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Ingresso di casa: come arredarlo al meglio

Arredare e valorizzare l’ingresso di casa è una cosa che spesso viene messa in secondo piano, sia per le dimensioni solitamente esigue sia perché è una zona di casa in cui non passiamo praticamente mai del tempo. Eppure, in questa maniera non stiamo tenendo conto del fatto che l’ingresso è la prima area di casa nostra nella quale passano le persone che vengono a farci visita e dunque la prima cosa che adoperano per farsi un’idea del nostro appartamento.

Se vogliamo fare in modo che la prima impressione sia buona, dobbiamo fare in modo che l’ingresso di casa sia perfettamente in linea con lo stile di tutti gli altri ambienti. A questo proposito di seguito trovi alcuni consigli che ti saranno utili al riguardo.

I consigli per arredare al meglio l’ingresso di casa

Prima di scegliere un mobile o un’altro da posizionare all’ingresso di casa, devi tener conto di quelle che sono le sue dimensioni per ragionare su quello che potrà essere il suo impatto una volta posizionato. Tieni conto al tempo stesso della sua forma e di come questo sarà illuminato. Tieni conto di questi elementi e sarai partito già col piede giusto.

Per ottenere quell’aspetto dal design moderno ed elegante che desideri esistono diversi pezzi che possono aiutarti in questo. Puoi combinare tra loro diversi elementi decorativi quali vasi, appendiabiti, arredo luxury, fotografie, dipinti, sculture, tappeti, etc.

Una madia in legno potrebbe fare al caso tuo

Se quello che ti serve è ottenere anche dello spazio di archiviazione, una credenza moderna per ingresso può essere una buona scelta: ci sono diversi modelli a seconda dello spazio che hai a disposizione, nonché del risultato che vuoi ottenere. Ad esempio, esistono bellissime madie in legno perfette allo scopo, che puoi accompagnare con un quadro o scultura per dare quel tocco di modernità che cerchi per il tuo ingresso di design.

Cucina open o separata? Dipende dallo stile di vita

Belle, bellissime, da copertina. No, non si tratta di top model, ma di cucine. Già, perché negli ultimi anni – con una decisa accelerazione nell’ultimo decennio – la cucina da ambiente di servizio è diventato a tutti gli effetti uno spazio da mostrare, in cui addirittura ricevere gli amici per cena. Insomma, il set perfetto dove vivere la vita all’interno della propria casa. Naturalmente, questa piccola “rivoluzione” ha portato con sé anche tutta una serie di questioni pratiche da risolvere. Innanzitutto, una cucina esteticamente piacevole è anche un cucina ordinata: per cui nei loft così come negli open space la cucina dovrà essere attrezzata con mobili e armadietti capaci di contenere tutto quello che non si deve vedere (o non si vuole mostrare). Ancora, essendo un ambiente polifunzionale, i piani di lavoro dovranno essere facilissimi da pulire (e da mantenere tali), esattamente come i rivestimenti dei mobili. E poi, aspetto più importante, se la si vuole “sfoggiare” la cucina dovrà essere il pezzo forte della casa: quindi, sì a qualche soluzione ardita di design, purché consigliata da arredatori esperti come gli addetti di Pedrazzini Arreda, rivenditore ufficiale Veneta Cucine Milano.

Per molti, ma non per tutti

La scelta di optare per una cucina a vista, per quanto di moda, richiede un pizzico di consapevolezza. Anche se le moderne cucine di oggi sono in grado di rispondere ai possibili problemi che emergevano nel passato (in primis lo spazio per tenere tutto in ordine), ci sono però degli aspetti da considerare. Innanzitutto, oltre al rischio che piatti e stoviglie rimangano a vista mentre si cucina, c’è la questione degli odori delle preparazioni e dei cibi. Mentre in una cucina tradizionale il problema è presto risolto aprendo la finestra e chiudendo la porta, in una cucina a vista non è possibile. Però la soluzione è a portata di mano: basta optare per una cappa efficace e di nuova generazione, capace di cancellare in pochi istanti i profumi del menù sui fornelli. Adesso le cappe sono dei veri e propri pezzi d’arredo, dal design studiatissimo e dalle prestazioni eccezionali. Silenziose, anche a scomparsa o a isola, riescono a mantenere l’aria pulita pure in ambienti molto  grandi.

Il bello di non alzare muri

D’altro canto a questi piccoli disagi – peraltro facilmente risolvibili – corrispondono molti più vantaggi. Una cucina aperta sulla zona living, infatti, regalerà alla casa un’inaspettata sensazione di spazio. L’assenza di muri e la creazione di un ambiente unico, ben identificato in zone, contribuiscono a dilatare i metri quadrati e a consentire maggiore libertà nelle scelte di arredo. Inoltre, spazi aperti fanno sì che si possa giocare al meglio con l’illuminazione, evitando angoli bui e poco sfruttabili. Ancora, la cucina a vista permette di partecipare ai momenti conviviali con la famiglia e gli ospiti anche se si sta preparando il pranzo, senza che nessuno venga escluso. Infine, è una soluzione comodissima ed estremamente funzionale quando si hanno bambini piccoli in casa e non ci si può permettere di non tenerli d’occhio, nemmeno quando si prepara la loro pappa.

