Info, statistiche e referenze

Autore: Rosanna Lamberti (Pagina 8 di 23)

Natale 2024, allo shopping natalizio non si rinuncia, ma con un occhio al portafogli

Nonostante le sfide economiche, il Natale resta un momento di gioia e condivisione per i consumatori italiani, che quest’anno si avvicinano allo shopping con un po’ più di attenzione, trasformando ogni acquisto in un gesto che aggiunge magia alle feste.
Insomma, gli italiani si preparano alla consueta stagione di shopping natalizio, e malgrado alcune incertezze economiche, conservano il desiderio di celebrare le tradizioni di Natale e fine anno.

Lo rileva  lo studio ‘Holiday Shopping Study 2024’, condotto da ShopFully e Offerista in diversi Paesi europei: per gli italiani lo shopping natalizio quest’anno risentirà soprattutto delle preoccupazioni per l’inflazione (73%), l’aumento dei costi energetici (48%) e le difficoltà finanziarie (37%).

A caccia (in anticipo) di prodotti di qualità, meglio se in promozione

La medesima tendenza si riscontra anche negli altri Stati europei. In Francia e Spagna, ad esempio, l’inflazione preoccupa rispettivamente l’85% e il 76% dei consumatori.

Tuttavia, in questo scenario, europei e italiani non intendono rinunciare ai regali di Natale, e per affrontare gli acquisti con maggiore serenità, oltre 8 italiani su 10 (84%) presteranno particolare attenzione al prezzo.
Inoltre, più di 1 consumatore su 4 (27%) per acquistare i regali di Natale ha approfittato delle offerte del Black Friday.

Le categorie più gettonate? Moda, decorazioni per la casa, prodotti Food&Beverage


Nella scelta dei doni il 50% dei consumatori italiani andrà a caccia di prodotti di qualità a prezzi accessibili, e il 34% ricorrerà a sconti e promozioni.
Tra le categorie di acquisto più scelte dagli italiani la moda guadagna il primo posto in classifica, tanto che più di un italiano su 2 (51%), intende acquistare capi d’abbigliamento, oppure scarpe, accessori e articoli sportivi.

Al secondo posto, le decorazioni per la casa, scelte dal 31%, e al terzo i prodotti gastronomici e le bevande (28%).
Appena sotto il podio, gli articoli per lo svago e il tempo libero (28%).

Il punto di riferimento per gli acquisti continuano a essere i negozi fisici

Per lo shopping natalizio, i negozi fisici continuano a essere il punto di riferimento principale per i consumatori italiani.

Infatti, il 34% degli intervistati prevede di acquistare esclusivamente nei punti vendita fisici, mentre il 54% comprerà sia nei negozi fisici sia negli store online. Un trend simile si registra anche in altri Paesi europei, dove il 49% degli spagnoli e il 47% dei francesi acquisterà unicamente negli store fisici.

Retail: la GenZ ridefinisce il mondo dello shopping

Lo ha scoperto lo studio ‘La GenZ e i Retailer’, condotto da Ipsos in collaborazione con il Retail Institute Italy per fare luce su desideri, sfide, aspettative dei i giovani dai 14 ai 29 anni, una generazione sfuggente e mutevole, che con le sue caratteristiche uniche sta ridefinendo il panorama dello shopping.

Anzitutto, per i GenZ il punto vendita fisico ha ancora un ruolo cruciale: rappresenta un luogo di ispirazione ed esperienza e deve far ‘respirare’ un’aria di tecnologia e innovazione. Inoltre, per i giovani la forte attenzione a ottimizzare le risorse finanziarie non ha tanto il significato di scegliere i prodotti più economici, ma quello di investire al meglio il proprio denaro.

In cerca di una bussola per navigare tra opzioni infinite 

L’atteggiamento nei confronti dei retailer è influenzato da tre bisogni legati a elementi di contesto: la grande mole di informazioni a cui i giovani accede, il progressivo diminuire del potenziale di spesa, la possibilità di essere creatori di contenuti.
Tutto questo si riflette in un fondamentale bisogno di essere sopresi e ingaggiati.

