Consigli per gli acquisti

Info, statistiche e referenze

Pagina 5 di 22

Lavoro: a settembre previste 569mila assunzioni, oltre 1,5 milioni entro novembre

Secondo le previsioni occupazionali per il mese di settembre sono quasi 569mila le opportunità lavorative offerte dalle imprese, e salgono a oltre 1,5 milioni nel trimestre settembre-novembre.
Le previsioni evidenziano una flessione di -15mila ingressi programmati (-2,6%) rispetto a settembre 2024, e -30mila (-1,9%) nel confronto con il trimestre settembre-novembre 2024.

In leggera flessione rispetto allo scorso anno la difficoltà di reperimento dei profili ricercati dalle imprese (45,6%).
A delineare questo scenario è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Previste dall’industria 147mila entrate 

Il settore primario programma circa 44mila contratti nel mese e poco meno di 114mila nel trimestre. A ricercare maggiormente manodopera sono le imprese del comparto coltivazioni ad albero (quasi 20mila, circa 47mila) e delle coltivazioni di campo (circa 12mila, 33mila). 
L’industria nel suo complesso programma 147mila entrate a settembre e 404mila nel trimestre. Le imprese del manifatturiero ne ricercano circa 91mila lavoratori nel mese e 251mila tra settembre-novembre, mentre le costruzioni 56mila a settembre e 154mila nel trimestre.

Sono invece 377mila i contratti previsti dal settore dei servizi nel mese in corso e circa 1 milione nel trimestre. A offrire le maggiori opportunità sono servizi alle persone (97mila, 210mila), turismo (96mila, 255mila) e commercio (65mila e 207mila).

Difficoltà di reperimento per 259mila assunzioni

Sotto l’aspetto dimensionale, positive le aspettative delle imprese fino a 9 dipendenti (+5mila nel mese, +27mila nel trimestre), mentre risultano in flessione le previsioni nelle restanti fasce dimensionali, con una maggiore intensità nelle imprese tra 50 e 250 dipendenti (-8,6%, -7,7%).

Il tempo determinato si conferma la forma contrattuale maggiormente proposta con circa 341mila unità, il 60,0% del totale, seguiti dai contratti a tempo indeterminato (97mila, 17,0%) e da quelli di somministrazione (50mila, 8,8%). 
A settembre, le imprese dichiarano difficoltà di reperimento per 259mila assunzioni programmate (45,6%), confermando come causa prevalente la “mancanza di candidati” (29,2%), mentre la “preparazione inadeguata” si attesta al 12,9%. 

Cercasi 75mila lavoratori immigrati

A risentire maggiormente del mismatch sono le industrie metallurgiche e metallifere (67,0%), le imprese delle costruzioni (63,5%) e le industrie del tessile, abbigliamento e calzature (56,4%).
Le imprese sono quindi alla ricerca di lavoratori immigrati per coprire circa 75mila ingressi programmati, pari al 19,3% del totale contratti.

Tra i settori che ricorrono maggiormente alla manodopera straniera, agricoltura, silvicoltura, caccia e pesca (37,0%), servizi operativi di supporto a imprese e persone (31,5%), servizi di trasporto, logistica e magazzinaggio (26,1%), turismo (21,3%), industrie metallurgiche e dei prodotti in metallo (20,6%).

Produzione industriale a giugno 2025: lieve incremento congiunturale

Rispetto al maggio 2025, l’indice destagionalizzato della produzione industriale nel mese di giugno registra un incremento congiunturale. Risulta lievemente positivo anche l’andamento congiunturale del secondo trimestre.
Secondo quanto rivelano i dati Istat questo incremento è diffuso ai principali comparti industriali, con l’esclusione dei beni di consumo.

In termini tendenziali, al netto degli effetti di calendario, a giugno l’indice generale è in flessione. La dinamica tendenziale è negativa per tutti i principali raggruppamenti di industrie, con l’eccezione del comparto energetico.
Il calo della produzione si estende anche al primo semestre dell’anno, con una riduzione tendenziale del -1,1%.

