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Categoria: Innovazione (Pagina 6 di 8)

Sustainable and Responsible Investment: risparmiatori e Pmi italiane

Sono due le ricerche di BVA Doxa condotte in collaborazione con il Forum per la Finanza Sostenibile nell’ambito delle settimane dedicate alla Sustainable and Responsible Investment (SRI), una focalizzata sui risparmiatori e l’altra sulle Pmi italiane. L’appuntamento sull’Investimento Sostenibile e Rsponsabile si è svolto tra Milano, Roma e online dal 14 al 28 novembre.
Il primo studio di BVA Doxa, dal titolo ‘Risparmiatori italiani, investimenti sostenibili e settore agroalimentare’, ha approfondito gli orientamenti degli investitori retail rispetto agli investimenti ESG, in particolare, relativi al settore agroalimentare.

L’indagine, realizza con il sostegno di AllianzGI e Anasf, ha coinvolto 1.400 risparmiatori che nell’ultimo anno hanno investito almeno 1.000 euro, di cui 505 almeno 20.000 euro. E a quanto risulta dalla ricerca, il 78% degli intervistati conosce, o quantomeno, ha sentito parlare di investimenti sostenibili, e il 21% ha già sottoscritto prodotti SRI.

Comparto agroalimentare e investimenti ESG

Da parte degli italiani emerge interesse per il settore agroalimentare: il 65% di chi conosce gli investimenti sostenibili sarebbe disponibile a investire con criteri ESG nel comparto, considerato dal 46% fondamentale per la sostenibilità ambientale.

Per la metà dei risparmiatori che conoscono gli investimenti sostenibili, nel corso dell’ultimo anno sono aumentate le informazioni sui prodotti SRI fornite dalla banca, dall’assicurazione o dal consulente finanziario.
Il 47% degli intervistati percepisce inoltre un aumento delle competenze e dell’attenzione da parte del settore finanziario.

Aziende, policrisi e finanza responsabile

La seconda settimana di eventi si è chiusa con la presentazione della seconda ricerca di BVA Doxa, ‘Pmi italiane, policrisi e finanza sostenibile: le opportunità per le imprese’, realizzata in collaborazione con Finlombarda, Forum della Finanza Sostenibile, e con il sostegno di BPER Banca ed ENPACL.
Allo studio hanno partecipato 450 Pmi, che hanno dimostrato di essere pienamente coinvolte nel processo di trasformazione sostenibile.

Per il 56% delle aziende i temi ESG hanno un ruolo ‘molto importante’ nelle scelte strategiche e di investimento. Un dato in forte aumento rispetto al 27% rilevato nell’indagine condotta nel 2020 (46% nel 2022).
I fattori da considerare nella spinta all’adozione di criteri ESG nelle strategie aziendali sono le aspettative del mercato e degli stakeholder.
Il 70% delle Pmi coinvolte nell’indagine dichiara di aver ricevuto richieste specifiche da clienti (35%), stakeholder interni, banche, compagnie assicurative, fornitori e investitori.

Si affacciano nuovi strumenti finanziari diversi dal credito

Per finanziare i progetti sostenibili la maggior parte delle Pmi guarda ancora alle banche, ma oltre la metà esprime apertura in merito a nuovi strumenti finanziari, per ora scelti dal 18% delle aziende.
La propensione da parte degli operatori appare comunque abbastanza diffusa. Il 54% delle imprese ha ricevuto proposte di strumenti diversi dal credito.

La sostenibilità viene associata a obblighi legali (68% delle Pmi è abbastanza o molto d’accordo) o alle richieste e aspettative del mercato. Ma può diventare anche un fattore competitivo (86% abbastanza o molto d’accordo nel ritenere che la sostenibilità offra questa opportunità), e può contribuire a ridurre rischi rilevanti anche dal punto di vista economico e finanziario (82%).

Internazionalizzazione del Made in Italy agroalimentare, perchè è necessario? 

L’internazionalizzazione è uno dei temi caldi dell’industria italiana. E le è ancora di più quando si parla delle imprese agroalimentari, comparto al centro del dibattito pubblico ed economico per molti anni. I vari governi italiani hanno spesso fissato obiettivi di crescita delle esportazioni, accompagnati da strumenti e sostegni per conquistare quote di mercato in tutto il mondo.
Un’operazione mirata a colpire la vendita di prodotti contraffatti, noti come “italian sounding”, che fanno concorrenza slealmente al vero e tipico Made in Italy.

