zero entro il 2050, rappresentando un passo significativo verso un futuro ambientalmente sostenibile.

Obiettivi della misura

La direttiva stabilisce una serie di obiettivi chiave per ridurre le emissioni di carbonio nel settore delle costruzioni. A partire dal 2028, tutti i nuovi edifici pubblici dovranno essere a emissioni zero. La medesima disposizione verrà poi esteso, entro il 2050, anche ai nuovi edifici residenziali. Per gli edifici esistenti, sono previsti target di efficienza energetica, con obblighi di riduzione dei consumi entro il 2030 e il 2035.

Per essere più precisi, nell’ambito degli edifici residenziali esistenti, i consumi dovranno essere ridotti del 16% entro il 2030 e del 20% o 22% entro il 2035. L’obbligo di installare i pannelli solari riguarderà solo i nuovi edifici pubblici e sarà progressivo, dal 2026 al 2030. Dal 2040 le caldaie a metano dovranno essere eliminate e dal 2025 non sarà più possibile incentivarle

Direttiva Case Green e incentivi

Per raggiungere gli obiettivi della direttiva, i Paesi membri dovranno adottare misure concrete per promuovere la riqualificazione energetica degli edifici. Il pacchetto di interventi potrebbe includere l’implementazione di esenzioni fiscali e altri incentivi finanziari per incoraggiare la transizione verso soluzioni più sostenibili. Tuttavia, si prevede che i nuovi requisiti della direttiva avranno un impatto significativo anche sui bonus edilizi esistenti, ponendo una maggiore enfasi sull’efficienza energetica e sulle tecnologie a basse emissioni.

Tempistiche e procedimenti

Dopo l’approvazione da parte del Parlamento Europeo, il testo della direttiva deve essere approvato anche dal Consiglio europeo prima di poter entrare in vigore. Una volta pubblicata in Gazzetta Ufficiale, gli Stati membri avranno due anni per recepire le disposizioni della direttiva nei loro ordinamenti giuridici nazionali, garantendo così l’applicazione uniforme delle norme in tutta l’Unione Europea.

La Direttiva Case Green rappresenta un impegno concreto dell’Unione Europea verso la lotta ai cambiamenti climatici e la promozione della sostenibilità ambientale nel settore delle costruzioni. Con obiettivi ambiziosi e misure incentivate, questa direttiva pone le basi per una trasformazione significativa verso un futuro più verde e più sostenibile per tutti i cittadini europei.

Telecomunicazioni: AI generativa, AR, VR i trend della ripresa

Per guidare una crescita del mercato delle Telecomunicazioni a lungo termine sono necessarie le innovazioni. GfK ha individuato due tendenze che potrebbero risvegliare, in particolare, i mercati Smartphone e Gaming, l’AI generativa e la Realtà Aumentata/Virtuale.

Dopo le vendite record registrate durante la pandemia, il mercato Tlc è infatti in una fase di stallo. Nel 2023, il mercato globale delle Telecomunicazioni ha subito una flessione del -0,6% in termini di fatturato, e per il 2024 si prevede una crescita ‘solo’ del +2%.
Ma senza innovazioni dirompenti, difficilmente si assisterà a una ripresa della domanda.

Smartphone: i consumatori chiedono applicazioni pratiche all’innovazione

Le prestazioni degli Smartphone continuano a migliorare, ma i consumatori hanno bisogno di applicazioni pratiche per sfruttare questa potenza. Se attualmente gli Smartphone sono utilizzati principalmente per le app di messaggistica (72%) o la fotografia (64%), il prossimo grande passo arriverà con l’implementazione diffusa dell’AI generativa.

Ma se il salto di innovazione non è percepito come veramente significativo, i consumatori preferiscono aspettare prima di acquistare un nuovo dispositivo. Inoltre, nel 2023, per la prima volta, la quota maggiore di nuovi acquirenti di Smartphone (35%) possedeva un dispositivo di due o tre anni, mentre nel 2022, ne possedeva uno di uno/due anni.