Indice destagionalizzato: nel mese +0,2%, nel trimestre +0,1%

A giugno 2025 l’Istat stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale aumenti dello 0,2% rispetto a maggio. Nella media del secondo trimestre si registra un aumento del livello della produzione dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti.

L’indice destagionalizzato mostra un calo congiunturale solo per i beni di consumo (-0,9%), viceversa, si osservano aumenti, sebbene assai contenuti, per i beni intermedi (+0,2%), l’energia e i beni strumentali (entrambi +0,1%).

A livello tendenziale la diminuzione è del -0,9%

Al netto degli effetti di calendario, a giugno l’indice generale diminuisce in termini tendenziali dello 0,9%. Si registrano incrementi tendenziali solo per l’energia (+7,3%), calano, invece, i beni strumentali (-1,4%), i beni intermedi (-2,1%) e i beni di consumo (-3,0%).

I settori di attività economica che registrano gli incrementi tendenziali maggiori sono la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+15,7%), l’attività estrattiva (+6,2%) e la fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria (+4,7%). Le flessioni più rilevanti si riscontrano, invece, nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-8,0%), nella produzione di prodotti chimici (-3,2%) e nella fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, e nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-3,0% entrambi i settori).

Una leggera ripresa, ma è troppo presto per parlare di svolta

Il dato Istat di giugno 2025 sostanzialmente indica una leggera ripresa, ma è ovviamente troppo presto per parlare di svolta. La pressione negativa permane, soprattutto per i beni di consumo e i settori tradizionalmente più fragili, come il tessile e il chimico.
A salvare in parte la performance tendenziale è il comparto energetico, sospinto dai prezzi e dalla domanda.

Nei prossimi mesi diventerà fondamentale cercare di monitorare l’impatto delle politiche internazionali, in particolare i dazi Usa e le dinamiche della domanda interna.
Se la stabilità degli ordini continua, riporta Agenzia Stampa Italia, l’Italia potrebbe toccare il fondo del ciclo e intravedere segnali più solidi di ripresa verso fine anno o nel 2026.

La leadership del futuro è adattabile e purpose driven

Rome Business School e Buono & Partners presentano il white paper Better Leaders of Tomorrow. Lo studio analizza le traiettorie evolutive della leadership per accompagnare organizzazioni e imprese verso una nuova cultura manageriale basata su tre aree tematiche, Purpose Driven Networking, Navigare l’incertezza, Gestione della workforce ibrida.

Il 100% dei manager identifica la capacità di gestire situazioni impreviste come la priorità assoluta per i leader di domani, mentre il 91% degli studenti riconosce che la sfida più urgente sarà costruire un equilibrio sostenibile tra automazione e relazioni umane.
Navigare l’incertezza, infatti, non significa solo saper gestire le crisi, ma prendere decisioni anche in assenza di punti di riferimento stabili, integrando dati, intuito e capacità di lettura del contesto.

Le reti professionali fondate sulla fiducia generano appartenenza

In parallelo, il Purpose Driven Networking raccoglie un consenso trasversale (4,75 manager, 4,66 studenti), confermando che le reti professionali fondate su senso condiviso e fiducia sono considerate un pilastro della leadership capace di generare appartenenza.

Quando il purpose è formalizzato e vissuto all’interno dell’organizzazione diventa un riferimento stabile che allinea leadership e collaboratori, facilita le scelte strategiche e consolida la fiducia.
Ma il principio alla base di una leadership guidata da profitto ed etica è il People First. Essere CEO significa anche questo, custodire i valori in cui si crede, dare continuità al purpose e renderlo concreto ogni giorno.

Un cambiamento profondo di prospettiva

La leadership di oggi viene percepita come una combinazione di curiosità e agilità, spirito imprenditoriale e attenzione al benessere psicologico, un insieme di qualità ritenute indispensabili per affrontare un mondo in cui la tecnologia emerge come terreno di tensione e opportunità.
“Oggi non basta più ‘essere’ leader, ma serve ‘diventarlo’ ogni giorno, adattandosi ai cambiamenti con consapevolezza, empatia e visione sistemica”, afferma Benedetto Buono di Buono & Partners.