In un mondo ricco di informazioni, la GenZ cerca una bussola per navigare tra le infinite opzioni a disposizione. Passaparola e influencer giocano un ruolo chiave in questo senso, con il 36% che condivide opinioni con amici e familiari. 
Tuttavia, è nel negozio fisico che il 57% cerca informazioni e acquista prodotti per la cura personale, mentre il 49% si lascia guidare dall’istinto, esplorando gli spazi, e mosso dalla pura curiosità. 

Gli acquisti si pianificano per ottimizzare il budget

Nei negozi la GenZ cerca competenze specifiche e un approccio personalizzato con una preferenza per il personale giovane, ritenuto più aggiornato sulle ultime novità. Ciò dimostra l’importanza del rapporto umano nel guidare le scelte di acquisto.

Inoltre, la GenZ pianifica gli acquisti: la ricerca di informazioni ha infatti anche l’obiettivo di trovare le modalità per ottimizzare il budget. La pianificazione diventa, quindi, cruciale. Tanto che l’88% consulta i volantini promozionali prima di fare la spesa, e il 55% sceglie il negozio proprio in base a queste informazioni. 
Questa attenzione al risparmio si traduce anche in comportamenti volti a ridurre gli sprechi, come la preferenza per frutta e verdura sfusa (58%) o l’acquisto di prodotti freschi ai banchi serviti (50%).

Unire unicità e sostenibilità grazie al Second Hand 

Nel settore tecnologico, cresce l’interesse per i prodotti ricondizionati, ma il 36% dei GenZ ritiene che l’area dedicata a questi prodotti sia sottodimensionata. Nell’abbigliamento, invece, è il second hand a guadagnare popolarità, apprezzato sempre dal 36% per l’unicità e la sostenibilità.
Quanto ai brand, i giovani consumatori si aspettano che offrano esperienze di acquisto su misura poiché desiderano essere ‘conosciuti’ a fondo. 

Nel settore alimentare, ad esempio, cercano programmi fedeltà personalizzati e offerte calibrate su esigenze specifiche. Nell’ambito dell’abbigliamento e della cura personale, più di un giovane su tre desidera un’offerta più ampia dedicata all’uomo. Anche le catene di ristorazione sono chiamate a rispondere a questa esigenza, proponendo menu inclusivi che tengano conto delle diverse scelte etiche e culturali.

Imprese: le competenze del futuro per una crescita sostenibile

Nel mondo del lavoro le competenze specialistiche sono essenziali, ma altrettanto importanti sono le soft skill, competenze che non si apprendono nel corso degli studi, indispensabili per guidare e attuare i cambiamenti all’interno delle imprese.
Le imprese, però, assegnano un valore significativo anche alla certificazione delle competenze del personale, da assumere attraverso la collaborazione con le istituzioni formative.

Emerge dall’indagine condotta da Unioncamere su un campione di imprese dell’ecosistema Ecomondo. L’indagine sottolinea la crescente importanza delle competenze specialistiche, unite alle capacità di co-progettazione, di problem solving, oltre alla flessibilità e l’adattamento per la transizione sostenibile all’interno delle aziende.

Favorire la creazione di nuove figure professionali

“L’Italia è leader tra le principali economie europee nella green economy, ma per continuare a essere competitiva ha bisogno di una formazione all’avanguardia che risponda alla crescente domanda di competenze green – spiega Alessandra Astolfi, global exhibition Director Green Technology Division di Italian Exhibition Group -. In 9 casi su 10, tali competenze sono molto difficili da trovare. Per questo attraverso il progetto ‘GreenJobs & Skills’ di Ecomondo, stiamo favorendo, da un lato l’incontro fra domanda e offerta, e dall’altro, l’interazione fra imprese ed enti di formazione, scuole, ITS Academy e Università, per lo sviluppo delle nuove competenze e la creazione di nuove figure professionali”.

Investire su upskilling e reskilling del personale

Negli ultimi cinque anni il 78,4% delle imprese ha investito in innovazione per la sostenibilità, mentre il 18,3% pensa di farlo prossimamente. Questo orientamento si traduce in una domanda di upskilling e reskilling del personale esistente per allinearsi alle nuove sfide ambientali e tecnologiche.