Il galateo del caffè, a casa e al bar

Vieni a prendere un caffè da me? Sembrerebbe l’invito più facile del mondo, un momento conviviale esente da regole e dettami del bon ton. Sbagliato, anzi sbagliatissimo. Perché il caffè è un vero e proprio rito e come tale prevede un cerimoniale, codificato dal galateo. Insomma, vietato fare figuracce soprattutto se si invitano persone importanti: bisogna davvero conoscere l’ABC del comportamento da tenere quando ci si concede la classica tazzina di nero elisir. E se le buone maniere valgono soprattutto se il caffè viene servito ai propri ospiti, a casa, è necessario ricordarsi che ci sono formule sempre valida anche se il caffè è consumato al bar.

Un rituale guidato dalla padrona (o dal padrone) di casa

Innanzitutto, il caffè non si serve a tavola, anche se gli ospiti si sono fermati a pranzo o a cena (a meno che non sia una tavolata davvero informale e conviviale). L’espresso va portato in salotto, dove gli invitati si saranno già accomodati su divano e poltrone. E’ chi accoglie gli ospiti che dovrà preparare il caffè, con la moka o con le macchine caffè a cialde. Fondamentale è il servizio: le tazzine di caffè, con il loro, immancabile piattino e relativo cucchiaino, andranno poste su un vassoio sul quale andranno poggiati anche la zuccheriera – che avrà il suo cucchiaino – e la lattiera. Se gli invitati sono numerosi, e quindi le tazzine da servire sono tante – e la regola è ancor più valida se il caffè viene preparato con le capsule, sempre più amate dagli italiani – per evitare che si raffreddino si possono tenere in forno a bassa temperatura. A questo punto, sarà il padrone di casa a domandare a ogni ospite se e quanto zucchero desidera, lo stesso farà con il latte. Poi, dove aver zuccherato, porgerà la tazzina di caffè pronta da bere all’invitato.

E come si devono comportare gli ospiti?

Fin qui abbiamo visto i doveri del padrone di casa. Ma gli invitati come si devono comportare? Innanzitutto, ci vuole garbo e grazia. Bisogna ricordare che il piattino va tenuto con la mano sinistra e il cucchiaino con la destra. Dopo aver mescolato il caffè con il cucchiaino, dal basso verso l’alto, e averlo riposto sul suo piattino, il galateo vuole che sia la tazzina ad andare alla bocca e non viceversa. Vietato, vietatissimo fare rumore, sbattere il cucchiaino o – orrore! – succhiarlo dopo aver mescolato l’espresso. Dopo aver bevuto, piattino, tazzina e cucchiaino andranno appoggiati sul tavolino o sul vassoio.

Il caffè al bar

Anche se si consuma un veloce espresso al bancone del bar esistono delle regole di bon ton. In prima battuta, quando si entra in un locale si saluta il barista: è una forma di educazione che dovrebbe essere dovuta, e sicuramente chi è dietro al banco vi servirà meglio e con più cura. Allo stesso modo, l’ordinazione va fatta con garbo e soprattuto con chiarezza, specie se avete gusti particolari e volete un caffè o un cappuccino speciali. I diktat in merito a tazzina, cucchiaino e piattino – rumori fastidiosi compresi – sono gli stessi del caffè consumato a casa. Infine, dopo che si è gustato l’espresso, prima di uscire dal bar – ovviamente dopo aver pagato – si ringrazia e si saluta.

Igiene nei bagni della tua azienda? Meglio con i dispenser automatici di sapone

Nella tua azienda o locale pubblico, sia esso un ristorante, un bar, un hotel o una palestra, avrai sicuramente la necessità di installare un erogatore di sapone all’interno dei bagni. Di recente, l’attenzione verso questi prodotti, che solitamente sono installati a parete, è aumentata in virtù di una moltitudine di articoli immessi sul mercato, dalle caratteristiche similari ma, ad uno sguardo più approfondito, decisamente differenti.

Ad esempio, i dispenser sapone automatici sono piuttosto rari nei cataloghi dei diversi fornitori: questi modelli, dotati di fotocellula alimentata a batterie, sono chiaramente in grado di erogare il sapone (sotto forma di liquido o di schiuma) “on demand”, e questo consente un perfetto dosaggio ed un risparmio notevole nel lungo termine. Mediclinics Italia, uno dei principali player a livello nazionale di accessori per i bagni pubblici, può vantare un ampio assortimento di questi prodotti tra i quali appunto quelli automatici: inoltre, l’utilizzo dell’acciaio invece della plastica rende tutto l’ambiente nel quale saranno posizionati più bello, moderno ed elegante.

La plastica, appunto: ci sono dispenser di sapone fatti in questo materiale e ci sono poi invece quelli in acciaio inox: robustezza, igiene e durata sono i loro punti di forza. Ed attenzione, perché la finitura in acciaio, nel caso dei prodotti Mediclinics, non coinvolge solo il frontale: lo spessore è elevato, l’intero dispenser è in acciaio e questo lo rende un prodotto particolarmente apprezzato in tutto il mondo.