L’adattabilità diventa il valore guida: imparare a imparare, investire in upskilling e reskilling saranno elementi decisivi per interpretare un mondo in rapido cambiamento. Al tempo stesso, servono leader capaci di integrare tecnologia e sensibilità umana, ripensando processi, relazioni e modelli organizzativi per valorizzare la coesistenza tra persone e innovazione.

La centralità della workforce ibrida

Non solo, la gestione della workforce ibrida si è distinta come un tema centrale, ma se i manager le hanno attribuito una media di 4,5, evidenziando una maggiore varietà di punti di vista, per gli studenti è risultata l’area più rilevante in assoluto, con un punteggio medio più alto (4,72).

Il lavoro ibrido, infatti, è oggi preferito da oltre l’83% dei lavoratori a livello globale e già adottato in forma strutturata dal 44% dei lavoratori dell’Unione Europea.
In parallelo, l’AI non si limita più a supportare processi, diventa un vero e proprio co-attore nei contesti lavorativi, capace di aumentare la produttività e amplificare il potenziale umano. Anche nei ruoli tradizionalmente più esposti all’automazione.

Life Science: un ecosistema in profonda trasformazione. Grazie all’AI

Guidato dall’innovazione digitale dell’Intelligenza artificiale che sta rivoluzionando prodotti, processi e interazioni tra gli attori coinvolti, l’ecosistema Life Science è in una profonda trasformazione. Ed è proprio l’Intelligenza Artificiale tra le priorità di innovazione. L’AI infatti può venire utilizzata per migliorare il coinvolgimento dei professionisti sanitari (90%), scoprire nuovi prodotti (55%) e supportare le sperimentazioni cliniche (48%).
Secondo le aziende Pharma e Medtech italiane le soluzioni di AI più diffuse oggi sono quelle per la ricerca e analisi di articoli scientifici e documentazione (circa 8 aziende su 10).

Si tratta principalmente di soluzioni generaliste, come ChatGPT o Copilot (nel 60% dei casi), ma il 36% delle aziende ha sviluppato soluzioni di AI generativa ad hoc utilizzando dati proprietari.
Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Life Science Innovation del Politecnico di Milano, svolta in collaborazione con Confindustria Dispositivi Medici e Farmindustria.

Dalle App ai sensori per raccogliere dati clinici

Si evidenziano però anche altri ambiti importanti di investimento, come lo sviluppo di App per la salute e sensori per raccogliere dati clinici, ritenuto prioritario per il 48% delle aziende, e lo sviluppo di Terapie Digitali (DTx, soluzioni digitali validate clinicamente per integrare o sostituire le terapie tradizionali), prioritario per il 38%.

Attraverso la ricerca svolta sui pazienti, grazie alla collaborazione con BVA Doxa, è emerso che le App più diffuse sono quelle per migliorare lo stile di vita (utilizzate dal 39% dei pazienti e il 18% dei cittadini), quelle per tenere sotto controllo i parametri clinici (30% e 16%) e quelle per aumentare l’aderenza terapeutica (14% e 10%).

Terapie digitali applicate a salute mentale, endocrinologia, reumatologia, neurologia

Quattro medici di medicina generale su dieci hanno già consigliato App per tenere sotto controllo i parametri clinici, mentre un medico di medicina generale su quattro e un terzo degli specialisti hanno già promosso App per migliorare lo stile di vita.

Proprio l’esperienza maturata con le App per la salute è il punto di partenza per l’introduzione di soluzioni digitali più avanzate, come le Terapie Digitali. Il 45% dei medici specialisti italiani sarebbe disposto a prescriverle, se fosse possibile.
A livello internazionale si contano oggi 112 Terapie Digitali attive, applicate soprattutto nella salute mentale (35%), nell’endocrinologia (22%), nella reumatologia (9%) e nella neurologia (9%).