Esportazioni aumentate dell’85%  in dieci anni

Negli anni, le esportazioni agroalimentari dall’Italia sono cresciute significativamente. Nel 2022, le vendite all’estero hanno raggiunto i 58,8 miliardi di euro, rispetto ai 31,9 miliardi di dieci anni prima, con un aumento del 85%, superiore a quello dell’export manifatturiero generale (+59%).

Tuttavia, c’è una propensione all’export relativamente bassa nel settore agroalimentare, misurata come percentuale del fatturato totale. Mentre il settore manifatturiero ha una media del 48%, nel food&beverage questa percentuale si colloca sotto il 30%. Questo è dovuto in parte alla frammentazione delle imprese, con l’86% delle aziende con meno di 10 dipendenti, responsabili solo del 10% del fatturato totale.

Un divario da colmare

Questo divario strutturale ha impedito all’Italia di sfruttare appieno il suo potenziale di crescita nelle esportazioni. Al contrario, paesi concorrenti come la Germania, con imprese più strutturate, hanno una maggiore propensione all’export, nonostante una minore notorietà del cibo tedesco rispetto a quello italiano. Un motivo chiave di questa sfida è il declino demografico italiano.
Molti piccoli e medi produttori alimentari sono orientati solo al mercato nazionale. Tuttavia, entro il 2050, la popolazione italiana dovrebbe diminuire di 5 milioni di persone, con un invecchiamento demografico progressivo. Questo avrà un impatto significativo sui consumi alimentari, con una popolazione più anziana che consuma meno e preferisce cibi diversi.

Questi mutamenti sono già evidenti, ad esempio nel settore del vino, dove i consumi sono diminuiti negli ultimi vent’anni. Le abitudini di consumo sono cambiate, e i prodotti alimentari devono adattarsi a questa nuova realtà.

Una scelta obbligata

Pertanto, l’internazionalizzazione è diventata una scelta obbligata per garantire la continuità delle imprese alimentari italiane e dell’intera filiera agroalimentare.
Gli operatori del settore devono adottare un’approccio più strategico, utilizzando strumenti di intelligence di mercato e soluzioni di internazionalizzazione per sviluppare progetti di business sostenibili e redditizi, con una visione a medio-lungo termine.

In sintesi, l’Italia ha un enorme potenziale di crescita nelle esportazioni agroalimentari, ma deve affrontare sfide strutturali e demografiche per sfruttarlo appieno. L’internazionalizzazione è diventata una necessità per garantire il futuro successo del settore.

AI generativa: per i dirigenti i vantaggi superano le preoccupazioni

È quanto emerge dall’ultimo report del Capgemini Research Institute (Harnessing the value of generative AI: Top use cases across industries): nonostante i rischi potenziali in termini di violazione del copyright e di cybersecurity, il 74% dei dirigenti ritiene che i vantaggi offerti dall’AI generativa siano superiori alle preoccupazioni a essa associate. Il 40% delle organizzazioni dispone già di un team e un budget interamente dedicati a questa tecnologia, e per il 70% dei dirigenti l’AI generativa consentirà alle organizzazioni di ampliare il raggio d’azione dei knowledge worker. E il 96% sostiene che questa tecnologia sia uno dei temi più rilevanti per i Cda aziendali.

Design di prodotti e customer service più efficienti e accessibili

Le piattaforme o gli strumenti basati sull’AI generativa ritenuti più rilevanti sono i chatbot per automatizzare il customer service e migliorare i processi di knowledge management (83%), così come progettazione, raccolta e sintesi dei dati (75%), La maggior parte dei dirigenti ritiene inoltre che l’AI generativa renderà il design di prodotti e servizi più efficiente (78%) e accessibile (76%), favorirà lo sviluppo di customer experience più interattive e coinvolgenti (71%), e migliorerà il customer service grazie a un’assistenza automatizzata e personalizzata (67%).