Altre caratteristiche apprezzate da chi installa i dispenser di sapone sono:

  • l’anti-sgocciolamento (che consente anche un risparmio di sapone)
  • la spia di livelo (essenziale per un puntuale refill)
  • l’estetica e la finitura in colori particolari, ad esempio il nero lucido

Mentre se analizziamo il punto di vista degli utilizzatori, particolarmente richieste sono:

  • la possibilità di appoggiarvi o appendervi degli oggetti (es. un rasoio)
  • l’erogazione di sapone sotto forma di schiuma (lavaggio più rapido)

Molti dei dispenser di sapone del catalogo Mediclinics, tra i quali appunto i modelli automatici in acciaio inox, sono acquistabili direttamente online, con prezzi e promozioni davvero accattivanti.

Privilege Apartments | Comfort e soluzioni

Spostarsi per motivi di lavoro, non significa necessariamente dover rinunciare alla comodità del poter lavorare efficacemente anche quando si è fuori sede. Privilege Apartments è infatti un hotel a Monza che ha messo in primo piano anche le necessità di chi viaggia per motivi di lavoro e ha bisogno di potersi dedicare tranquillamente al proprio lavoro senza per questo dover subire degli svantaggi. All’interno delle camere infatti, è presente una apposita scrivania che consente di lavorare con il proprio portatile con la stessa comodità che si ha all’interno del proprio ufficio, ed usufruire del Wi-fi gratuito presente in ogni camera.

Il concetto di hotel in cui poter soggiornare e basta è dunque oggi superato, e questa importante struttura ricettiva di Vimercate, in provincia di Monza, ha deciso di offrire il massimo della praticità e del comfort anche a tutti coloro che viaggiano per motivi di lavoro ed hanno bisogno di una struttura in grado di offrire anche gli strumenti e le soluzioni adatte per poter lavorare tranquillamente. A queste, si affiancano tutte quelle soluzioni che rendono più piacevole la propria permanenza in struttura quale ad esempio la tv satellitare a schermo piatto, l’impianto di condizionamento dell’aria, l’angolo cottura con utensili da cucina, il balcone ed il patio presenti in ogni camera, tra l’altro.

Le tipologie di camera a disposizione sono due, la Classic e la Executive, che presentano le stesse comodità con la differenza che la seconda è più grande e può ospitare un maggior numero di persone. A prescindere dalla camera che si andrà a scegliere, il livello di comfort e benessere sarà elevato per tutti gli ospiti, i quali hanno a disposizione anche un parco da 10 mila metri quadrati che avvolge l’intera struttura e consente di rilassarsi immersi nel verde. Per prenotazioni o per richiedere una quotazione personalizzata è possibile utilizzare l’apposito form presente sul sito.

La pandemia pesa sull’industria italiana della cosmetica. Ma non per tutti i prodotti

Uno dei settori più penalizzati dall’emergenza sanitaria è quello della cosmetica. L’effetto della pandemia sull’industria della cosmetica nel 2020 ha fatto registrare complessivamente un crollo di fatturato ed esportazioni. Nonostante il crollo sia avvenuto in modo meno critico di quanto inizialmente ipotizzato, il fatturato globale del settore ha toccato 10 miliardi e mezzo, quasi il 13% in meno rispetto al 2019. Per quanto riguarda i valori del mercato interno, sono scesi di circa il 10% rispetto all’anno precedente, mentre le esportazioni hanno segnato un -16,7%. Si tratta di alcuni risultai emersi dall’indagine dal titolo I numeri della cosmetica, elaborata da Cosmetica Italia, l’associazione nazionale delle imprese cosmetiche.

Il settore non è paralizzato ed è boom per l’e-commerce

Nonostante i dati negativi, il settore però non è paralizzato. Se da una parte sono calati i segmenti profumeria alcolica e make-up, sono invece aumentati i consumi di prodotti per l’igiene personale. E come per altri settori, anche per la cosmetica è stato un vero proprio boom per l’e-commerce. Se il settore ha retto meglio di altri in parte si deve infatti alle vendite online. Mentre tutti i canali distributivi tradizionali hanno subito contrazioni l’e-commerce ha registrato un +42% rispetto al 2019.

In controtendenza i prodotti per igiene e cura dei capelli

Quanto ai consumi nel dettaglio, in controtendenza con l’andamento negativo ci sono le famiglie di prodotto che stanno caratterizzando l’attraversamento della crisi Covid-19, ovvero, quelli legati all’igiene del corpo, che hanno aumentato le vendite del +6,3%), oltre a quelli per la cura dei capelli (+3,9%) e i prodotti per l’igiene orale (+1,4%). Gli andamenti più significativi in termini di crescita emergono tra i saponi liquidi (+35%), i coloranti e le spume coloranti per i capelli (+30,4%), e i prodotti depilatori (+5,3%). I cali maggiori invece, riporta Ansa, si sono registrati nella profumeria alcolica (-21,5%) e nelle diverse tipologie di make-up.

La mascherina fa crollare fard e rossetti

L’obbligo di indossare la mascherina ha poi buttato giù i consumi di correttori per le guance, i fard e le terre, che hanno registrato un calo del -28,7%, mentre i fondotinta e le creme colorate sono scese del -29%), e i rossetti e i lucidalabbra, sono calati del -35,8%.