Gli investimenti in queste aree rispondono alla necessità di aggiornare le competenze del personale attuale, elemento ritenuto fondamentale per migliorare la competitività.

Le soluzioni? Lavoro di gruppo, problem solving, flessibilità

Altrettanto strategico è il reclutamento di nuovo personale con competenze adeguate alle innovazioni introdotte in azienda. Tra le competenze cruciali per affrontare le sfide del mercato della duplice transizione digitale e green il 47,8% delle imprese segnala le competenze specialistiche collegate al profilo tecnico collegato (hard skill). 

Molto ricercata anche la capacità di lavorare in gruppo, o co-progettazione (42,2%), il problem solving (36,6%), la flessibilità e l’adattamento (34,8%).

Permane la difficoltà a reperire profili professionali adatti

Nonostante l’interesse per nuove competenze, però, 9 imprese su 10 segnalano difficoltà nel reperire i profili professionali adatti, principalmente per l’assenza di competenze specifiche in ambito sostenibilità.
Per ovviare a questa carenza, l’80% delle imprese manifesta un forte interesse a collaborare con istituzioni accademiche e di formazione per avviare percorsi di coprogettazione, con l’obiettivo di formare risorse in grado di rispondere alle esigenze del mercato.

Oltre alla formazione, la certificazione delle competenze è percepita come un valore aggiunto dalle imprese. Circa il 60% del campione ritiene infatti che la certificazione di specifiche competenze sostenibili e innovative sia fondamentale per garantire qualità e competenza nel personale.

Burocrazia: l’incubo delle Pmi costa 80 miliardi l’anno

Nell’offerta dei servizi pubblici digitali, la nostra Pubblica Amministrazione è tra le peggiori d’Europa, di conseguenza, i tempi medi per il rilascio di permessi e autorizzazioni sono tra i più elevati. 
E se per tanti cittadini quando ci si deve interfacciare con la macchina pubblica spesso si scivola in un profondo stato di angoscia, questi disservizi hanno anche una ricaduta economica spaventosamente elevata.

A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA: elaborando alcuni dati pubblicati dall’OCSE, per le nostre Pmi il costo annuo ascrivibile all’espletamento delle procedure amministrative è di 80 miliardi di euro. Praticamente una tassa nascosta da far tremare i polsi.

Adempiere le procedure imposte dalla PA è una faccenda complicata

Non solo, con un miglioramento della qualità dei servizi pubblici che avanza a passo di lumaca, la cattiva abitudine della nostra PA di richiedere, in particolare alle imprese, dati e documenti che le amministrazioni già possiedono è diventata una prassi consolidata. 

La complessità nell’adempiere alle procedure imposte dalla nostra PA è un problema che in Italia è sentito da 73 imprenditori su 100.
Tra i 20 Paesi dell’Area Euro solo in Slovacchia (78), Grecia (80) e Francia (84) la percentuale che ha denunciato questo problema è superiore al tasso riferito al nostro Paese. La media dell’Eurozona è pari a 57. 

Un freno allo sviluppo e un ostacolo alla produttività

Anche l’Italia può contare su punte di eccellenza della macchina pubblica non riscontrabili nel resto d’Europa, ma mediamente la nostra PA funziona con difficoltà, e in alcune aree del Paese costituisce un freno allo sviluppo.
Di fatto, in virtù del Regional Competitiveness Index (RCI) su 234 territori UE monitorati tra le realtà italiane la prima, la Provincia Autonoma di Trento, si posiziona al 158° posto. 

Secondo uno studio dell’OCSE, l’inefficienza della nostra PA ha ricadute negative sul livello di produttività delle imprese private.
In buona sostanza, dai calcoli dell’Organizzazione emerge che la produttività media del lavoro delle imprese è più elevata nelle zone dove l’Amministrazione pubblica è più efficiente. Ovvero, il Nord Italia.

Un Paese spaccato a metà

Diversamente, dove la giustizia funziona peggio, la sanità è malconcia e le infrastrutture sono insufficienti (prevalentemente nel Sud Italia), anche le imprese private di quelle regioni perdono competitività. 
Dati confermati dall’Institutional Quality Index (IQI), l’indice concepito nel 2014 dall’Università degli Studi di Napoli Federico II che misura la qualità delle istituzioni pubbliche di tutte le realtà territoriali italiane.