Valore aggiunto anche in ambito sales o marketing & comunicazione

Entro tre anni, e dopo aver implementato con successo l’AI generativa, i dirigenti prevedono una serie di vantaggi: aumento dell’8% delle vendite, riduzione dei costi pari al 7%, miglioramento del 9% in termini di engagement, soddisfazione dei clienti ed efficienza operativa.  I dirigenti ritengono che questa tecnologia possa apportare valore aggiunto anche in ambito sales (54%) e marketing e comunicazione (48%). I dirigenti del settore high-tech sono quelli più convinti (84%) che l’impatto complessivo dell’AI generativa sarà positivo. Quasi il 70% afferma che le loro organizzazioni hanno all’attivo progetti pilota di AI generativa e il 18% ha già implementato l’AI generativa in alcune sedi o funzioni aziendali. I due casi d’uso principali riguardano la modellazione 3D per forme dettagliate e la manutenzione predittiva.

Nuovi ruoli e competenze: l’AI auditor e l’AI ethicist

Secondo il 69% delle aziende, l’AI generativa sarà in grado di sviluppare concetti e design iniziali dei progetti, di conseguenza, il ruolo dei dipendenti si sposterà dalla fase di progettazione e creazione a quella di revisione e perfezionamento degli stessi. La ricerca evidenzia come per il 69% dei dirigenti l’AI generativa favorirà l’emergere di nuovi ruoli, come AI auditor e AI ethicist. Con l’introduzione di nuovi ruoli basati sull’AI generativa, il 68% degli executive ritiene che l’integrazione della tecnologia all’interno dell’organico richiederà investimenti significativi in termini di upskilling e cross-skilling delle competenze.

L’importanza del passcode nell’iPhone e i consigli per renderlo più sicuro

Si parla spesso dell’importanza di password forti e uniche, quelle stringhe alfanumeriche usate per proteggere gli account online. Ma è il passcode, la breve stringa di numeri utilizzata per sbloccare lo smartphone, a presentare una vulnerabilità unica. E un recente aggiornamento di Apple non risolve il problema. L’azienda ha introdotto la possibilità di utilizzare chiavi di sicurezza hardware, piccoli dongle USB, per proteggere l’ID Apple. Ma nei test condotti dal Wall Street Journal, le chiavi di sicurezza non hanno impedito la modifica dell’account utilizzando solo il codice di accesso, e il codice di accesso stesso poteva perfino essere utilizzato per rimuovere le chiavi di sicurezza dall’account.

Rendere più difficile ai ladri l’accesso ai dati sul dispositivo

Non è sempre possibile evitare il furto del dispositivo, ma è possibile rendere più difficile ai ladri l’accesso ai dati sul dispositivo. Prima di tutto, coprire lo schermo in pubblico. Secondo le forze dell’ordine, i ladri escogitano modi intelligenti per imparare i codici di accesso delle persone, tra cui filmarle da lontano. Quando si è in giro, affidarsi a Face ID o Touch ID ogni volta possibile, per evitare che il codice di accesso venga spiato. Nel caso in cui si debba digitarlo, trattare il codice di accesso come il PIN di un bancomat. Non digitare mai il codice davanti a estranei. Inoltre, rafforzare il codice di accesso. Utilizzare almeno sei cifre e renderlo complesso. Non più 1-2-3-4. I codici di accesso più lunghi sono più difficili da ‘scalfire’.

Utilizzare un gestore di password di terze parti

Nelle impostazioni di Display e luminosità, impostare il blocco automatico su 30 secondi, il tempo più breve possibile, in modo da non lasciare il telefono sbloccato per troppo tempo.
Attivare poi una protezione aggiuntiva. Alcune app, come Venmo, PayPal e Cash App, consentono di aggiungere un codice di accesso. Basta non usare lo stesso dell’iPhone.
E magari utilizzare un gestore di password di terze parti, come 1Password o Dashlane, che offrono l’autenticazione biometrica, ma richiedono una master password separata in caso di fallimento.