“Sul 2021 c’è ancora incertezza dovuta alla pandemia – evidenzia Gian Andrea Positano, responsabile Centro Studi di Cosmetica Italia -. In uno scenario ottimistico, si ipotizza una crescita di quasi nove punti percentuali, mentre lo scenario più pessimistico evidenzia una crescita di poco superiore ai cinque punti percentuali”.   

La felicità al tempo del Coronavirus

Nonostante la pandemia il 63% dei cittadini di tutto il mondo dichiara di essere felice, e il Paese più felice del Pianeta è la Cina. Le principali fonti di felicità risiedono nella salute e il benessere fisico, nel rapporto con il partner o i figli, e nella qualità della vita. Il Global Happiness 2020 di Ipsos ha analizzato il livello di felicità dei cittadini in 27 Paesi del mondo, scoprendo come a livello globale il livello di felicità sia sceso di un solo punto percentuale rispetto allo scorso anno (64%). Anzi, in sei Paesi, tra cui Cina, Russia, Malesia e Argentina, è aumentato, con più di 3 adulti su 4 che si dichiarano felici, mentre in 12 Paesi, tra cui Perù, Cile, Messico e India, è diminuito, con meno di 1 adulto su 2 che si dichiara felice. 

Gli italiani non sono troppo felici

In testa alla classifica della felicità si piazza la Cina (93%, in aumento di 11 punti rispetto allo scorso anno), seguita dai Paesi Bassi (87%) e dall’Arabia Saudita (80%). Canada e Australia, in testa lo scorso anno, registrano un calo notevole: il Canada (78%), scende al quarto posto e l’Australia (77%), scende al sesto posto. L’indagine mostra poi un calo dei livelli di felicità in Perù, Cile e Messico. E l’Italia? L’Italia non rientra tra i Paesi più felici al mondo, posizionandosi al 16° posto. Rispetto allo scorso anno, però, il livello di felicità dei nostri concittadini è aumentato, passando dal 57% al 62%. 

In 10 anni diminuisce la percentuale di chi si dichiara felice

In generale, nel corso dell’ultimo decennio, l’incidenza della felicità è diminuita drasticamente. Tra il 2011 e il 2020, la percentuale di coloro che si dichiarano felici è diminuita di 14 punti a livello globale e l’unico Paese che mostra un aumento significativo dal 2011 è la Cina (+15 punti). Lo studio ha analizzato 29 potenziali fonti di felicità e, a livello globale, le prime 5 fonti citate sono salute/benessere fisico (55%), rapporto con il partner (49%), i figli (49%), sentire che la propria vita abbia senso e significato (48%), e qualità di vita (45%). Rispetto all’indagine condotta lo scorso anno, le fonti di felicità che hanno acquisito maggiore importanza riguardano le relazioni, la salute e la sicurezza, mentre tempo libero e denaro hanno ceduto terreno come fattori di felicità.

Cambiano le fonti di felicità

Per gli italiani le principali fonti di felicità risiedono nella sensazione di controllo della propria vita, salute e benessere fisico, sicurezza e protezione personale, sensazione che la propria vita abbia un senso, e a pari merito, hobby e condizioni di vita. In ogni caso, anno dopo anno, alcuni fattori registrano un aumento significativo nell’essere considerati fonte principale di felicità (essere perdonato, perdonare qualcuno, sicurezza e protezione personale, salute/benessere fisico, trovare un partner), mentre tre fattori mostrano un calo (situazione finanziaria personale, quantità di tempo libero a disposizione, nuova leadership politica nel Paese di residenza). 

Quali sono le difficoltà delle imprese italiane al tempo della pandemia?

A un anno dallo scoppio della pandemia, com’è oggi la situazione delle imprese italiane? Quali sono le principali difficoltà delle aziende al tempo del coronavirus, tra smart working e problemi di occupazione? A queste domande risponde il sondaggio di Ipsos e dell’AreaStudi di Legacoop, che individua nella ricerca di nuovi clienti, i vincoli normativi e il rispetto del protocollo sicurezza Covid, le principali preoccupazioni delle imprese. Che nell’immediato futuro sono pessimiste, tanto che nel 12% dei casi prevedono la riduzione dei dipendenti, e nel 5% la chiusura. 

La difficoltà maggiore? Trovare nuovi clienti

Il sondaggio Ipsos, condotto nell’ambito dell’Osservatorio LegaCoop ideato e realizzato dall’AreaStudi dell’associazione, rivela che trovare nuovi clienti è la difficoltà maggiormente citata dagli imprenditori e i lavoratori autonomi intervistati (22%). A questa segue il peso dei vincoli normativi e l’aumento dei costi di produzione o i costi del lavoro, entrambi riportati nel 14% delle risposte. Al terzo posto, gli intervistati segnalano il rispetto del protocollo sicurezza Covid per la prevenzione del contagio (13%).