Metaverso: tendenza alla premiumization

Se il clamore pubblico intorno al Metaverso si è un po’ attenuato il settore continua a evolvere, con una diversificazione tra consumatori interessati e non.
Mentre le vendite totali di dispositivi legati al Metaverso sono diminuite del -2% a unità nel 2023, i ricavi generati sono aumentati del +15%. La tendenza alla ‘premiumization’ si riflette nel fatto che i consumatori interessati a queste innovazioni hanno investito in prodotti più avanzati di Realtà Aumentata (AR), Mista (MR) o Virtuale (VR).

Di conseguenza, la quota di fatturato degli visori AR e MR è cresciuta del 30%, raggiungendo 225 milioni di dollari nel 2023, rispetto al 4% del 2022.
Sono però notevoli le differenze nel modo in cui questo trend si manifesta nelle diverse aree del Mondo.

Visori AR/MR/VR ancora prodotti di nicchia

Mentre la maggior parte dei visori MR è stata acquistata in Europa occidentale (83% fatturato globale), la maggioranza dei visori AR è stata acquistata in Cina (98%).
Allo stesso tempo, in Cina crolla la domanda di dispositivi VR tradizionali (-55% vs 2022), mentre nel resto del mondo la VR sta ancora registrando una leggera crescita dei ricavi (+3%).

Le ragioni di queste differenze non sono legate solo alle preferenze dei consumatori, ma anche alla distribuzione. Alcuni dispositivi semplicemente non sono disponibili in alcuni mercati.
In ogni caso, il mercato delle Telecomunicazioni potrebbe ricevere un notevole impulso se i visori AR, MR o VR diventassero adatti all’uso quotidiano invece di rimanere un prodotto di nicchia per il Gaming.

Gestione del rischio: perchè anticipare è cruciale per la resilienza delle imprese?

In un’epoca definita ‘permacrisi’, una condizione di crisi permanente caratterizzata dal susseguirsi e sovrapporsi di situazioni d’emergenza, per le aziende la gestione del rischio emerge come elemento chiave per la sostenibilità e la prosperità.
Negli ultimi tre anni, caratterizzati da pandemia, crisi energetica e conflitti, le imprese hanno dovuto affrontare sfide senza precedenti. Secondo il Global Esg, Compliance and Risk Report 2023 del Boston Consulting Group, la differenza tra sopravvivere e prosperare sta nella capacità di anticipare e gestire i rischi in modo efficace.

L’analisi del Boston Consulting Group offre una prospettiva basata su interviste condotte con dirigenti di 150 gruppi operanti in vari settori e mercati. E nonostante sembri che il peggio sia alle spalle e l’economia stia rallentando tagliare i costi nella gestione del rischio sarebbe un errore. 

L’era della permacrisi

Investire nella prevenzione e gestione dei rischi, da quelli tradizionali, come carenze di manodopera o tecnologie obsolete, a quelli emergenti, legati a crisi climatica, responsabilità Esg, regolamentazione, cyberattacchi e Intelligenza artificiale, risulta cruciale. 
La gestione del rischio, poi, non è più un aspetto rilevante solo per il settore finanziario, ma è altrettanto essenziale per settori come energia e trasporti.

La continuità operativa in situazioni estreme, come pandemie o cyberattacchi su larga scala, diventa imperativa per tutte le aziende. Esiste un divario evidente tra le aziende esperte nella gestione del rischio e quelle meno mature, ma c’è una crescente consapevolezza di integrare la gestione dei rischi con le attività aziendali.

Una competenza determinante nel superare le crisi recenti 

I risultati del sondaggio mostrano che circa tre quarti delle aziende esperte nella gestione del rischio attribuiscono a questa competenza un ruolo determinante nel superare le recenti crisi, mentre solo il 37% delle imprese meno mature condivide la stessa percezione.