In Italia non esiste ancora una normativa di riferimento

Le Terapie Digitali riguardano un ambito per il quale in Italia non esiste ancora una normativa di riferimento, nonostante diverse proposte di legge che stanno cercando di regolamentarne l’uso.

“L’evoluzione del quadro normativo, a livello nazionale ed europeo, sta contribuendo a delineare con maggiore chiarezza le condizioni abilitanti per l’adozione di innovazioni digitali nell’ecosistema Life Science – afferma Emanuele Lettieri, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio –. In uno scenario sempre più plasmato da tecnologie digitali, dati e algoritmi, diventa essenziale investire in nuove competenze, aggiornare i modelli organizzativi e promuovere una cultura dell’innovazione consapevole, sostenibile e responsabile”. 

Pensioni e cure sanitarie: al welfare del futuro ci penserà il datore di lavoro

Oggi il traguardo della pensione al termine del percorso professionale sembra un miraggio. Secondo la V edizione dell’Osservatorio Change Lab, Italia 2030 dedicato al tema del Welfare svolto da Groupama Assicurazioni in collaborazione con BVA Doxa oltre 6 italiani su 10 sono convinti che la pensione futura sarà insufficiente, al punto di dover fare affidamento su altre fonti di reddito (63%) oppure non poter smettere di lavorare (17%).

A fronte dell’aspettativa per un sistema sanitario accessibile, efficiente e rapido (69%), pensioni adeguate (47%) e servizi di welfare di prossimità (36%), emergono forti attriti tra desideri e realtà. 
Gli under35 (15%) pensano che in pensione non ci andranno mai. E quasi la metà degli italiani (44%) boccia i servizi statali.

Pagella nera per il settore pubblico

Questa sfiducia trova eco in uno Stato sempre meno di prossimità, in cui la sanità pubblica sarebbe al primo posto tra i servizi che gli italiani si aspettano, ma è la più disattesa.
Pagelle nere, dunque, per il settore pubblico, a cui fanno da contraltare ottime prospettive per il welfare privato.

Circa 4 italiani su 10 godono di copertura sanitaria (41%) e pensioni integrative (38%) come parte dell’offerta fornita dal datore di lavoro.
Il risultato? Grande soddisfazione nei lavoratori dipendenti che hanno un pacchetto welfare aziendale (46%), tanto che 8 su 10 (82%) lo ritengono un fattore importante nella scelta di un nuovo lavoro.

Spetterà alle aziende colmare le lacune statali

Anche guardando ai prossimi 10 anni lo scenario non si discosta dalla fotografia attuale. Solo il 9% degli italiani pensa che lo Stato riuscirà a garantire tutti i servizi essenziali.
La maggior parte ritiene che solo una parte dei servizi sarà garantita (55%) e che sarà necessaria una collaborazione con il settore privato (27%), o che lo Stato non avrà le risorse necessarie.

Pertanto saranno le aziende a colmare le lacune tramite welfare aziendale (30%), o si dovrà fare affidamento su risorse individuali (25%).
“In un contesto socioeconomico come quello attuale, in cui si abbassa il valore delle pensioni, aumenta l’invecchiamento della popolazione e cala la copertura del sistema sanitario nazionale, le imprese sono chiamate a svolgere un ruolo sociale “, commenta Pierre Cordier, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Groupama Assicurazioni.

Evoluzione sociale e sistema integrato di garanzie

“In questo scenario – prosegue Cordier -, il welfare aziendale si configura per i dipendenti come la risposta ai bisogni a cui lo Stato non riesce a far fronte, e per le aziende, come una leva strategica per attrarre e fidelizzare i talenti, attraverso uno strumento in grado di rispondere alle necessità emergenti dei lavoratori.
In qualità di assicuratori, il nostro impegno è quello di accompagnare questa evoluzione sociale, facilitando la transizione verso un sistema integrato che sappia rispondere con efficacia alle nuove esigenze di tutela e benessere dei cittadini italiani”.