Dipendenti, occupazione e smart working 

Il 12% delle imprese pensa poi di ridurre il numero dei dipendenti, il 66% di mantenerlo invariato e soltanto il 6% di aumentarlo, mentre il 16% preferisce non fare previsioni. Sempre secondo il sondaggio, nel 2020 il 38% dichiarava di aver aumentato la possibilità di lavorare in modalità smart working rispetto al 2019, il 53% di averlo mantenuto invariato e soltanto il 9% di averlo diminuito. Riguardo alle previsioni per il 2021, rispetto al 2020 oggi è il 13% a pensare di aumentare il ricorso allo smart working, il 73% pensa di lasciarlo invariato e il 14% di diminuirlo.

Pessimismo sulle prospettive future

Quanto alle prospettive future il 53% degli imprenditori ritiene che la situazione della propria impresa resterà negativa o peggiorerà, ma c’è un 5% che prevede addirittura la chiusura della propria attività, e un 33% di ottimisti che nutre aspettative positive, prevedendo maggiore stabilità nel corso del 2021.

In caso di chiusura, il 45% degli imprenditori dichiara che cercherebbe un lavoro come dipendente, il 38% che aprirebbe una nuova attività, e il 16% che si ritirerebbe dal lavoro. 

“L’impatto della pandemia sul sistema produttivo è stato fortemente differenziato, e il proseguire dell’incertezza sanitaria di certo non aiuta – commenta Mauro Lusetti, Presidente di LegaCoop – si spiega così il pessimismo sull’immediato futuro di oltre la metà degli imprenditori, con un picco nelle zone più produttive del paese, le più colpite dai lockdown”. 

L’export food and beverage Made Italy resiste. Anche grazie a pasta e riso

L’export Made in Italy ha subito un duro colpo dalla seconda ondata della pandemia: le esportazioni complessive del Paese nel mondo sono scese al -12,0% rispetto al 2019. Nonostante i dati negativi il food and beverage però resiste, e anche se nei primi 10 mesi del 2020 si arena su un faticoso +0,1% resta comunque in vantaggio rispetto all’export in generale, grazie anche a prodotti versatili ed economici come la pasta e il riso. Si tratta dei risultati dell’analisi di Federalimentare su dati Istat per l’export alimentare italiano nel mondo.

Gli alimenti della dieta mediterranea aiutano a calmierare il carrello della spesa

Di fatto, gli alimenti della dieta mediterranea più tradizionali ed economici aiutano a calmierare il carrello della spesa, con incrementi sui 10 mesi 2020 pari al +15,6% per la pasta e al +12,0% per il riso, mentre scendono i vini (-8,4% in valore) e le acque minerali (-8,5% in valore). Risultato, spiega Federalimentare, dovuto anche al fatto che il canale Horeca è chiuso in tutto il mondo, anche se superato questo ‘cavo d’onda’ la qualità dell’offerta alimentare nazionale aprirà nuovi e premianti spazi di mercato, come avvenuto negli ultimi anni. Si si guarda alle preferenze mostrate dai mercati esteri nei confronti del nostro food and beverage nel periodo 2015-2019, emerge infatti un progresso del +22,1% dell’export del comparto, a fronte del +14,8% delle esportazioni complessive del Paese. I progressi maggiori risultano appannaggio di acquaviti e liquori (+88.6%) e lattiero-caseario (+38,4%), seguiti da molitorio (+29,9%), dolciario (+29,2%) e caffè (+23,3%), riporta Ansa.

Nel 2019 le Dop italiane raggiungono un fatturato di 16,9 miliardi

Malgrado la concorrenza, le esportazioni agroalimentari italiane hanno mostrato nel periodo una crescita del valore medio unitario di circa 11 punti percentuali. Significa che i consumatori esteri hanno riconosciuto la qualità dei nostri prodotti alimentari e hanno accettato dinamiche espansive di prezzo per acquistarli. Non a caso la Dop Economy ha ricevuto un forte impulso, grazie alle grandi produzioni certificate. Il comparto delle Dop italiane ha raggiunto un fatturato nel 2019 di 16,9 miliardi, pari all’8,4% del fatturato agroalimentare complessivo del Paese (202 miliardi). E sul fronte dell’export, sempre nel 2019, un risultato pari di 9,5 miliardi di euro, il 21,9% dell’intero export agroalimentare italiano (43,4 miliardi).

L’export del 2021 potrebbe chiudere l’anno con 3 punti percentuali in più rispetto al 2019

Quanto alle esportazioni del food and beverage Made in Italy, secondo Federalimentare, a novembre dovrebbero recuperare un po’, portando il bilancio degli ultimi 11 mesi a oltre lo 0,1%. La stima è quindi che l’anno 2020 chiuderà per l’export in sostanziale pareggio. E nel 2021 ci potrebbe essere un sostanziale recupero se, come ci si aspetta, l’Horeca riaprirà e recupererà circa un terzo di quello che è il suo potenziale. In questo caso l’export del 2021 potrebbe non solo tornare ai livelli del 2019, ma fare di meglio e chiudere l’anno con 3 punti percentuali in più rispetto al 2019.