Cosa fare se l’iPhone è stato rubato

Inoltre, eliminare le scansioni di informazioni sensibili. Se si ha bisogno di copie digitali di documenti sensibili, riferisce Agi, utilizzare l’archiviazione sicura dei file in un gestore di password di terze parti.  E se vi rubano l’iPhone, agite rapidamente. Accedete a iCloud.com su un altro dispositivo prima possibile e fate clic su Trova dispositivi per cancellare il telefono da remoto. Quindi, chiamate il vostro operatore telefonico o recatevi in un negozio per disattivare la SIM del telefono rubato, in modo che il ladro non possa ricevere i codici di verifica. E ricordare di accedere agli account sensibili, come Google, Venmo e Amazon, per cambiare le password e revocare l’accesso dal dispositivo rubato.

Quale sistema di filtraggio dell’acqua è il più efficiente per una piscina?

Se stai pensando di far installare una piscina in giardino o ne hai già una, è essenziale mantenere l’acqua pulita e igienicamente sicura per garantirne un utilizzo piacevole a tutti.

Una delle principali attività di manutenzione per farlo è il sistema di filtraggio dell’acqua. Ne esistono di diversi tipi in commercio, ed oggi ti illustreremo i principali in modo da aiutarti a scegliere il sistema di filtraggio più efficiente in base al tuo tipo di piscina o abitudini di utilizzo.

Come funziona un sistema di filtraggio dell’acqua per la piscina?

Prima di entrare nei dettagli dei diversi tipi di sistemi di filtraggio, è importante capire come questi funzionano in generale.

Un sistema di filtraggio dell’acqua per piscine è composto da una pompa che spinge l’acqua attraverso un filtro.

Tale filtro ha il compito di rimuovere le particelle di sporco e altre impurità dall’acqua, mantenendola pulita e chiara. L’acqua filtrata viene poi restituita alla piscina attraverso degli appositi ugelli.

Tipi di sistemi di filtraggio dell’acqua per la piscina

Esistono sostanzialmente tre tipologie di sistemi filtranti per la piscina: quello ad elettrolizzatore, lo sterilizzatore a sale, oppure il compressore. Vediamo in dettaglio le caratteristiche di ciascun sistema.

  • Sistema di filtraggio dell’acqua ad elettrolizzatore: il sistema di filtraggio dell’acqua ad elettrolizzatore è una delle soluzioni più diffuse per il filtraggio dell’acqua delle piscine. Questo sistema utilizza un elettrolizzatore per convertire il sale in cloro, che viene poi utilizzato per pulire l’acqua. Il cloro è un disinfettante efficace che uccide i batteri e le alghe presenti nell’acqua. L’uso di un elettrolizzatore riduce la necessità di aggiungere cloro manualmente alla tua piscina.
  • Sistema di filtraggio dell’acqua con sterilizzatore a sale: il sistema di filtraggio dell’acqua con sterilizzatore a sale funziona in modo simile al sistema ad elettrolizzatore. Tuttavia, invece di usare l’elettrolizzatore per produrre cloro, questo sistema utilizza il sale per creare una soluzione salina nell’acqua. La soluzione salina viene poi trattata con un generatore di cloro per produrre cloro, che pulisce l’acqua. Questo sistema è meno costoso e richiede meno manutenzione rispetto al sistema ad elettrolizzatore.
  • Sistema di filtraggio dell’acqua con compressore: il sistema di filtraggio dell’acqua con compressore utilizza un compressore per spingere l’acqua attraverso un filtro. Questo sistema è meno elaborato rispetto ai sistemi ad elettrolizzatore o a sterilizzatore a sale, ma può ugualmente offrire una pulizia adeguata per le piscine di piccole e medie dimensioni. Se stai pensando di far installare una di quelle piscine in acciaio prefabbricate, questa potrebbe essere la soluzione che fa al caso tuo.

Cosa considerare nella scelta del sistema di filtraggio dell’acqua per la piscina

La scelta del sistema di filtraggio dell’acqua per la piscina dipende da diversi fattori, tra cui la dimensione della piscina, il clima e la frequenza d’uso.

Se la tua piscina è grande o viene frequentemente utilizzata, un sistema ad elettrolizzatore o a sterilizzatore a sale potrebbe essere la scelta migliore. Se la piscina è più piccola o viene utilizzata meno frequentemente, un sistema con compressore potrebbe essere sufficiente.

Dunque non c’è una soluzione che a prescindere sia migliore delle altre, in quanto tutto dipende dalle proprie abitudini e dalla frequenza di utilizzo della piscina.