Il risultato che emerge consegna un Paese spaccato a metà. La realtà territoriale più virtuosa d’Italia è Trento, seguita da Trieste e Treviso. Fuori dal podio Gorizia, Firenze, Venezia, Pordenone, Mantova, Vicenza e Parma.
Insomma, nei primi 10 posti 8 province appartengono alla macro area del Nord-Est. Il Sud, al contrario, è il fanalino di coda.

Food & Grocery: nel 2024 l’e-commerce vale 6,4 miliardi, +6,2%

Il digitale si afferma come un canale sempre più determinante nella distribuzione dei beni di largo consumo. Lo rileva la settima edizione del Netcomm Focus Food&Grocery: nel 2024 la penetrazione dell’e-commerce nel settore Food & Grocery in Italia corrisponde a 6,4 miliardi di euro, il 6% del valore totale del mercato (75,5 miliardi,) in crescita del 6,2% rispetto al 2023. Per i negozi fisici l’aumento è dell’1,5%.

In particolare, la categoria del Food registra un -0,9% nella vendita online, in controtendenza rispetto alla crescita delle vendite nei negozi fisici (+0,8%). Al contrario, in altre macro-categorie come, ad esempio, il Pet Care e Personal Care, (rispettivamente, +12,4% e +12%), l’Home Care (+6,6%) e le Bevande non alcoliche (+4,9%) il canale digitale supera i punti vendita fisici.

Gli e-shopper crescono del +8,8%

Secondo l’Osservatorio FMGC Prezzi e assortimenti, realizzato da Netcomm in collaborazione con QBerg, nel 2024 in Italia la categoria Personal Care & Beauty pesa il 9% sul totale del retail digitale, mentre il Food, Beverage & Households il 6%. Il Near Food, che comprende articoli per la casa e l’igiene, registra invece una penetrazione del 3%.

Nel 2024, inoltre, il 27,1% degli e-shopper Food & Grocery ha acquistato online, +8,8% rispetto al 2023. Sebbene il risparmio resti una priorità, gli italiani sono disposti a investire di più per prodotti salutari, con una propensione al pagamento superiore del 15% rispetto alla media UE.

Spesa alimentare rilevante negli acquisti online

Secondo i dati del NetRetail 2024, la spesa alimentare si conferma tra le categorie più rilevanti negli acquisti online.
Tra i principali fattori che influenzano le scelte degli utenti nel Food & Grocery non compare il prezzo, ma i principali driver di acquisto sono legati all’ambito del delivery, con un focus particolare sulla convenienza in termini di spese di consegna (per il 30,8% degli acquirenti), l’efficienza nel servizio di spedizione (25,4%) e la semplicità e agilità nell’esperienza d’acquisto (25,1%).

Un aspetto rilevante è l’elevata fidelizzazione degli acquirenti online di prodotti alimentari. Oltre il 70% degli acquisti in questo segmento è rappresentato da riacquisti, che dimostra una forte abitudine a utilizzare lo stesso canale per le spese ricorrenti.

Media Retail come asse di profitto strategica

La penetrazione dell’e-commerce nel settore Food & Grocery continua a crescere, ma si rivolge principalmente a segmenti socio-demografici specifici, a causa della percezione di un costo maggiore rispetto all’acquisto offline.
I retailer del settore dovrebbero sviluppare strategie in grado di garantire la sostenibilità economica del canale e-commerce (omnicanalità, assortimento, Private Label).

Inoltre, se le applicazioni mobile stanno diventando una chiave fondamentale per sviluppare il valore del cliente, lo sviluppo del Media Retail emerge come un’asse di profitto strategica per aumentare la redditività dei retailer, consentendo di monetizzare l’interazione con i clienti.
Si osserva poi un crescente investimento in e-Merchandising e Retail Media, con l’obiettivo di gestire il Full Funnel in collaborazione con retailer e piattaforme partner, ottimizzando le performance di vendita e migliorando l’esperienza d’acquisto.