Estate 2025: tra afa e rincari, sarà una stagione “calda” sul fronte dei costi 

Non solo dovremo fare i conti con le temperature elevate: i mesi estivi saranno impegnativi anche per il portafoglio degli italiani. Ecco cosa emerge dall’indagine realizzata da Facile.it in collaborazione con Consumerismo No Profit.

Climatizzatori e consumi: e le bollette crescono

L’energia elettrica costa leggermente meno rispetto allo scorso anno: le tariffe a prezzo fisso di giugno sono scese del 2%. Ma l’effetto del condizionatore acceso per diverse ore al giorno si farà sentire: per una casa con un solo dispositivo in classe B, si stima una spesa aggiuntiva di circa 140 euro per i mesi estivi.

Riparazioni, acqua e piccoli extra

Ventilatori, tende oscuranti, zanzariere: durante l’estate, anche la manutenzione domestica aumenta. Tra riparazioni e controlli, si possono spendere fino a 300 euro. A crescere è anche l’uso dell’acqua: più docce e irrigazione significano 30 euro in più al mese, in media.

Viaggi e spostamenti: tariffe in aumento

Vacanze sempre più care. I biglietti dei traghetti registrano un incremento di quasi il 10%, e i voli nazionali salgono fino al 21% nelle settimane centrali di agosto. Per chi punta all’estero, i voli europei aumentano del 7%.

Le offerte sui treni restano stabili, ma i prezzi più bassi spariscono in fretta.

Polizze e prestiti per partire

Sempre più viaggiatori decidono di tutelarsi con un’assicurazione: le ricerche online di polizze viaggio sono aumentate del 7% rispetto al 2024. Il costo? Da 36 euro in media per due settimane in Europa, a 55 euro per mete più lontane come USA o Caraibi.

Cresce anche il ricorso a finanziamenti per le ferie: nel 2025 sono stati erogati oltre 220 milioni di euro in prestiti dedicati.

Auto, carburanti e pedaggi: cosa sale e cosa scende 

Se da un lato i prezzi di benzina e diesel sono scesi (rispettivamente del 9% e del 6%), dall’altro i pedaggi autostradali aumentano: +1,8% rispetto al 2024.

Un viaggio andata e ritorno Milano-Bari, ad esempio, costa circa 195 euro in benzina, 20 euro in meno dello scorso anno.

Estate in città? Le spese non mancano

Anche chi resta a casa affronta costi extra. Tra centri estivi (fino a 700 euro/mese per figlio), baby-sitter, abiti leggeri e attività all’aperto, le spese estive possono toccare i 3.000 euro. I gelati? Salgono del 9% in media, complici i rincari di panna, zucchero e cacao.

Conclusione: Per evitare brutte sorprese, meglio pianificare ogni voce di spesa. L’estate può essere godibile anche senza esagerare, ma solo con attenzione e un po’ di anticipo.

Lavoro: la Gen Z ha nuove esigenze e priorità. Le imprese devono adeguarsi

Emerge dalla ricerca ‘World of Work for Generation Z in 2025’ a cura di ManpowerGroup: entro il 2030 la Generazione Z costituirà un terzo della forza lavoro globale.
Nel frattempo, in Italia il 49% della Gen Z dichiara l’intenzione di lasciare il proprio lavoro entro sei mesi, una percentuale leggermente superiore alla media globale (47%). E il 35% dei giovani italiani ritiene di dover cambiare occupazione nel breve periodo (34% a livello mondiale).

Sono dati che sottolineano l’urgenza di rivedere le strategie di engagement e retention aziendali alla luce delle nuove esigenze e priorità dei più giovani.
Da questo punto di vista, diventa fondamentale ripensare la cultura aziendale, rendendola più aperta, flessibile e inclusiva.

In 5 anni l’engagement degli under25 scende dal 40% al 35%

Per quanto riguarda la fiducia nell’ottenere un nuovo impiego in linea con le proprie aspettative, solo il 20% delle giovani e dei giovani italiani si dichiara ottimista, confermando un trend globale.
La maggior parte lamenta una carenza di opportunità significative, una scarsa connessione con la mission aziendale e una sensazione generale di disallineamento tra aspettative e realtà. 