Conclusioni

Per concludere, la scelta del sistema di filtraggio dell’acqua per la piscina dipende fondamentalmente dalle esigenze individuali.

È importante comunque prevedere la presenza di un sistema di filtraggio così che si possa usufruire sempre di un’acqua pulita e sana nella propria piscina, con la presenza di batteri o altre impurità praticamente azzerata.

Adoperando il giusto sistema di filtraggio dell’acqua, sarà possibile usufruire di una piscina pulita e sicura per tutto l’estate.

Relazione con i clienti: il settore turistico è immaturo

In Italia solo il 2% delle imprese del settore turistico ha instaurato con i clienti una relazione continuativa, mentre il 37% riesce a farlo solamente su alcuni canali di contatto o per alcune categoria di clienti o attività. Quasi due terzi delle imprese, poi, interagisce con i clienti solo nel momento dell’effettiva vendita o fruizione del servizio. In pratica, il percorso delle aziende del turismo verso la creazione di una relazione coerente e integrata con i clienti è ancora lungo. Le aziende italiane del turismo non conoscono i propri clienti: solo il 6% delle imprese ha una buona conoscenza di profili, gusti e preferenze dei visitatori, mentre il 38% non ne ha nemmeno una conoscenza sufficiente.
Emerge dal rapporto sulla digitalizzazione dei canali di vendita nel settore turistico, realizzato dagli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano in collaborazione con Minsait.

Poche imprese possiedono una Single Customer View

Una situazione di immaturità che impedisce di avere una visione completa dei turisti nazionali e internazionali che scelgono l’Italia come destinazione. Solo il 27% delle imprese del settore ha infatti raggiunto la cosiddetta Single Customer View, mentre il 43% ha iniziato a costruirla solo con alcuni dati a disposizione, e tra i rimanenti, circa un terzo non ha ancora integrato nessuna tipologia di dato.
Tutto ciò si ripercuote sulla qualità dell’offerta di un settore centrale per l’economia italiana.

Canali di contatto: social network, siti web, email e contact center

“Dobbiamo essere aperti alla rivoluzione tecnologica e digitale per avvicinare le nostre meraviglie nel modo migliore ai nostri visitatori – afferma Alberto Bazzi, direttore di Digital Business Technologies di Minsait Italia -. E questo significa concentrare l’innovazione in tre aree prioritarie: Dati, Customer Experience e Phygital”.
Nel turismo italiano, i principali canali di contatto utilizzati nella relazione con i visitatori sono social network, siti web proprietari, email e contact center, presidiati dalla quasi totalità delle imprese del settore. Per quanto riguarda i canali transazionali, emergono le strutture ricettive (hotel e i villaggi vacanze) e i siti web, che svolgono un ruolo chiave anche nelle attività di customer relations e comunicazione unidirezionale, affiancati dalle agenzie viaggi, social network, contact center e siti di aggregatori online.

La strada per l’omnicanalità è ancora lunga

Tuttavia, la presenza in questi canali non garantisce un’efficace integrazione dei dati raccolti. Il settore, infatti, non ha ancora raggiunto una vera omnicanalità. Solo il 16% delle aziende è in grado di tracciare i propri clienti su tutti i canali, mentre il 60% riesce a farlo solamente su alcuni (ad esempio, quelli digitali). Il 24% delle imprese non è invece in grado di riconoscere i clienti quanto si interfacciano con i canali aziendali. Il 51% delle aziende turistiche, però, ha iniziato a raccogliere le informazioni in un singolo database o in più database comunicanti tra loro, sebbene resti ancora lontana una vera integrazione digitale. Le imprese non hanno infatti ancora un’infrastruttura tecnologica evoluta, come un’architettura a microservizi, o un Digital Integration Hub.

La Realtà virtuale modifica le emozioni umane?