La pandemia dimezza i consumi culturali del 2020

Calano tutte le forme di abbonamento a servizi culturali a pagamento, a eccezione della TV in streaming, e per ogni forma di spettacolo dal vivo la situazione è drammatica. Con il Covid-19 i consumi di beni e servizi culturali si sono dimezzati (-47%), passando da 113 euro di spesa media mensile per famiglia del dicembre 2019 a circa 60 euro a dicembre 2020. I dati emergono dall’Osservatorio di Impresa Cultura Italia-Confcommercio, in collaborazione con Swg, sui consumi culturali degli italiani nel 2020. Consumi che risultano pesantemente penalizzati dalle restrizioni e le chiusure dovute al contenimento della pandemia.

Crollo degli spettatori di circa il 90% per cinema, teatro e concerti

“Situazione drammatica, in particolare – sottolinea l’Osservatorio di Impresa Cultura Italia-Confcommercio – per gli spettacoli dal vivo bloccati dal lockdown e dalle successive misure di contenimento della pandemia: crollo degli spettatori di circa il 90% per cinema, concerti, teatro e forti riduzioni di spesa, con punte di oltre il 70%, da parte dei consumatori tra dicembre 2019 e settembre 2020 – aggiunge l’Osservatorio – tiene la lettura sia dei libri, con una preferenza per il cartaceo sebbene oltre un italiano su tre utilizzi anche il formato digitale, che dei quotidiani, consultati principalmente in versione gratuita online e con un rapporto di circa 1 a 2 tra lettori in digitale a pagamento e lettori in cartaceo”.

La fruizione tradizionale della cultura lascia spazio al digitale

“In calo – secondo l’Osservatorio di Impresa Cultura Italia-Confcommercio – tutte le forme di abbonamento a servizi culturali a pagamento a eccezione della TV in streaming (+17 punti su dicembre 2019) e con un terzo di italiani che pensa di utilizzare prevalentemente piattaforme streaming a pagamento, a testimonianza di un crescente interesse per questo tipo di offerta televisiva rispetto a quella generalista – spiega ancora l’Osservatorio – la forma di fruizione tradizionale della cultura ha lasciato spazio al digitale con la visione di spettacoli dal vivo, opere, balletti e musica classica soprattutto sul web o in TV. Una tendenza che, alla luce delle attuali restrizioni, sembra confermarsi anche per la prima parte del 2021”.

Le restrizioni imposte dalla pandemia, riporta Italpress, e la conseguente spinta sul digitale sembrano quindi avere mutato anche la declinazione del concetto di cultura, con il rischio di renderne più effimeri significati e sfumature.

“È stata fatta una politica di ristori, ma non è sufficiente”

“I dati della nostra indagine sono senza dubbio allarmanti, con una riduzione dei consumi culturali del 47% e una spesa mensile per famiglia che è crollata a 60 euro nel 2020 – puntualizza Carlo Fontana, presidente di Impresa Cultura Italia-Confcommercio –. E sono dati che ci rappresentano tutta la drammaticità della situazione delle attività culturali nel nostro Paese. È stata fatta una politica di ristori, ma non è sufficiente. Oggi è necessaria una strategia con una serie di interventi che consentano una ripartenza delle nostre attività perché la popolazione non può essere ancora per lungo tempo privata di quello che è anche un nutrimento dello spirito”.

L’anno nero del turismo: nel 2020 presenze in calo del 50%

Non si può nemmeno definirla una crisi, è un vero e proprio shock quello subìto dal turismo europeo negli ultimi mesi. A causa della pandemia da Covid-19, infatti, tutte le destinazioni europee hanno registrato un tracollo nel numero di arrivi e presenze. Nei primi 8 mesi del 2020, Eurostat stima che il numero delle notti trascorse nelle strutture ricettive nell’Unione europea (Ue) a 27 sia pari a circa 1,1 miliardi: un calo di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo del 2019.

I dati dell’Italia, in linea col trend europeo

“I dati provvisori del nostro Paese, relativi ai primi nove mesi del 2020, sono in linea con il trend europeo (-50,9% rispetto allo stesso periodo del 2019, con quasi 192 milioni di presenze in meno) ed evidenziano l’entità della crisi del turismo interno generata dall’emergenza sanitaria, dopo anni di crescita costante del settore. Il 2019, infatti, aveva fatto registrare un ulteriore record dei flussi turistici negli esercizi ricettivi italiani, con 131,4 milioni di arrivi e 436,7 milioni di presenze e una crescita, rispettivamente, del 2,6% e dell’1,8% in confronto con l’anno precedente” specifica l’Istat. Il 2019, tuttavia, era stato un anno d’oro per il turismo tricolore, con un record dei flussi negli esercizi ricettivi: 131,4 milioni di arrivi e 436,7 milioni di presenze e una crescita, rispettivamente, del 2,6% e dell’1,8% in confronto con l’anno precedente. Il trend così positivo sembrava confermarsi anche all’inizio del 2020, quando a gennaio gli arrivi avevano totalizzato un +5,5% e le presenze un  +3,3% nelle strutture ricettive, ma già a febbraio a causa dell’emergenza sanitaria i numeri avevano virato in negativo.