Dark web, crescono le compravendite di exploit nel mercato nero

Tra gennaio 2023 e settembre 2024, gli esperti di Kaspersky Digital Footprint Intelligence hanno monitorato attentamente il mercato nero del dark web, identificando 547 annunci relativi alla vendita di exploit per vulnerabilità software.

Questi exploit, strumenti utilizzati dai criminali informatici per sfruttare falle nei programmi, rappresentano una delle principali minacce per la sicurezza digitale. La metà degli annunci riguarda vulnerabilità zero-day e one-day, cioè exploit che mirano a falle non ancora corrette o a sistemi che non hanno installato le patch di sicurezza.

Il mercato degli exploit e i rischi associati

Le vulnerabilità zero-day, in particolare, sono altamente ricercate poiché colpiscono falle sconosciute, che i fornitori di software non hanno ancora identificato e risolto. Le vulnerabilità one-day, invece, si concentrano su sistemi che non hanno aggiornato le proprie patch di sicurezza, esponendosi a rischi nonostante le correzioni siano già disponibili.

Tuttavia, Kaspersky avverte che il mercato degli exploit è spesso infestato da truffe, e molti degli strumenti in vendita potrebbero non funzionare come promesso.

I prezzi degli exploit

Il costo degli exploit varia a seconda della gravità della vulnerabilità che sfruttano. In media, gli exploit per vulnerabilità di esecuzione di codice remoto (RCE) vengono venduti per circa 100.000 dollari, mentre quelli per l’elevazione dei privilegi locali (LPE) si aggirano sui 60.000 dollari.

Le vulnerabilità RCE sono considerate più pericolose poiché permettono ai criminali di ottenere il controllo completo di un sistema, inclusi i suoi dati e componenti, rendendole un’arma potente nelle mani degli aggressori.

Picchi di attività registrati a maggio 2024

Nel 2024, il mercato degli exploit ha registrato un picco significativo a maggio, con 50 annunci pubblicati, molto al di sopra della media mensile di 26. In questo periodo, uno degli exploit più costosi dell’anno, legato a una vulnerabilità zero-day di Microsoft Outlook, è stato venduto per quasi due milioni di dollari.

Nonostante le fluttuazioni dell’attività, la minaccia degli exploit resta costante, evidenziando l’importanza di adottare misure di sicurezza efficaci.

Le raccomandazioni degli esperti

Per proteggere le aziende da queste minacce, gli esperti di Kaspersky raccomanda l’uso di strumenti avanzati come Kaspersky Digital Footprint Intelligence, in grado di monitorare il dark web e individuare possibili minacce informatiche.

È inoltre fondamentale adottare soluzioni di sicurezza che forniscono protezione in tempo reale e analisi approfondite delle minacce. Infine, eseguire valutazioni periodiche della sicurezza aziendale e aggiornare regolarmente i sistemi con le patch disponibili è essenziale per prevenire attacchi basati su exploit.

Rc Auto: in due anni stangata da oltre 2 miliardi di euro

In due anni i rincari sulle polizze assicurative per l’automobile complessivamente hanno superato i 2 miliardi di euro.  Lo afferma il Codacons commentando i dati dell’Ivass, l’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni. “Le tariffe Rc auto continuano a salire in modo del tutto ingiustificato – afferma l’associazione -, realizzando una stangata complessiva da oltre 2 miliardi di euro in capo agli automobilisti italiani”.

Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Ivass, a partire dalla seconda metà del 2022 i prezzi delle polizze hanno cominciato a crescere, portando ad agosto 2024 il premio medio assicurativo a quota 418 euro.
“Questo significa che in due anni e mezzo le tariffe Rc Auto hanno subito un rincaro complessivo del 18,4% – aggiunge il Codacons -, passando da una media di 353 euro di gennaio 2022 ai 418 euro attuali, con un aumento di 65 euro a polizza”.

“I rincari cozzano con la situazione economica delle compagnie”

Si tratta di incrementi, aggiunge il Codacons, “che non appaiono giustificati dall’aumento della incidentalità in Italia, e che cozzano con la situazione economica delle compagnie di assicurazioni. Rincari che considerate le 32,9 milioni di auto assicurate in Italia, hanno determinato nell’ultimo biennio una stangata complessiva da 2,14 miliardi di euro”.