Di contro, negli ultimi cinque anni, l’engagement dei talenti under25 è sceso dal 40% al 35%. I giovani si sentono meno supportati nel confronto con il management, hanno minori prospettive di crescita professionale e si percepiscono poco ascoltati nelle decisioni strategiche. 

Benessere mentale: giovani più stressati dei boomer

Sul fronte del benessere mentale, in Italia il 57% della Gen Z segnala un elevato livello di stress sul lavoro (52% a livello globale), a fronte del 44% dei baby boomer (33% globalmente).  
Per rispondere a queste criticità, le imprese italiane stanno implementando strategie mirate per rendere il posto di lavoro più attrattivo per la Gen Z.  

Secondo il report, il 37% delle aziende italiane investe in dotazioni tecnologiche avanzate, il 37% implementa soluzioni per il benessere sul luogo di lavoro, inclusi programmi di supporto psicologico e spazi dedicati al relax, il 27% offre orari di lavoro flessibili, il 22% ha aumentato i livelli salariali, e il 28% delle risorse è destinato a iniziative di upskilling e reskilling.

All’azienda si richiede flessibilità e capacità di dialogare

“Oggi l’ascolto e l’engagement dei talenti sono fondamentali – dichiara Anna Gionfriddo, AD ManpowerGroup Italia -. Nella We Economy che si sta sviluppando le aziende del futuro dovranno essere eco-digitali, umane, personalizzate, adattabili e plurali”. 

Del resto, “la Generazione Z sa perfettamente cosa vuole in termini di valori, aspettative, carriera ed equilibrio vita-lavoro – aggiunge David Herranz, Regional President of Southern Europe di ManpowerGroup -. Le aziende che vogliono attrarre i migliori talenti devono dimostrarsi flessibili e capaci di dialogare con loro”.

Italiani più sicuri con le lingue straniere grazie l’AI

Quasi un lavoratore italiano su tre (29%) utilizza una lingua straniera sul posto di lavoro almeno una volta al mese. L’inglese è la lingua più utilizzata (92%), seguita da francese (18%), spagnolo (14%) e tedesco (5%).

Gli strumenti di traduzione basati sull’AI stanno emergendo come fattori abilitanti fondamentali in ambito aziendale. Tra chi li utilizza l’impatto è evidente: sei professionisti su dieci affermano di sentirsi più sicuri nel comunicare in una lingua straniera, il 31% segnala un miglioramento della comunicazione interna, e il 19% attribuisce a questi strumenti un ruolo nel supportare l’espansione verso nuovi mercati.
Emerge da una ricerca condotta DeepL a livello nazionale e realizzata da YouGov.

Un divario di ruoli

Per molti professionisti poter comunicare in altre lingue non è solo una competenza, ma una chiave d’accesso a diverse opportunità. Per oltre il 72% degli intervistati la conoscenza delle lingue straniere influenza la crescita professionale e per il 34,5% è determinante per accedere a ruoli specifici.
Ma se il 49% dei manager usa regolarmente sul lavoro una lingua straniera, la percentuale scende al 26% tra gli altri dipendenti, il che indica un’importanza crescente delle competenze linguistiche con l’aumentare del livello gerarchico.

Le barriere, però, restano una sfida: il 34% ha difficoltà a comunicare con precisione a causa di limiti linguistici, e per il 35% questi limiti ostacolano la capacità di lavorare in modo efficace. 
Tra i manager, la percentuale sale al 46%. Anche la complessità linguistica, quindi, cresce con il livello di responsabilità.

La consapevolezza cresce con l’esperienza

Il divario nelle competenze linguistiche non è solo un problema di comunicazione, ma viene considerato un vero e proprio rischio per il business. Per il 46% dei professionisti (63% manager) una comunicazione di scarsa qualità nei mercati esteri limita la competitività del business.
Anche i professionisti più giovani esprimono maggiore sensibilità alla questione: il 49% degli under45 afferma che le difficoltà linguistiche limitano il potenziale globale delle loro aziende (44% over45).