Con l’emergere della realtà phygital le cyberemozioni segneranno la trasformazione dell’esperienza soggettiva, influenzando in modi nuovi, e ancora in parte impredicibili, i nostri comportamenti.
Ne sono convinti Andrea Gaggioli, ordinario di Psicologia generale Dipartimento di Psicologia Università Cattolica, campus di Milano e direttore Centro studi e ricerche di psicologia della comunicazione (PsiCom), e la professoressa Alice Chirico (PsiCom), che hanno pubblicato un editoriale sulla rivista Cyberpsychology, Behaviour and Social Networking, issue.
“Grazie alla crescente integrazione di realtà virtuale, realtà aumentata e intelligenza artificiale nel tessuto della nostra esistenza, potremmo sperimentare nuove forme di emozioni che non avevamo mai provato prima – spiegano Gaggioli e Riva all’Adnkronos -. L’evoluzione dei media, quindi, plasma e trasforma le nostre esperienze, e le emozioni sono la fucina di questa trasformazione. Queste esperienze emotive ‘emergenti’ dall’interazione con i mondi phygital potrebbero quindi portarci a sviluppare nuovi modi di espressione, comunicazione e comprensione delle emozioni altrui”.

Gli effetti della natura nella realtà virtuale 

Se viviamo la natura, anche in modo virtuale, e sperimentiamo un senso di profonda meraviglia di fronte a essa, diveniamo più inclini a difendere il pianeta.
Lo studio ha esaminato l’impatto ecologico di due scenari naturali in realtà virtuale (una foresta e un parco brullo), uno scenario non legato alla natura, ma in grado di indurre meraviglia (la visione della Terra dallo spazio), e un ambiente neutro dal punto di vista emotivo, raffigurante una stanza.
“Per misurare gli effetti delle esperienze virtuali abbiamo preso in esame due comportamenti”, spiegano i ricercatori: firmare o meno una petizione reale contro la produzione di imballaggi in plastica o prendere volantini relativi alla petizione da condividere poi con altre persone.

La “meraviglia” e il coinvolgimento sociale verso la tutela dell’ambiente

I risultati hanno evidenziato che sebbene tutti gli ambienti naturali simulati promuovano comportamenti a favore dell’ambiente, solo quello in grado di indurre profonda meraviglia porta le persone a prendere un maggior numero di volantini contro la produzione della plastica.
“Questi risultati riconfermano il ruolo chiave dell’esposizione ad ambienti naturali in realtà virtuale nel promuovere comportamenti ecologici – sottolinea Chirico -, sottolineando il valore aggiunto di un ambiente naturale in grado di suscitare profonda meraviglia nel sostenere un maggiore coinvolgimento sociale verso la tutela dell’ambiente”.

Cyberemozioni: nuovi approcci terapeutici, educativi e di sensibilizzazione

“Le cyberemozioni, ovvero le emozioni generate e sperimentate in ambienti virtuali come la realtà virtuale, offrono opportunità uniche per comprendere meglio il funzionamento degli stati affettivi umani e per sviluppare nuovi approcci terapeutici, educativi e di sensibilizzazione – commentano Riva e Gaggioli -. Il futuro dello studio delle emozioni virtuali appare promettente e ricco di scoperte entusiasmanti, che potrebbero avere un impatto significativo sulla nostra comprensione delle emozioni umane e sulla qualità della nostra vita”.

Fintech & Insurtech: 900 milioni di euro raccolti in Italia

L’ecosistema Fintech & Insurtech italiano nel 2022 continua a crescere, con un numero sempre maggiore di attori, ricavi, e utenti che apprezzano i servizi digital finanziari e assicurativi. In Italia si contano 630 startup e scaleup Fintech & Insurtech (di cui 27 costituite da gennaio a oggi), capaci di raccogliere oltre 900 milioni di euro di funding nel 2022.
Permane un alto livello di concentrazione: il 5% delle startup/scaleup ha raccolto il 90% del funding totale, mentre Milano è l’indiscussa capitale con il 69% degli investimenti complessivi. Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Fintech & Insurtech della School of Management del Politecnico di Milano.

Buoni segnali arrivano dai ricavi

Buoni segnali arrivano dai ricavi: quelli mediani per startup/scaleup previsti a fine 2022 sono quasi il doppio rispetto a quelli 2021, ma ancora non si generano stabilmente EBITDA e flussi di cassa positivi. E solo il 44% delle realtà è in grado di guardare ai mercati esteri. In generale, la proposta delle startup/scaleup italiane è rivolta più alle Pmi (71%) che ai consumatori (39%), ma non è da sottovalutare il 60% che si rivolge a istituti finanziari. L’83% delle realtà innovative ha in corso partnership, soprattutto per avvalersi del network di contatti strategici o delle competenze del relativo partner.