Ad agosto 2024 il prezzo medio dell’Rc Auto ha segnato un aumento su base annua del +6,7% in termini nominali e del +5,6% in termini reali.
A titolo di confronto, a luglio 2024 il prezzo medio era di 416 euro, a giugno, 403 euro.

Dal +2,6% di Foggia al +12,0% di Roma

A quanto rileva l’indagine dell’Ivass, tutte le province italiane hanno registrato incrementi di prezzo, compresi tra il +2,6% di Foggia e il +12,0% di Roma. 
Il differenziale di premio tra Napoli e Aosta, ad esempio, è di 272 euro, in aumento del +9,7% su base annua e in riduzione del 42,4% rispetto allo stesso mese del 2014.

Per gli assicurati appartenenti a classi di merito superiori alla prima, l’incremento di prezzo medio è del +10,4%, a fronte di un aumento del +6,1% per gli assicurati in prima classe, riporta AGI.

Brutte notizie per gli italiani già alle prese con tanti altri aumenti

Dopo un picco di quasi 500 euro nel 2014, i prezzi medi dell’RC Auto erano scesi a un minimo di 363 euro nel 2022. Successivamente, i prezzi sono tornati ad aumentare, spinti soprattutto dall’inflazione. Adesso, il prezzo medio è sostanzialmente tornato ai livelli pre-pandemia.

Il Governo sta valutando contromisure per tentare di arrivare a bloccare questi continui aumenti di prezzo. Per questo, ha promesso una riforma del settore delle assicurazioni.
Nel frattempo, riferisce HDmotori, per tentare di aumentare la concorrenza, è stata introdotta la ‘portabilità’ della scatola nera. In breve, un assicurato potrà trasferire i dati che dimostrano la sua guida virtuosa a un’altra compagnia assicurativa per poter godere di ulteriori bonus e vantaggi al fine di ottenere un prezzo inferiore.

In che modo l’AI fa risparmiare il 25% di energia all’agricoltura indoor?

Lo hanno scoperto gli ingegneri della Cornell University, che hanno riportato i risultati della ricerca su Nature Food: l’integrazione dell’Intelligenza artificiale nei sistemi di controllo ambientale odierni potrebbe ridurre il consumo energetico per l’agricoltura indoor del 25%, contribuendo potenzialmente a sfamare la popolazione mondiale man mano che aumenta.

Secondo le Nazioni Unite, entro il 2050 la popolazione mondiale dovrebbe crescere fino a 9,7 miliardi di persone.
Di fatto, questa crescita, combinata con il cambiamento climatico e l’urbanizzazione, richiede soluzioni efficaci per contrastare i ‘difetti’ degli attuali sistemi di produzione, anche per quanto riguarda il settore alimentare e agricolo.

Le serre sono altamente energivore 

I metodi di coltivazione indoor, come le serre con illuminazione artificiale, sono meno vulnerabili al cambiamento climatico, ma richiedono un consumo intensivo di energia e un’attenta gestione delle risorse per essere sostenibili.
Ma utilizzando sistemi di Intelligenza artificiale, come l’apprendimento a rinforzo profondo e l’ottimizzazione computazionale, gli scienziati hanno analizzato la crescita della lattuga coltivata in strutture agricole indoor in otto località degli Stati Uniti oltre a nonché Reykjavi’k e Dubai.

Ottimizzando i sistemi di illuminazione e regolazione del clima, il consumo di energia è sceso dai 9,5 kilowattora per chilogrammo di peso fresco (l’energia necessaria o utilizzata per produrre un chilogrammo di lattuga coltivata indoor) nei luoghi che non utilizzano tecnologie basate sull’AI a 6,42 kilowattora in quelli che la utilizzano.

Regolare la ventilazione a seconda delle ore di luce solare simulata

Inoltre, riferisce Agi, i ricercatori hanno scoperto che per le aree più calde, come Dubai o il sud degli Stati Uniti, l’AI ha ridotto il consumo di energia a 7,26 kilowattora per chilogrammo di peso fresco, rispetto ai 10,5 kilowattora.