Ripresa nei mesi estivi

Sono stati gli italiani a salvare, almeno parzialmente, i mesi estivi, quelli in cui le misure restrittive sono state allentate. Nel trimestre luglio-settembre le presenze totali di turisti sono state pari a circa il 64% di quelle registrate l’anno precedente, con una perdita di più di 74,2 milioni di presenze. Però i pernottamenti dei clienti italiani hanno raggiunto circa l’86% di quelli rilevati lo scorso anno, quelli relativi ai clienti stranieri appena il 40%.  Nelle grandi città, cioè nei 12 comuni italiani con più di 250 mila abitanti, infine si è registrata una flessione delle presenze nei primi 9 mesi del 2020 pari al -73,2% e un andamento peggiore rispetto alla media nazionale (-50,9% rispetto allo stesso periodo del 2019). Per i comuni a vocazione culturale, storico, artistica e paesaggistica la diminuzione è del 54,9%, per quelli con vocazione marittima è del 51,8%. E’ andata meglio alle località montane, che hanno frenato il calo a  -29,3%.

Smart working, come scegliere un’illuminazione corretta?

Come utilizzare la luce per creare un ambiente di lavoro produttivo? Per i tanti che stanno lavorando in smart working non è solo lo spazio a essere importante: anche l’illuminazione lo è, soprattutto quando si passano diverse ore davanti a uno schermo. Secondo la neuroscienziata Karen Dawe di Dyson “l’illuminazione nelle postazioni di lavoro domestiche è spesso trascurata”, poiché spesso la luce naturale proveniente dalle finestre o dai faretti si riflette sullo schermo di un computer, causando abbagliamento e affaticamento degli occhi, e compromettendo la capacità di concentrarsi.

La luce giusta a seconda dell’attività da svolgere

“La gente tende a utilizzare l’illuminazione in casa in quattro modi: luce indiretta per un’illuminazione generale, luce mirata per attività a elevata precisione, luce funzionale per mettere in risalto elementi particolari, come un’opera d’arte, e luce ambientale per creare un’atmosfera rilassante la sera – continua Karen Dawe -. Eppure, nonostante in ogni casa siano presenti innumerevoli tipologie di apparecchi di illuminazione, a ciascuno è solitamente assegnato un solo compito”. È necessario, quindi, assicurarsi di avere il giusto livello di luce per il compito da svolgere. La luce, infatti, non è tutta uguale. Per le attività di maggior precisione è meglio optare per una luce artificiale, con un indice di resa cromatica (CRI) maggiore. Più alto è il CRI, più i colori saranno simili a come appaiono alla luce naturale, riporta Ansa.

Far riposare gli occhi

“Tutti vogliamo rimanere concentrati quando lavoriamo da casa, ma è fondamentale concedere ai nostri occhi un po’ di riposo. Costringere gli occhi a concentrarsi su un’area limitata per un periodo di tempo prolungato – puntualizza la ricercatrice – significa sforzare i muscoli oculari, con conseguente affaticamento visivo”. I sintomi dell’affaticamento visivo possono essere provocati anche dallo sfarfallio e dal riverbero delle fonti luminose. Spesso, gli schermi sono troppo o non abbastanza luminosi, e se l’occhio è in grado di sopportare un certo livello di riverbero lavorare otto ore al giorno in queste condizioni è davvero eccessivo per i muscoli oculari. È bene quindi regolare la luminosità degli apparecchi per creare una luce confortevole, e per letture prolungate, aumentare la dimensione dei caratteri.

Creare una routine legata alla luce naturale

Se l’illuminazione interna spesso presenta la medesima luminosità e resa cromatica per tutta la giornata la luce solare, al contrario, varia al variare delle ore, e oltre a stimolare l’attenzione, è anche il segnale principale per il nostro orologio biologico. Ma come adeguare la luce artificiale ai nostri ritmi circadiani? Ricorrendo a un’illuminazione interna che “permetta di variare la temperatura della luce, da fredda a calda, e la luminosità a seconda dell’ora del giorno”, spiega Karen Dawe, e allestendo la postazione di lavoro vicino a una finestra o in uno spazio ben illuminato dalla luce naturale. Inoltre, mano a mano che l’età aumenta anche la luce deve aumentare. Le lampadine con un CRI superiore a 80 sono la scelta ideale per aiutare gli occhi più “anziani” a distinguere meglio i colori.

Crescono a 46,5 milioni i consumatori multicanale, +6% rispetto al 2019

Gli italiani usano Internet sempre di più per comprare e trovare informazioni su prodotti e servizi: nell’ultimo anno 30 milioni di utenti hanno effettuato almeno un acquisto online. Cresce quindi la diffusione di percorsi di acquisto ibridi basati sull’alternanza di strumenti online e offline, e più di un italiano su quattro (28%) è un consumatore multicanale evoluto, che passa con disinvoltura dai canali offline a quelli online, e usa Internet in tutte le fasi del processo d’acquisto. Di fatto, secondo la ricerca dell’Osservatorio Multicanalità, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano e da Nielsen, nel 2020 sono 46,5 milioni i consumatori multicanale italiani, 2,6 milioni in più rispetto all’anno precedente.