Ecosistema vivace, e clienti sempre più interessati a proposte innovative

“Nel 2022 la situazione geopolitica, l’inflazione crescente e l’aumento dei tassi di interesse hanno rapidamente mutato lo scenario per il settore bancario e assicurativo. In un contesto di crescente complessità, non mancano i segnali positivi per il Fintech e Insurtech italiano – afferma Marco Giorgino, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Fintech & Insurtech -. L’ecosistema è vivace e i clienti si dimostrano sempre più interessati alle proposte innovative sia delle startup sia degli incumbent, come si nota dalla crescente predisposizione a condividere dati e affidarsi a nuovi attori in ottica Embedded Finance & Insurance”.

L’Insurtech

Analizzando il solo Insurtech, nel 2022 si contano 120 startup attive, 4 costituite nell’ultimo anno, che hanno raccolto 420 milioni di euro a partire dal 2009, mediamente 3,5 milioni di euro per startup (leggermente inferiore rispetto a tutto il Fintech che si stabilizza a 5,8 milioni), e 53 milioni nel solo 2022. Anche l’Insurtech è trainato dal Nord Italia e in particolare da Milano, dove hanno sede 41 realtà che nel 2022 hanno raccolto 31 milioni di euro. Un segnale positivo viene dai ricavi, che se nel 2021 erano mediamente inferiori rispetto al Fintech, nel 2022 sono cresciuti sensibilmente (+95% vs +70%), portando il settore a pari livello con il Fintech. Simile al resto del Fintech è la distribuzione della tipologia di clientela, composta per il 70% delle realtà da imprese, per il 63% da istituzioni finanziarie, principalmente compagnie assicurative e broker, e solo il 45% da privati.

Strategia omnicanalità “avanzata”: nel 2022 solo per il 6% delle imprese

Secondo i risultati della sesta edizione dell’Osservatorio Omnichannel Customer Experience promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano solo il 6% delle grandi e medio-grandi aziende in Italia adotta un approccio realmente avanzato all’omnicanalità. Il 22% sta invece muovendo i primi passi, e inizia a percepire l’esigenza e a definire gli obiettivi della strategia omnicanale. E se il 75% delle imprese ha intrapreso, seppur con differenti livelli di maturità, un percorso di trasformazione omnicanale, manca ancora un approccio chiaro e sistemico.
“La trasformazione omnicanale è pervasiva e coinvolge l’intera organizzazione – commenta Nicola Spiller, direttore dell’Osservatorio -. Tutte le funzioni e i processi aziendali, dal Marketing alla Logistica, dalla Produzione alle Vendite, devono suonare all’unisono, avendo come obiettivo il miglioramento dell’esperienza del cliente. Ciò richiede un forte commitment del vertice aziendale, e nella maggior parte dei casi, una profonda trasformazione organizzativa”. 

Progettare una data strategy

La concreta implementazione della trasformazione omnicanale presuppone la progettazione di una chiara data strategy. La maggioranza delle aziende si focalizza ancora esclusivamente su dati derivanti dall’anagrafica o lo storico d’acquisto, mentre solo il 33% gestisce dati più complessi. Un responsabile unico per l’Omnichannel Customer Experience (OCX) è poi presente solo nel 36% delle aziende, e solo il 15% ha stanziato un budget complessivo per la trasformazione omnicanale. Inoltre, se circa il 60% delle esperienze che coinvolgono più di un canale non soddisfa i consumatori, il 98% degli utenti che ha vissuto esperienze interamente omnicanale si dichiara pienamente soddisfatto.

La Single Customer View

Per superare questo ostacolo è possibile sfruttare l’elevata propensione del consumatore online a condividere proprie informazioni a fronte di un vantaggio (87%). Non è però sufficiente raccogliere informazioni: queste vanno integrate in logica di Single Customer View, ma solo il 20% delle realtà include anche dati avanzati. Una volta raccolti e integrati i dati, la loro valorizzazione passa dalla capacità di analizzarli ed estrarne insight. Tuttavia si confermano ancora poche le realtà che riescono a compiere un passo avanti rispetto alle più tradizionali analisi descrittive. Gran parte delle imprese utilizza ancora tool come fogli di calcolo e CRM tradizionali, e solo il 27% adotta strumenti evoluti in grado di garantire una piena integrazione dei dati e fornire una vista unica sul cliente.