Una bassa ventilazione durante i periodi di luce (16 ore di luce solare simulata) e un’elevata ventilazione durante i periodi di buio (otto ore che simulano la notte) hanno fornito una soluzione efficiente dal punto di vista energetico per livelli ottimali di anidride carbonica indoor per la fotosintesi e di ossigeno per la respirazione e la crescita delle piante, oltre ad altri requisiti di ventilazione bilanciati.

I sistemi attuali di controllo ambientale “non sono abbastanza smart”

Al contrario dei sistemi basati sull’AI, “Gli attuali sistemi di controllo ambientale non sono abbastanza smart”, afferma Fengqi You, professore di ingegneria dei sistemi energetici alla Cornell.

Il concetto, spiega You, “è molto simile a quello delle case intelligenti. Vogliamo stare comodi a casa riducendo al contempo il consumo di energia, e lo stesso è per le colture. Questo lavoro si concentra su un sistema intelligente per rendere la produzione alimentare ottimale, sostenibile e ridurre l’impronta di carbonio. Questo è ciò che l’Intelligenza artificiale fa molto bene. Possiamo risparmiare parecchio se utilizziamo l’Intelligenza artificiale per ottimizzare attentamente l’illuminazione artificiale e altri sistemi energetici”.

Tipi di naso e soluzioni chirurgiche per correggerli

Il naso, elemento centrale del viso, è uno dei primi punti in cui si posano gli occhi di chi ci osserva e riveste per questo un ruolo significativo nell’estetica facciale.

La varietà morfologica dei nasi umani è considerevole ed in grado di riflettere la diversità genetica ed etnica della popolazione mondiale.

Per fornire un quadro completo andremo adesso ad evidenziare i principali tipi di naso e le relative opzioni chirurgiche disponibili per modificarne la forma, così da risolvere anche eventuali dubbi in quanti stanno pensando di rivolgersi ad un chirurgo estetico.

Anatomia del naso e variazioni morfologiche

Il naso è composto da una struttura ossea e cartilaginea ricoperta da tessuti molli.

La sua forma è determinata da vari elementi anatomici tra cui l’osso nasale, la cartilagine settale, le cartilagini alari e la punta nasale.

Le variazioni di questi componenti danno origine ai diversi tipi di naso osservabili nella popolazione.

Anche fattori genetici, etnici e ambientali contribuiscono alla determinazione della morfologia nasale.

Classificazione dei tipi di naso

Esistono diverse classificazioni dei tipi di naso, basate su caratteristiche come la forma del dorso, la larghezza della base, la proiezione della punta e l’angolo naso-labiale.

Di norma i tipi di naso più comuni sono:

  1. Naso retto
  2. Naso aquilino
  3. Naso a patata
  4. Naso a sella
  5. Naso afro-caraibico
  6. Naso asiatico
  7. Naso lungo

Ogni tipologia presenta peculiarità anatomiche che possono influenzare l’approccio chirurgico in caso di interventi correttivi.

Tecniche di rinoplastica: panoramica generale

La rinoplastica è la procedura chirurgica volta a modificare la forma del naso. Può essere eseguita per ragioni estetiche o funzionali. Le tecniche principali si dividono in:

  1. Rinoplastica chiusa: intervento meno invasivo con incisioni interne.
  2. Rinoplastica aperta: offre maggiore visibilità delle strutture nasali.
  3. Rinoplastica non chirurgica: utilizza filler per modifiche temporanee.

La scelta della tecnica dipende dal tipo di naso del paziente e dal risultato che si desidera ottenere.

È bene per questo parlare con uno specialista, per comprendere la soluzione più adatta alla propria situazione.

Il Dott. Palomba è un chirurgo specializzato in rinoplastica a Napoli, un professionista che può sciogliere ogni dubbio in merito.

Soluzioni chirurgiche per nasi prominenti

I nasi prominenti, come quello aquilino, sono caratterizzati da un dorso pronunciato. Le soluzioni chirurgiche in questo caso prevedono la riduzione della gobba ossea e cartilaginea, l’osteotomia per restringere la base ossea ed il raffinamento della punta nasale.

Questi interventi mirano a creare un profilo più armonioso e proporzionato al viso.