La dimensione aziendale gioca un ruolo chiave, con l’importanza dei sistemi di controllo che aumenta con la grandezza del gruppo.
Le aziende più grandi beneficiano di efficaci prevenzioni dei rischi, utilizzando comitati ad hoc, incorporando la gestione del rischio nella strategia industriale e analizzando i dati. Tecnologie come l’Intelligenza artificiale vengono utilizzate per prevedere e mitigare i rischi.

Le sfide per le imprese in via di sviluppo

La sfida per le imprese nelle prime fasi di sviluppo della gestione del rischio è la mancanza di supporto dei vertici e la cultura aziendale non adeguata per affrontare i pericoli emergenti.
La chiave per passare da dilettanti ad aziende mature nella gestione del rischio è, quindi, quella di istituire un organismo centrale che definisca una strategia basata su un’analisi approfondita dei rischi tradizionali ed emergenti.

Il flusso informativo deve essere bidirezionale, dai livelli operativi al comitato strategico, riporta Adnkronos. La raccolta e l’analisi in tempo reale dei dati, potenziate dall’uso di AI, sono fondamentali.
Personale con competenze strategiche, capacità di analisi dei dati e capacità di guidare l’azienda verso un nuovo modello di gestione del rischio sono i prossimi passi che le aziende devono muovere.

Sustainable and Responsible Investment: risparmiatori e Pmi italiane

Sono due le ricerche di BVA Doxa condotte in collaborazione con il Forum per la Finanza Sostenibile nell’ambito delle settimane dedicate alla Sustainable and Responsible Investment (SRI), una focalizzata sui risparmiatori e l’altra sulle Pmi italiane. L’appuntamento sull’Investimento Sostenibile e Rsponsabile si è svolto tra Milano, Roma e online dal 14 al 28 novembre.
Il primo studio di BVA Doxa, dal titolo ‘Risparmiatori italiani, investimenti sostenibili e settore agroalimentare’, ha approfondito gli orientamenti degli investitori retail rispetto agli investimenti ESG, in particolare, relativi al settore agroalimentare.

L’indagine, realizza con il sostegno di AllianzGI e Anasf, ha coinvolto 1.400 risparmiatori che nell’ultimo anno hanno investito almeno 1.000 euro, di cui 505 almeno 20.000 euro. E a quanto risulta dalla ricerca, il 78% degli intervistati conosce, o quantomeno, ha sentito parlare di investimenti sostenibili, e il 21% ha già sottoscritto prodotti SRI.

Comparto agroalimentare e investimenti ESG

Da parte degli italiani emerge interesse per il settore agroalimentare: il 65% di chi conosce gli investimenti sostenibili sarebbe disponibile a investire con criteri ESG nel comparto, considerato dal 46% fondamentale per la sostenibilità ambientale.

Per la metà dei risparmiatori che conoscono gli investimenti sostenibili, nel corso dell’ultimo anno sono aumentate le informazioni sui prodotti SRI fornite dalla banca, dall’assicurazione o dal consulente finanziario.
Il 47% degli intervistati percepisce inoltre un aumento delle competenze e dell’attenzione da parte del settore finanziario.

Aziende, policrisi e finanza responsabile

La seconda settimana di eventi si è chiusa con la presentazione della seconda ricerca di BVA Doxa, ‘Pmi italiane, policrisi e finanza sostenibile: le opportunità per le imprese’, realizzata in collaborazione con Finlombarda, Forum della Finanza Sostenibile, e con il sostegno di BPER Banca ed ENPACL.
Allo studio hanno partecipato 450 Pmi, che hanno dimostrato di essere pienamente coinvolte nel processo di trasformazione sostenibile.

Per il 56% delle aziende i temi ESG hanno un ruolo ‘molto importante’ nelle scelte strategiche e di investimento. Un dato in forte aumento rispetto al 27% rilevato nell’indagine condotta nel 2020 (46% nel 2022).
I fattori da considerare nella spinta all’adozione di criteri ESG nelle strategie aziendali sono le aspettative del mercato e degli stakeholder.
Il 70% delle Pmi coinvolte nell’indagine dichiara di aver ricevuto richieste specifiche da clienti (35%), stakeholder interni, banche, compagnie assicurative, fornitori e investitori.