Aziende ancora poco mature

Se il 52% delle aziende ha attivato uno strumento di automazione in ambito marketing, solo il 16% ha costruito piani di interazione mirati sulle esigenze degli specifici clienti. Nel 78% dei casi c’è poi la consapevolezza di dover integrare le strategie di vendita, ma per il 57% la forza vendita non è valutata sulla soddisfazione del cliente, e ancora poche realtà misurano l’efficacia delle iniziative omnicanale implementate con modelli di misurazione avanzati. La maturità delle aziende è ancora molto bassa anche per l’approccio al Customer Care. In particolare, solo il 9% delle aziende ha implementato strumenti di deep analytics, e circa un’azienda su due aggiunge alle tradizionali attività di assistenza post-vendita anche quelle di assistenza tecnica, vendita e attività di ‘close the loop’.

Piattaforme Video on Demand: audience e opportunità

Dopo la pandemia la fruizione delle piattaforme VoD si è ‘normalizzata’, e continua a essere parte integrante della vita degli italiani. La copertura è infatti pari al 59% del totale popolazione (56% per le piattaforme pay e 13% per le free). E l’indicatore nel giorno medio è pari al 21%. Secondo le rilevazioni GfK Sinottica, oggi il 58% delle famiglie possiede un abbonamento attivo ad almeno una delle principali piattaforme VoD (Amazon Prime Video, Netflix, Disney+, Timvision, Dazn, Infinity+, Now, Paramount+ eccetera), dato in crescita del +10% rispetto al 2020. GenZ e Millennials detengono il primato di fruizione del VoD (con una reach mensile che supera il 70%) e un andamento che a sua volta si va normalizzando. Ma continua la crescita anche presso le generazioni più anziane (+18% da settembre 2021, 35% di copertura) a testimonianza di un fenomeno che non è più solo per i giovani.

Il ranking delle principali piattaforme

Sono circa 3 milioni le famiglie propense a sottoscrivere un abbonamento, e se mediamente hanno accesso a due piattaforme VoD dedicano in media due ore al giorno alla fruizione di contenuti on demand. Considerando le utenze familiari attive, il podio delle piattaforme più diffuse in Italia vede al primo posto Amazon Prime Video (46%), seguita da Netflix (33%) e Disney+ (13%). Quanto invece la fruizione nella settimana media, Netflix risulta essere la prima piattaforma, con un ascolto del 17%, mentre Amazon Prime Video arriva all’11% e Disney+ al 3%.

Chi sono gli spettatori on demand

Si tratta di platee ricettive e diversificate, non solo in termini demografici. Ad esempio, il pubblico per lo più maschile di DAZN ha un’età media di 47 anni mentre quello di Netflix e Disney+ non supera i 40 anni.
Amazon Prime Video spicca invece per una dotazione di risorse socioeconomiche piuttosto alta, ma emergono anche, e soprattutto, differenze di mindset, interessi e consumi. Infatti, se fra le principali passioni della platea Amazon Prime Video spiccano tecnologia, cinema e scienza, mentre il pubblico di Netflix ha interessi più variegati, dai videogiochi alla moda, al cinema, la musica, i viaggi e altro ancora.

Apertura alla comunicazione pubblicitaria e Brand Affinity

Si osserva inoltre un’apertura alla comunicazione pubblicitaria del pubblico on demand più alta rispetto al resto della popolazione, che si accentua ulteriormente presso il pubblico di Prime Video, Disney+, Netflix e DAZN.
Allo stesso tempo, si evidenzia un approccio ai consumi decisamente differenziato fra le varie piattaforme. Ad esempio, qualità e brand noti per la platea DAZN, distintività, shopping online, e risparmio, per i fruitori di Disney+.
Le Brands Affinity più evidenti spaziano da Pringles, Coca Cola Zero e Just Eat presso il pubblico di Disney+, Moretti e BMW per la platea DAZN, o Apple per Netflix.

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