Nonostante la consapevolezza, l’uso dell’AI linguistica sul lavoro è ancora limitato. Più della metà (52%) non ha mai utilizzato strumenti di traduzione basati su AI e solo uno su dieci afferma che la propria azienda offre accesso a strumenti di traduzione AI a pagamento.

Fiducia, prossima frontiera da conquistare

Persiste infatti un po’ di scetticismo e le resistenze riguardano soprattutto l’accuratezza (37%), la fiducia nei risultati (44%) e la privacy dei dati (21%).
In altre parole, la fiducia è la prossima frontiera da conquistare, soprattutto tra i più giovani e le donne.
Guardando al futuro, riporta Askanews, i lavoratori italiani dimostrano ottimismo, riflettendo una tendenza globale più ampia. L’IA linguistica sta generando crescita ed efficienza sostanziali, trasformando le risorse linguistiche in una risorsa strategica.

Le aziende stanno sfruttando questi strumenti anche per costruire connessioni interculturali più forti ed estendere la portata globale.
Insomma, l’accesso multilingue non è solo una questione lavorativa, ma un imperativo aziendale.

PMI: quanto costa la burocrazia? 80 miliardi l’anno

La burocrazia è un fardello che ‘schiaccia’ le Pmi e soprattutto le microimprese, costrette a destreggiarsi tra moduli da compilare, documenti da produrre, timbri da apporre, e file interminabili agli sportelli pubblici per ottenere una semplice informazione.

Secondo l’Ufficio studi della CGIA la complessità delle norme, e spesso, l’impossibilità pratica di applicarle, rappresentano un ‘dramma’ insopportabile, che costa alle Pmi 80 miliardi l’anno.
Senza contare che i tempi medi per il rilascio di permessi e autorizzazioni da parte della PA restano tra i più elevati d’Europa.

Un risultato riconducibile, in particolare, a un livello di digitalizzazione dei servizi pubblici ancora troppo basso.
Di conseguenza, a pagare il conto sono le aziende. Che sottraggono tempo e risorse economiche all’attività produttiva. 

Previsto un taglio di 30.700 norme

Nonostante la nostra PA presenti punte di eccellenza, la macchina dello Stato nel suo complesso funziona mediamente con difficoltà, soprattutto in molte regioni del Mezzogiorno, dove l’inefficienza costituisce un tratto caratteristico. 
Non solo. A preoccupare cittadini e imprese sono i tempi di risposta e i costi della burocrazia, diventati una patologia non più sopportabile. 

La semplificazione del quadro normativo è un’operazione necessaria da perseguire per alleggerire il peso della burocrazia normativa. All’inizio del mese di aprile è stato approvato un disegno di legge che prevede l’abrogazione di oltre 30.700 norme emanate tra il 1861 e il 1946.
Una volta approvata definitivamente, questa misura ridurrà del 28% lo stock di norme vigenti.

Siamo tra i peggiori in Europa

Anche dal confronto con gli altri Paesi europei emerge che la nostra PA sconta differenziali di inefficienza.
Secondo un’indagine condotta dalla Banca Europea degli Investimenti (BEI), il 90% delle imprese italiane impiega personale per adempiere agli obblighi normativi. In Francia il dato è all’87%, in Germania all’ 84% e in Spagna all’ 82%. La media UE si è stabilizzata all’86%.

Tuttavia, il dato più preoccupante è riconducibile al fatto che in Italia il 24% degli imprenditori impiega oltre il 10% del personale per espletare le formalità richieste dalla legge. Un dato che scende al 14% in Francia e in Spagna e all’11% in Germania. Per una media UE pari al 17%.  

Situazione drammatica tra gli Enti locali del Sud

Secondo la periodica indagine condotta nel 2024 dall’Università di Göteborg sulla qualità istituzionale delle Pubbliche Amministrazioni presenti nelle 210 regioni dell’Unione Europea, i risultati delle realtà territoriali italiane sono state molto modeste.