Dai Digital Rooted ai Digital Unplugged 

I più “evoluti” fra i consumatori multicanale sono i Digital Rooted (l’11% del totale), più sensibili ai consigli degli influencer e sopra la media per dotazione tecnologica e familiarità con lo shopping online. A questi seguono i Digital Engaged (17%), che utilizzano la rete, ma mantengono un legame con il punto vendita, e i Digital Bouncers (22%) per i quali il digitale è importante nelle fasi pre e post acquisto, ma preferiscono comprare ancora in negozio. Gli utenti meno digitali, ma più numerosi, sono i Digital Rookies (38%), che usano il digitale con un po’ di diffidenza. Oltre un consumatore su dieci però è un Digital Unplugged (12%), legato ancora esclusivamente allo shopping nel punto vendita.

Il settore con gli utenti più digitali è quello dei viaggi

Il comportamento multicanale dei consumatori cambia anche a seconda della categoria merceologica. Il settore con gli utenti più digitali è quello dei viaggi, nel quale il 75% si informa prevalentemente online prima di acquistare, e il 65% compra solo online o alternando la modalità offline a quella in rete. Ai viaggi seguono l’elettronica e l’informatica (rispettivamente 69% e 58%) e le assicurazioni (44% e 35%). Nei settori largo consumo, farmaci/integratori, beauty e abbigliamento, invece, il ruolo del punto vendita resta centrale sia nella fase di ricerca delle informazioni sia di acquisto.

Offrire un’esperienza omnicanale integrata   “Stiamo assistendo a un progressivo esaurirsi della dicotomia tra l’acquisto fisico e quello digitale. Le barriere all’omnicanalità si stavano assottigliando da tempo, e l’emergenza Covid ha accelerato questo processo di ibridazione – commenta Stefano Cini, Consumer Intelligence Leader di Nielsen Connect -. È interessante notare come ciascun individuo sia caratterizzato da un approccio multicanale eterogeneo a seconda della categoria merceologica. La diffusione di pratiche digitali end-to-end nei settori viaggi o elettrodomestici, ad esempio, potrebbe di fatto generare un effetto contaminante (spill-over) sulle aspettative e le abitudini di acquisto delle stessa persona in altre categorie a minor intensità digitale”. In questo contesto la principale sfida per le imprese è perciò quella di veicolare strategie e iniziative per semplificare il processo d’acquisto e offrire un’esperienza omnicanale integrata

Cresce la raccolta differenziata urbana di carta e cartone, +3,2% in due anni

Dopo i rifiuti organici e il vetro la carta e il cartone sono tra i materiali più riciclati. Con circa 233 mila tonnellate provenienti dalla raccolta differenziata urbana, Milano, Monza Brianza e Lodi segnano una crescita pari al +3,2% rispetto ai due anni precedenti. A crescere sono soprattutto Monza Brianza, con +11,7% dal 2017 e Lodi, che cresce del +7,8%. A Milano invece si raccolgono oltre 178 mila tonnellate di carta, il 17% del totale raccolto, di cui 82 mila a Milano città. A Monza Brianza si raccolgono 43.700 tonnellate (15%) e a Lodi 10.702 (14%). La produzione totale delle imprese arriva complessivamente a quasi 327 mila tonnellate, di cui 259 mila a Milano, 47 mila a Monza Brianza e 20 mila a Lodi.

In Italia il tasso di riciclo nel 2019 si attesta all’81%

È quanto emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati MUD (Modello Unico Ambientale) relativi alle dichiarazioni presentate nel 2019. In generale, l’Italia è all’avanguardia in Europa per riciclo di imballaggi cellulosici: il tasso di riciclo nel 2019 si attesta infatti all’81%, una percentuale già superiore all’obiettivo europeo stabilito per il 2025 (75%) e già vicino al target dell’85% fissato per il 2030. Nella raccolta differenziata nazionale di carta e cartone su 3,5 milioni di tonnellate, 1,8 milioni di tonnellate sono raccolte al Nord (+0,6%), e di queste poco meno di 568 mila in Lombardia (dati Rapporto annuale Comieco 2020).

I comuni del territorio milanese più virtuosi per raccolta differenziata di carta

Nella città metropolitana, primi per quantità sono i comuni di Milano, con 82 mila tonnellate (19% del totale dei rifiuti raccolti con la differenziata), Sesto San Giovanni (4 mila tonnellate – 19%), Legnano e Cinisello Balsamo (oltre 3 mila tonnellate – 18% circa). Per incidenza sul totale raccolto invece il primo posto spetta a Cusago, con il 24,8%, San Colombano al Lambro, con il 22,6%, Basiglio e Segrate, con il 22% circa.

La raccolta a Monza Brianza e Lodi

A Monza Brianza prima per quantità è Monza, con quasi 7 mila tonnellate (19%), seguita da Lissone e Seregno, con oltre 2 mila tonnellate (15%).

Per peso su totale dei rifiuti raccolti si distinguono Sulbiate, con il 23%, Carate Brianza, con il 19,9%, Monza e Concorezzo, con il 19%.

In provincia di Lodi primi per quantità i comuni di Lodi, con circa 2.600 tonnellate (17,8%), Codogno, con 1.319 tonnellate (23,9%) e Casalpusterlengo, con 709 tonnellate (13,5%).

Per incidenza sul totale spiccano poi Maccastorna, con il 26,7%, Codogno, con il 23,9% e Senna Lodigiana, con il 22,3%.

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