Si affacciano nuovi strumenti finanziari diversi dal credito

Per finanziare i progetti sostenibili la maggior parte delle Pmi guarda ancora alle banche, ma oltre la metà esprime apertura in merito a nuovi strumenti finanziari, per ora scelti dal 18% delle aziende.
La propensione da parte degli operatori appare comunque abbastanza diffusa. Il 54% delle imprese ha ricevuto proposte di strumenti diversi dal credito.

La sostenibilità viene associata a obblighi legali (68% delle Pmi è abbastanza o molto d’accordo) o alle richieste e aspettative del mercato. Ma può diventare anche un fattore competitivo (86% abbastanza o molto d’accordo nel ritenere che la sostenibilità offra questa opportunità), e può contribuire a ridurre rischi rilevanti anche dal punto di vista economico e finanziario (82%).

Internazionalizzazione del Made in Italy agroalimentare, perchè è necessario? 

L’internazionalizzazione è uno dei temi caldi dell’industria italiana. E le è ancora di più quando si parla delle imprese agroalimentari, comparto al centro del dibattito pubblico ed economico per molti anni. I vari governi italiani hanno spesso fissato obiettivi di crescita delle esportazioni, accompagnati da strumenti e sostegni per conquistare quote di mercato in tutto il mondo.
Un’operazione mirata a colpire la vendita di prodotti contraffatti, noti come “italian sounding”, che fanno concorrenza slealmente al vero e tipico Made in Italy.

Esportazioni aumentate dell’85%  in dieci anni

Negli anni, le esportazioni agroalimentari dall’Italia sono cresciute significativamente. Nel 2022, le vendite all’estero hanno raggiunto i 58,8 miliardi di euro, rispetto ai 31,9 miliardi di dieci anni prima, con un aumento del 85%, superiore a quello dell’export manifatturiero generale (+59%).

Tuttavia, c’è una propensione all’export relativamente bassa nel settore agroalimentare, misurata come percentuale del fatturato totale. Mentre il settore manifatturiero ha una media del 48%, nel food&beverage questa percentuale si colloca sotto il 30%. Questo è dovuto in parte alla frammentazione delle imprese, con l’86% delle aziende con meno di 10 dipendenti, responsabili solo del 10% del fatturato totale.

Un divario da colmare

Questo divario strutturale ha impedito all’Italia di sfruttare appieno il suo potenziale di crescita nelle esportazioni. Al contrario, paesi concorrenti come la Germania, con imprese più strutturate, hanno una maggiore propensione all’export, nonostante una minore notorietà del cibo tedesco rispetto a quello italiano. Un motivo chiave di questa sfida è il declino demografico italiano.
Molti piccoli e medi produttori alimentari sono orientati solo al mercato nazionale. Tuttavia, entro il 2050, la popolazione italiana dovrebbe diminuire di 5 milioni di persone, con un invecchiamento demografico progressivo. Questo avrà un impatto significativo sui consumi alimentari, con una popolazione più anziana che consuma meno e preferisce cibi diversi.

Questi mutamenti sono già evidenti, ad esempio nel settore del vino, dove i consumi sono diminuiti negli ultimi vent’anni. Le abitudini di consumo sono cambiate, e i prodotti alimentari devono adattarsi a questa nuova realtà.

Una scelta obbligata

Pertanto, l’internazionalizzazione è diventata una scelta obbligata per garantire la continuità delle imprese alimentari italiane e dell’intera filiera agroalimentare.
Gli operatori del settore devono adottare un’approccio più strategico, utilizzando strumenti di intelligence di mercato e soluzioni di internazionalizzazione per sviluppare progetti di business sostenibili e redditizi, con una visione a medio-lungo termine.

In sintesi, l’Italia ha un enorme potenziale di crescita nelle esportazioni agroalimentari, ma deve affrontare sfide strutturali e demografiche per sfruttarlo appieno. L’internazionalizzazione è diventata una necessità per garantire il futuro successo del settore.

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