La CGIA segnala che la prima regione d’Italia è il Friuli Venezia Giulia, al 63° posto a livello europeo. Seguono la provincia Autonoma di Trento (81°), la Liguria (95°) e la Provincia Autonoma di Bolzano (96°).
Male le regioni del Sud: Puglia al 195° posto, Calabria al 197°, Molise al 207° e Sicilia al 208°.
Nella UE la regione più efficiente è la finlandese Åland. Maglia nera, la realtà bulgara di Severozapaden.

Innovazioni biomediche e vaccini: la fiducia si costruisce con l’educazione scientifica

Secondo la Worldviews Survey di WIN – Worldwide Independent Network of Market Research e BVA Doxa per l’Italia, a livello globale il 68% delle persone è disposto ad accettare i nuovi sviluppi dei vaccini tradizionali, mentre l’accettazione dei vaccini a mRNA scende al 60%.
Tra i cittadini globali emerge una diffusa esitazione nei confronti delle nuove innovazioni biomediche, come i vaccini a mRNA, ma anche verso i vaccini tradizionali.

Come previsto, fattori demografici e geografici influenzano la percezione.
Non basta informare: i risultati della ricerca suggeriscono che anche il linguaggio utilizzato per descrivere queste innovazioni incide sulla percezione. È quindi essenziale adottare una comunicazione chiara, accessibile e ben calibrata.

Vaccino a mRNA: i giovani sono i più favorevoli

Per un ipotetico nuovo vaccino a mRNA, il 56,2% degli italiani si dichiara propenso, contro il 32,4% che non lo è. In particolare, il 16,6% lo assumerebbe ‘Sicuramente’ e il 12,7% ‘Sicuramente no’. I giovani (18-24 anni) sono i più convinti (‘Sicuramente’ 23,1%), mentre la fascia 45-54 anni è la più resistente (‘Sicuramente no’ 20,3%).
Il Nord Ovest è l’area più favorevole.

Per un nuovo vaccino tradizionale, in Italia la propensione è leggermente superiore: 58,3% disposti e 31,9% no, con i giovani molto propensi (30,2% ‘Sicuramente’), e il Nord Ovest con il picco assoluto di ‘Sicuramente’ (35,1%). In linea con la tendenza globale i dati evidenziano una preferenza degli italiani per i vaccini tradizionali rispetto a quelli a mRNA.

Cautela diffusa per i medicinali che interagiscono con il DNA

Per i medicinali personalizzati basati sulla genetica, il 43,7% degli italiani è complessivamente a proprio agio e il 26,1% a disagio. Colpisce il 18,6% che ammette esplicitamente di ‘saperne troppo poco’.
I farmaci che interagiscono direttamente con il DNA suscitano maggiore cautela: solo il 35,1% si sente a proprio agio, contro il 33,3% a disagio.
Qui, l’incertezza raggiunge il picco in Italia, con il 20,4% che dichiara di non avere sufficienti conoscenze.

Per i medicinali che interagiscono con i componenti cellulari, i livelli sono intermedi, 38,5% a proprio agio, 31,5% a disagio e 16,7% ammette lacune informative.
Emerge poi una vasta area di persone prive delle conoscenze necessarie per formarsi un parere sulle medicine avanzate.

Un terzo della popolazione rifiuta di vaccinarsi

Nonostante i decenni di successi della sanità pubblica, una parte significativa della popolazione mondiale continua a rifiutare i vaccini tradizionali (23%).
Quasi un terzo della popolazione mondiale, dunque, rifiuta o è incerto riguardo ai vaccini tradizionali, un dato tutt’altro che marginale.
Il rifiuto è più diffuso tra chi ha livelli di istruzione più bassi (43%), contro il 24% tra chi possiede una laurea magistrale o un dottorato.

Anche le donne risultano più esitanti, con il 33% che afferma di essere contraria o incerta.
Questi dati dimostrano che la fiducia nei vaccini tradizionali non è acquisita. È perciò necessario un impegno continuo e mirato nella comunicazione pubblica per rafforzarla e mantenerla.

« Articoli meno recenti Articoli più recenti »