Correzione di nasi larghi o bulbosi

Per i nasi larghi o bulbosi, come il naso a patata, le soluzioni chirurgiche classiche sono la riduzione delle cartilagini alari, l’affinamento della punta nasale ed il restringimento della base nasale.

L’obiettivo è ottenere un naso più definito e proporzionato, rispettando le caratteristiche etniche del paziente.

Interventi su nasi piccoli o piatti

I nasi piccoli o piatti, comuni in alcune etnie asiatiche o nei casi di naso a sella, sono generalmente oggetto di innesti cartilaginei per aumentare la proiezione, aumento del dorso e definizione della punta nasale.

Questi interventi mirano ad aumentare la prominenza del naso mantenendo un aspetto naturale.

Considerazioni etniche nella rinoplastica

La chirurgia nasale deve sempre tenere conto delle differenze etniche nella morfologia nasale. Ad esempio:

  • Nasi afro-caraibici: spesso richiedono tecniche di aumento e definizione.
  • Nasi asiatici: possono necessitare di aumento del dorso e definizione della punta.
  • Nasi caucasici: frequentemente richiedono riduzione e raffinamento.

L’approccio chirurgico deve rispettare le caratteristiche etniche preservando l’identità del paziente. È importante sottolineare che ogni intervento di rinoplastica deve essere personalizzato in base alle caratteristiche anatomiche del paziente, sempre nel rispetto dei canoni di armonia e proporzione facciale.

Aldilà digitale: italiani preoccupati per l’eredità online del defunto

Secondo i dati del Digital 2024 Global Overview Report di Kepios oggi il 95% degli utenti di Internet utilizza i social media ogni mese, con 282 milioni di nuove identità create tra luglio 2023 e luglio 2024.
Ma con l’aumento delle interazioni online, e l’espansione delle presenze digitali, le preoccupazioni legate alla privacy, all’eredità digitale e all’uso etico delle identità diventano sempre più rilevanti.

Lo studio di Kaspersky dal titolo ‘Entusiasmo, superstizione e grande insicurezza. Come gli utenti di tutto il mondo si confrontano con l’universo digitale’, in Italia più della metà dei consumatori ritiene che le identità dei defunti siano vulnerabili al furto.
Di contro, se molti italiani ritengono accettabile ricreare la propria presenza online utilizzando l’AI, altri sono contrari, evidenziando le preoccupazioni legate alla privacy e al rispetto nel mondo digitale.

È giusto ricreare la “vita” online di chi non c’è più? 

La maggioranza dei consumatori italiani (55%) percepisce le identità dei defunti particolarmente a rischio di furto, soprattutto perché spesso non c’è più nessuno che monitori le informazioni pubblicate online.

La stessa percentuale di italiani, però, ritiene ammissibile ricreare la presenza online di persone decedute tramite l’AI, e il 28% degli intervistati considera accettabile creare un’identità digitale di una persona non più in vita attraverso foto, video o altri ricordi, mentre il 45% non è d’accordo.

La necessità di un testamento virtuale

È interessante notare che in Italia la maggior parte degli utenti (68%) crede che vedere immagini o storie di persone decedute possa turbare chi era vicino a loro. Tuttavia, il 29% pensa che non ci sia un limite di tempo per raccogliere tutte le immagini, i video o le registrazioni vocali mai pubblicate online relative a una persona specifica.

Considerando che probabilmente l’unico modo per controllare la propria ‘presenza digitale’ dopo la morte sarebbe quello di includere istruzioni nel testamento, il 66% degli italiani concorda sul fatto che chiunque abbia account online dovrebbe specificare cosa fare dei propri dati e profili social.

Identità rubate: meglio pensarci prima

“Il problema della gestione della propria presenza digitale è spesso trascurato nelle attività online quotidiane – commenta Anna Larkina, Web Content Analysis Expert di Kaspersky. -. Tuttavia, i risultati del sondaggio sottolineano un punto critico: un numero significativo di intervistati è consapevole del fatto che le identità rubate possono causare immensi problemi personali agli utenti o ai loro cari. Alla luce di questi rischi, è prudente adottare misure proattive per migliorare la privacy e salvaguardare le identità digitali. Così facendo, gli utenti possono assicurarsi che la loro presenza online rimanga sicura e rispettabile, in ogni caso”.

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